NON COSI' PAZZO - uno schizofrenico si racconta di SCHIZO-ANONYME

(traduzione integrale a puntate successive di "Pas si fou - Un schizophrène se raconte" di Schizo Anonyme) da "Les Fous Rebelles" http://www.alterpsy.org/

[qui ci sono i capitoli 1-2-3-4-5-6-7]

[ndt: le note sono per ora in fondo]

AVVERTENZA:

Il testo che state per leggere contiene critiche contro gli psicofarmaci neurolettici, usati abbondantemente in psichiatria.

Chi prende attualmente tali farmaci potrebbe, leggendomi, essere tentato d'interrompere di colpo il trattamento, dall'oggi al domani. Io consiglio loro prudenza, soprattutto se è da lungo tempo che prendono il farmaco. Sarebbe più giudizioso ridurre le dosi progressivamente, possibilmente con l'aiuto di un medico professionista - non necessariamente psichiatra.

Non mi spingerò fino ad affermare che questi medicamenti non dovrebbero essere usati in nessun caso. Possono essere utili se impiegati per breve periodo, in caso di delirio estremo. Ma essi sono di solito utilizzati molto male e quindi fanno più male che bene.

Per gli psichiatri che mi leggono, ci tengo a dire che questo che sostengo non dovrebbe essere interpretato come un attacco contro la loro professione. Alcuni di loro fanno un buon lavoro. Come anche fanno un buon lavoro molti infermieri e altri operatori professionali nella salute mentale.

Ma ciononostante la psichiatria ha una "faccia nascosta". Essa può compiere devastazioni. E è di questo che si discute qui.

Preciso che non appartengo a nessuna chiesa, setta, od organizzazione politica - almeno adesso che sto scrivendo queste righe. Ho poche convinzioni ideologiche.

Il mio rivolgermi contro i trattamenti psichiatrici per forza, trova la sua origine nella mia storia personale. Sono stato diagnosticato "schizofrenico" a dodici anni. E' stata questa diagnosi, e anche i trattamenti che sono seguiti, che ha creato la malattia. Il mio caso non è il solo. Questo spiego qui, sperando che la mia testimonianza contribuisca a cambiare le cose.

Schizo Anonyme

21 febbraio 2001

INTRODUZIONE

Avevo sette anni quando fui dichiarato psicotico. Dodici quando uno psichiatra ritenne fondata la diagnosi di "schizofrenia infantile", e mi prescrisse quelle "camicie di forza chimiche" che sono i medicamenti neurolettici.

Adesso ho 41 anni. Raccontare la mia malattia e il mio itinerario psichiatrico mi è penoso. Non è una indecenza stare a dispiegare a tutti parte dei propri fatti intimi ? Perciò ho esitato a lungo prima di decidermi ad intraprendere la presente narrazione. Se finalmente mi sono deciso a farlo, è perché sono persuaso che la mia testimonianza possa essere utile a molte persone. Una enormità d'idee sbagliate sono in circolazione sulla schizofrenia, sulle altre forme di psicosi (1), come anche sulle malattie dell'anima in generale. Gli stessi medici comprendono molto male queste cose.

E' quindi auspicabile che i più diretti interessati escano dal loro silenzio. Io sono in grado di farlo, dal momento che la sofferenza psichica non mi ha reso muto, anzi proprio il contrario. Sono stato anche giornalista e debitamente iscritto all'album professionale svizzero. Ho pubblicato articoli su soggetti assai vari, come il Kurdistan turco, alcuni fatti polizieschi in Svizzera, informatica, sette religiose, il Kossovo, l'estrema destra, gli 'squats' ginevrini, e molti altri temi d'interesse sociale. Ma finora non avevo mai scritto su di me.

Ho esitato a firmare questo testo con il mio vero nome, prima di decidermi per "Schizo Anonyme". Tentare di assumermi a faccia aperta l'etichetta di "schizofrenico" sarebbe inutilmente doloroso.

So che qualcuno mi riconoscerà, e l'accetto. Non ho dissimulato il mio passato ai miei amici più vicini. Ma ho poca voglia di rendere pubblico il mio vero nome come autore del presente (2) .

Buona lettura

Schizo Anonyme

NOTE IMPORTANTE : ce texte est destiné à être diffusé librement. Le lecteur est autorisé à en faire des copies et à le diffuser, sans devoir s'acquitter d'un droit d'auteur, à condition d'inclure la présente note dans la copie.

S. An.

NOTA IMPORTANTE: questo testo è inteso per diffusione libera. Il lettore è autorizzato a farne copie e a diffonderlo, senza dover acquistare nessun diritto d'autore, con la condizione di dover includere la presente nota – e quella originaria in francese qui sopra - nella copia. -Anche per la presente edizione italiana-.



INDICE

Avvertenza

Introduzione

Capitolo I : Folli Ribelli

Capitolo II : Un viaggiatore strano

Capitolo III : Piccolo Mostro

Capitolo IV : Diagnosi segreta

Capitolo V : L'orrore delle medicine

Capitolo VI : Postumi da neurolettici ?

Capitolo VII : Odiare se stesso

…….

…….

Capitolo XV : Quali alternative ?



Capitolo primo

FOLLI RIBELLI

"Dicono che io sia schizofrenica", mi spiega una ragazza. "I medici mi vogliono forzare a prendere una medicina che non sopporto per il resto dei miei giorni. Intanto io sono persuasa di non essere malata."

Ginevra, estate 1999, un sabato pomeriggio. Su una piccola terrazza ombreggiata di centrocittà, la mia interlocutrice - chiamiamola Melanie - racconta una storia che mi pare incredibile.

Lei ha 22 anni ed è iscritta al secondo anno di lettere all'Università di Losanna quando, sei mesi fa, una violenta disputa familiare l'ha fatta cadere nel precipizio degli ingranaggi delle istituzioni psichiatriche.

Melanie si sentiva disprezzata dalla sua matrigna e l'ha aggredita a parole, con una violenza che ha spaventato suo padre. Egli ha chiamato la polizia, che ha portato sua figlia al servizio d'urgenza dell'ospedale psichiatrico della città. I medici hanno giudicato il suo caso sufficientemente grave da sottoporla all'internamento forzato in uno stabilimento della regione.

I medici le hanno prescritto l' Haldol (3) , uno dei neurolettici più utilizzati in psichiatria. Lei non sopportava questo trattamento. Questa medicina interferisce con la complessa attività biochimica dei neuroni, quelle cellule che compongono il nostro cervello e il nostro sistema nervoso (4) . Esso esercita un effetto calmante ma insieme infligge delle sofferenze che è difficile descrivere a chi non ha mai preso questo prodotto, o una medicina simile. Alcuni pazienti psichiatrici tali da tempo, assicurano che provoca un malessere insopportabile in tutto il corpo, che infligge al paziente un terribile sentimento d'abbattimento psichico, difficile a descrivere a parole. A lungo termine questo prodotto è dannoso e può lasciare conseguenze irreversibili colpendo la coordinazione dei movimenti.

Melanie conferma che l'effetto dell'Haldol era terribile. I medici di fronte ai suoi pianti, hanno accettato di prescriverle un altro neurolettico, lo Zyprexa (5) , che lei sopporta meglio; ma continua tuttavia ad insistere che non vuole nessuna medicina, che ritiene di non averne bisogno. I medici, da parte loro, persistono ad incollarle l'etichetta di schizofrenica e tentano di convincerla che dovrà, per tutto il resto dei suoi giorni, sottomettersi ai trattamenti che essi le prescriveranno.

Il giudice di pace della sua città ha intanto attivato la procedura volta a mettere Melanie sotto la tutela di …. suo padre!

Attualmente, essa fa di tutto per dimostrare che è capace di gestire la propria esistenza. Dorme la notte in clinica, ma lavora in una panetteria il sabato e la domenica, il che le permette di pagarsi i corsi di danza e pittura che segue durante la settimana. Ha l'intenzione di ricominciare gli studi quando glielo si permetterà. Mi spiega le sue dispute familiari con lucidità. Sua madre è morta da qualche anno, suo padre si è risposato con una donna che appare detestare Melanie, che è considerata come ostacolo per il nuovo menage. Di fatto Melanie è più volte uscita dai gangheri. C'è veramente in questo di che da affibbiare una diagnosi di schizofrenia ?

"Gli psichiatri m'hanno detto che si tratta di un male ereditario. Mi dicono che se la mia malattia non è uscita fuori prima della morte di mia madre, è perché l'amore che avevo per lei nascondeva la schizofrenia".

E' possibile che io non avrei creduto a Melanie se a mia volta non fossi stato, un quarto di secolo prima, anch'io dichiarato schizofrenico.

Avevo dodici anni. Mia madre mi aveva appena lasciato solo a solo con uno psichiatra infantile rinomato. Mi aveva condotto nel suo studio su raccomandazione del servizio medico scolastico ginevrino, perché sia i miei cattivi risultati scolastici, come anche il mio carattere eccentrico - e talvolta molto aggressivo - erano di disturbo sia alla mia famiglia che ai professori.

Il nostro primo colloquio incominciò con un lungo faccia a faccia silenzioso. Aspettavo che egli parlasse, ma persisteva a guardarmi in silenzio, aspettando che cominciassi io a parlare per primo. Del che mi sentivo incapace: questa persona dal volto severo, che fissava su di me il suo sguardo deformato da occhiali spessi, m'intimidiva. Non sapevo che dire, né cosa lui si aspettasse da me.

Finalmente acconsentì ad aprire la bocca per rilasciare con tono sentenzioso "tu hai molta paura". Poi mi pose qualche domanda sulla scuola e la mia famiglia, prima di far tornare mia madre per annunciarle che mi prescriveva un neurolettico. Ho saputo solo molto dopo che questo medico aveva, di primo acchito, formulato una diagnosi di schizofrenia infantile. Questo senza il minimo test clinico ma nemmeno un esame psicologico approfondito. Aveva soltanto constatato che ero a disagio e, quasi certamente, non gli era venuto il dubbio che era lui, con il suo atteggiamento, che mi metteva paura.

L'effetto delle medicine che mi aveva prescritto (del Luvatren, poi del Leponex) fu terrificante: avevo l'impressione d'essere diventato un robot, incapace di provare nessuna gioia, nessun sentimento se non l'orrore di non essere più padrone né del mio corpo né della mia anima.

Ad ogni modo, ho dovuto subire questo trattamento per più di un anno. Mi ha lasciato postumi importanti: difficoltà di concentrazione, ipersensibilità alle emozioni, e soprattutto una molto cattiva stima di me stesso. Soffrivo già di questi difetti prima di prendere i neurolettici: Ma l'effetto delle medicine è stato di moltiplicare questi problemi per dieci. Questo fenomeno ha un nome: psicosi iatrogena.

Attualmente gli psichiatri ammettono che una piccola percentuale di pazienti si trovano con la loro psicosi aggravata dopo il trattamento neurolettico. Ma ciò non impedisce loro di continuare a prescriverla.

Ho condotto in seguito una esistenza difficile, caotica ed avventurosa. I ricordi si susseguono in me ora che ascolto Melanie.


Capitolo secondo

UN VIAGGIATORE STRANO

Nel novembre 1980, gli abitanti di una piccola fazione della costa del Ghana, chiamata Nuba, ricevettero una visita poco comune. Uno straniero dalla pelle pallida, giovane, circolante in bicicletta, arrivò nel loro villaggio in piena notte, si fermò tra le case e segnalò la sua presenza gridando “Buona notte” in inglese, così forte che risvegliò parecchie persone.

Un giovane andò verso il ciclista, vide subito che lo strano viaggiatore non stava bene, gli offrì ospitalità. Lo condusse a casa sua, gli diede una stuoia per distendersi, frutti da mangiare, gli fece comprendere che era benvenuto, poi lo lasciò riposare senza fargli domande. Una tale ospitalità è comune in Africa.

Ma per gli abitanti del villaggio le sorprese non erano finite. All’alba il viaggiatore uscì dalla casa e, abbandonando sia la bicicletta che i bagagli, ripartì in marcia, sulla strada verso l’est. Quelli che lo incrociarono realizzarono ben presto che il giovane europeo era impazzito. Il suo comportamento non lasciava alcun dubbio in proposito. Ogni volta che un veicolo gli si avvicinava (erano tassì-della-savana, camionette adattate per il trasporto di persone, generalmente piene stracolme) il giovane si sedeva in mezzo alla strada per forzare la vettura a fermarsi, poi chiedeva di salire. Il che gli era rifiutato: nessuno voleva viaggiare in compagnia di uno straniero visibilmente malato.

Alcune ore dopo, lo si vide camminare di nuovo nel villaggio, quasi nudo - si era strappato via i vestiti per gettarli nella foresta – e che urlava proponimenti incoerenti. Aggrediva le persone reclamando del cibo, ma, quando glieselo dava, lo gettava a terra.

Si lanciò in un discorso confuso davanti gli abitanti del villaggio riuniti, poi aprì la patta per urinare di fronte a tutti, con aria profondamente ispirata, come si trattasse di una azione sacra. Quelli che sapevano l’inglese credettero di capire che il giovane credeva di essere un inviato dell’al di là.

Gli abitanti chiamarono la polizia e il giovane fu condotto nell’ospedale psichiatrico della città di Cape Coast. Ci soggiornò due mesi, per essere poi rimpatriato nel suo paese, in Svizzera, dove sarà ospedalizzato di nuovo, nella clinica ginevrina de Bel-Air (attualmente Belle-Idée).

Quel giovane megalomane, presuntuoso e folle, che si credeva il centro del mondo, ero io. Venti anni più tardi, mi è tutt’ora sgradevole ammetterlo.

I medici ginevrini mi prescrissero una cura del sonno (6) e forti dosi di neurolettici. Questo trattamento diede i suoi frutti: arrivai a rimettere i piedi per terra. Ma ritornai la persona tormentata, complessata, che ero prima della crisi.


I miei amici di allora si mostrarono indulgenti: ritennero che ero malato, che non ne avessi colpa. Sapevano anche che da tempo avevo problemi psicologici rilevanti. Avevo incominciato il viaggio in Africa dopo aver subito una serie di scacchi: liceo abbandonato due anni prima della maturità, tentativo di fare apprendistato nell’agricoltura, e qualche mese di lavoro in cantiere per mettere da parte i soldi per il viaggio. Il mio ritorno catastrofico non era che un fiasco ulteriore.

I medici, da parte loro, insistevano sulla necessità di un trattamento molto lungo con neurolettici. Assicuravano che altrimenti sarei tornato ben presto in clinica.

Ma invece, ho rifiutato sia le medicine che la psicoterapia. Per orgoglio e perché ero spaventato dagli effetti secondari delle medicine.

Dopo un breve soggiorno in una scuola privata secondaria, ho incominciato a lavorare come manovale nelle costruzioni e nell’industria, perché mi era insopportabile dipendere dai miei genitori. Cambiavo spesso padrone, restavo a volte senza lavoro per mesi di seguito. Non mi era affatto facile vivere.

A 27 anni, arrivai ad aver raggranellato abbastanza soldi per fare un viaggio in Sud America. Visitai il Perù e il Cile, che soffriva allora sotto una crudele dittatura militare. Il coraggio dei militanti anti-Pinochet mi affascinò.

Incontrai a Santiago una ragazza che mi seguì in Svizzera e divenne la mia donna, poi la mia ex-donna, soprattutto la madre di mio figlio, nato quando avevo 29 anni.

Ella mi persuase di riprendere gli studi accettando l’aiuto dei miei genitori. Trascorsi un anno all’Istituto di Giornalismo e Comunicazione sociale di Friburgo, poi cominciai a lavorare come giornalista free-lance. Sempre sopravvivendo in maniera precaria.

La malattia non mi ha più completamente lasciato. Ogni tanto la mia faccia è tormentata da tics incontrollabili. Sono molto distratto. Talvolta sono preso da una rabbia immensa, che comunque riesco a reprimere.

Per le istituzioni psichiatriche, io resto un “andicappato psichico”.

Sono arrivato a controllare la malattia senza medicamenti e senza psicoterapia. Ma per arrivare a questo sono dovuto arrivare a comprendere i meccanismi che m’avevano fatto perdere l’equilibrio e cadere nella follia.


Capitolo terzo

IL PICCOLO MOSTRO

A prima vista niente nella mia prima infanzia, mi predisponeva a diventare schizofrenico: tutto sembrava andar bene. Sono nato da una coppia di persone affascinanti, in una famiglia agiata, il primogenito di una nidiata di sei figli.

Mio padre amava il suo lavoro: fisico in un laboratorio internazionale di ricerche nucleari. Mia madre era neurochirurga, ma aveva smesso di esercitare per dedicarsi ai figli. Tutti e due erano tedeschi e si erano stabiliti in Svizzera pochi mesi prima della mia nascita, nel 1959.

I loro sei figli, cinque ragazzi seguiti da una bambina, nacquero nello spazio di otto anni e alcuni mesi. Abitavamo in un grande appartamento in un complesso immobiliare con alberi posto a qualche chilometro da Ginevra. Io e i miei fratelli le combinavamo di tutti i colori sotto gli sguardi attenti dei nostri genitori e dei vicini. Ho avuto un’infanzia piuttosto felice.

Però, già all’età di sette anni ero affascinato dalla violenza. Tutti i fanciulli lo sono fino ad un certo punto. Ma con me si arrivava allo spettacolo. Minacciavo di morte i miei genitori e i miei fratelli e facevo molta difficoltà a distinguere la realtà dal gioco. Molti fanciulli giocano alla guerra, inscenando violenza e ammazzamenti, ma con me non si trattava di un gioco. Colpivo veramente e non solo i più piccoli di me. Me la prendevo anche con adulti. Perciò fui portato da uno psichiatra infantile, che salutai con un calcio agli stinchi.

I miei genitori si chiedevano cosa avesse potuto, a quella giovane età, scatenare una tale selvaggeria in me. Gli specialisti che mi avevano visitato li rassicurarono prima di tutto quanto a loro responsabilità. “Voi non avete commesso alcun errore”, dissero loro. “C’è una malattia in lui”.

I miei genitori presero allora delle decisioni che, obbiettivamente, erano ammirevoli. Innanzi tutto decisero di tenermi con loro, invece di mettermi in un istituto, come fu loro consigliato.

Poi fecero di tutto per non farmi conoscere la diagnosi, non dovevo sapere che ero psicotico. Però gli amici di famiglia e anche i professori di scuola, furono informati. Anche i miei fratelli e sorella, appena avevano l’età di capire.

Le medicine neurolettiche mi furono risparmiate, dapprincipio. Mi si fece frequentare uno psicoterapeuta, al ritmo di due sedute a settimana: uno psicologo che, con molta abilità, riuscì a smorzare la mia aggressività.

Nel frattempo i miei genitori erano disperati per i miei cattivi risultati scolastici. Soffrivo molto a concentrarmi in classe; sabotavo deliberatamente il mio essere scolaro: ad es. mi ostinavo a scrivere con la mano destra mentre sono mancino al cento per cento. Scrivevo male e lentamente, il che mi rendeva incapace di seguire il ritmo di un dettato. Nel sistema scolastico dell’epoca, questa difficoltà era sufficiente a farmi bocciare.

All’età di dodici anni, fui recato di nuovo da uno psichiatra, che prese la decisione, catastrofica, di prescrivermi neurolettici. L’effetto di queste medicine sul mio sistema nervoso fu terribile. Sono a tutt’oggi persuaso che questo trattamento ha aggravato considerevolmente una perturbazione che, secondo me, era all’inizio esclusivamente psicologica.

Alcuni psichiatri mi daranno ragione. Altri persisteranno a sostenere che la malattia di cui io soffro è d’origene genetica e che le perturbazioni che io attribuisco alle medicine, sono in realtà sintomi della malattia. Questi altri aggiungeranno probabilmente che il mio caso illustra perfettamente il loro punto di vista: ho avuto una infanzia facile, anche con privilegi, le mie turbative non possono perciò essere attribuite alle circostanze di vita. Che il mio comportamento può essere spiegato solo con un sottile squilibrio nella complessa organizzazione del sistema nervoso. E questo spiegherebbe come mai, all’età di sette anni, aggredissi gli adulti a calci, minacciassi di morte i genitori, altro.

Per sostenere il mio punto di vista, debbo perciò rispondere alla questione: cos’è che ha potuto scatenare in me una violenza così precoce?

E’ semplice: la violenza è una delle prime cose che ho appreso. Tra i più vecchi ricordi che ho di mio padre, le botte, sculacciate e ceffoni, che mi somministrava già all’età di tre anni, appaiono ben nitidi. Non lo faceva per cattiveria: nel suo paese d’origine, la Germania, più che altrove, i castighi corporali inflitti ai fanciulli erano una tradizione ben stabilita, che si comincerà a mettere in discussione solo nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Tradizionalmente gli aspetti ribelli dei ragazzi dovevano essere troncati fin dalla più tenera età.

Durante le nostre visite di famiglia in Germania, ero sempre scioccato dalla violenza che i genitori infliggevano ai loro figli. Bastava che un ragazzo si permettesse una parola impertinente in una riunione di famiglia, perché fosse colpito ed umiliato difronte a tutti. I genitori che non seguivano questa usanza erano accusati di debolezza. Nella Germania degli anni sessanta, questa pratica era comune. Poi è molto diminuita. Io ho a lungo detestato il mio paese d’origine per questo. Anche adesso mi è penoso confessare che sono d’origine tedesca.

Mio padre era moderato in proposito: non mi dava botte né forti né spesso. Ma fece lo sbaglio di somministrarmi le mie prime correzioni ad un’età in cui io ero del tutto incapace di capirle.

Il che mi perturbò parecchio: i fanciulli apprendono imitando gli adulti. Poiché gli adulti battevano anche i più deboli, io mi dovevo dar da fare ugualmente: il più grande dei miei fratelli minori ne fece crudele esperienza. Mio padre allora mi rimproverò la mia viltà, dicendomi che se desideravo battermi, avrei dovuto farlo con i più forti di me. Lo presi in parola, incominciai ad aggredire adulti. Il che ovviamente non fece che peggiorare la mia situazione. Se avessi usato modi violenti soltanto verso i più piccoli (che è abbastanza frequente a quell’età), mi si avrebbe probabilmente soltanto punito, senza giungere a parlare di “psicosi infantile”. Ma un ragazzo di sette anni che se la prende con adulti, mette spavento.

Per quanto possa apparire inconcepibile, io credevo in quel periodo che essere cattivo, violento, era una condizione per essere accettato e rispettato nel mondo che stavo scoprendo.

Se avessi vissuto la mia infanzia qualche decennio prima, probabilmente avrei avuto altre correzioni da parte di mio padre, sempre più energiche, finché la mia volontà fosse infranta e io rientrassi nei ranghi, ugualmente senza aver capito niente delle strane leggi di questo mondo.

Ma invece di raddoppiare di violenza in tali correzioni, mio padre, che cominciava a dubitare dei benefici di un tal tipo di educazione, preferì portarmi da uno specialista, consigliato in tal senso dalla maestra della mia scuola elementare.

La diagnosi di “psicosi infantile” è stata probabilmente per lui una consolazione: sentirsi dire che il mio comportamento era non la conseguenza della sua maldestra mia educazione, ma causa di una “malattia”, consolava la sua coscienza.

Per me questa diagnosi è stata causa di conseguenze pesanti. Credo che non ha fatto altro che peggiorare le cose, ancor più perché mi è stato dissimulato.



Capitolo quarto

DIAGNOSI NON RIVELATA

Da sette a dodici anni sono cresciuto senza sapere che i miei genitori mi consideravano un handicappato psichico. Non solo mi hanno nascosto questa diagnosi, ma anzi mia madre mi ripeteva che ero molto intelligente, si felicitava con me quando portavo a casa da scuola dei voti meno cattivi del solito, o quando mostravo in qualche maniera di essere capace di ragionamento logico … il tutto pur continuando ad informare i conoscenti della mia “malattia”.

Quando montavo in collera, non avevo più niente da temere da mio padre: egli riteneva che quando mi comportavo da cattivo, non fosse per mia colpa, ma a causa della “malattia”.

Mia madre mostrava per me un affetto particolare, il che rese gelosi i miei fratelli e sorella. Essi trovavano ingiusto che mi si facesse feste quando i miei risultati scolastici erano più soddisfacenti del solito, mentre essi erano biasimati se le loro performances si abbassavano, nonostante che i loro voti erano sempre migliori dei miei.

Credo attualmente che questa curiosa “educazione” ha aggravato notevolmente i miei malanni. Per un verso la diagnosi fatta quando avevo sette anni ha funzionato da “profezia creatrice”: annunciando ai miei genitori che soffrivo di una “malattia mentale innata”, il medico li aveva incoraggiati ad educarmi in un modo che mi spingeva a comportarmi in una maniera che faceva credere che la diagnosi fosse giusta. Invece il mio comportamento perturbato erano d’origine puramente psicologica – io almeno sono così persuaso, ma di questo stesso avviso parecchi specialisti che ho consultato in seguito. La teoria chiamata “biopsichiatrica”, secondo cui le affezioni dello spirito hanno la loro origine principale in sottili disordini del sistema nervoso, è ancora lontana dall’essere accettata all’unanimità, nonostante che adesso che scrivo queste righe abbia il vento in poppa.

Nonostante tutto mia madre mi prodigava molto affetto. Mi succedeva spesso, a me come ai miei fratelli più piccoli, di dormire nel suo letto, quando mio padre era fuori. Era un suo moto spontaneo, che le permetteva di essere più vicina ai suoi figli. Ma diventando più grande, avvicinandomi alla pubertà, mi accadde di accarezzarla in una maniera che dovette turbarla, poiché si stava svegliando una sessualità ancora inconsapevole. Ella ne fu sensibile. Il contatto fisico con me le divenne necessario. Quando ebbi dodici anni, cominciai a prendere distanze, non volevo più dormire come prima con lei. Ciò la frustrò. Giunse a trovare pretesti per gettarmi a terra e sedersi su di me. Le scuse che inventava per far questo erano giocoforza stupide. Come che si trattava di uno scontro di lotta, come con i miei compagni di classe… Una volta disse di volermi punire perché avevo graffiato la porta d’ingresso dello stabile, mi gettò per terra per sedersi su di me e grattarmi meticolosamente tutto il corpo. La trovavo ridicola e provavo vergogna io per lei. Ma non c’era nessuno a cui potessi rivolgermi per lamentarmi.

Se fossi stato una ragazza e mio padre si fosse comportato così con me, avrei certamente potuto parlare d’incesto. Ma a quell’epoca, ero del tutto inconsapevole che il mio rapporto con mia madre avesse una dimensione sessuale…

Non credo che mia madre fosse pienamente cosciente di quel che faceva, che il suo comportamento con me avesse un fondo malsano. Soffriva lei stessa di turbe psichiche considerevoli, di cui ignoravo e ignoro tutt’ora, l’origine. Suppongo che ella portava con sé dei segreti, come molti tedeschi della sua generazione, segreti che avrà fino alla morte timore che siano scoperti. Ho rinunciato a investigare quali siano.

All’età di 11 anni mi ritrovai con un attaccamento profondo per la mia maestra di scuola. Ella era piuttosto severa con me, mi faceva notare senza riguardi le mie insufficienze, ma non mostrava mai di considerarmi un handicappato. I miei risultati scolastici sono rapidamente migliorati. Le dicevo a volte che “io la detestavo”, ma lei capiva che era un modo di esprimergli il contrario. Avrei desiderato che fosse mia madre.

Ebbi molto dispiacere, l’anno dopo, a ritrovarmi in classe un maestro moralizzatore dai modi austeri. Le mie prestazioni scolastiche decaddero rapidamente. Ma non me ne dispiacevo. Il mio avvenire professionale non mi preoccupava. L’ambiguità del rapporto con mia madre mi metteva in imbarazzo, ma non tanto da farmi cadere nella disperazione. Semplicemento avevo gioia di vivere, di tirar per le lunghe tornando da scuola, di dedicarmi a tutta una serie di passatempi che a quell’epoca riempivano il mio tempo libero di ragazzo piuttosto solitario. Una delle mie occupazioni preferite era acchiappare piccoli animali (topi, topiragno, lucertole, orbettini, insetti, pesciolini di lago), che tenevo qualche giorno prigionieri per osservarli a piacimento. Mi piaceva anche arrampicarmi sugli alberi per contemplare il mondo dall’alto, o leggere fumetti che compravo con la mia modesta paghetta - talvolta arrivavo anche a sottrarre poche monete ai miei genitori.

Incominciai anche ad interessarmi alle ragazze – ma senza ancora conoscere la vertigine delle prime emozioni sessuali coscienti. Ero un somaro felice e spensierato. Il mio destino sarebbe potuto essere di terminare rapidamente la scuola dell’obbligo per fare poi apprendistato in qualche lavoro. Ma per i miei genitori questa era una pillola troppo dura da mandar giù. Entrambi erano universitari e perciò non concepivano che il loro figlio, quantunque considerato “psicotico”, non facesse studi universitari. Decidettero quindi di sottomettere, ancora una volta, il mio caso agli specialisti della “salute mentale”.

Uno dei colleghi di mio padre passava ogni anno qualche mese in clinica psichiatrica. Per il tempo restante si dedicava alla ricerca d’alto livello di fisica teorica. Un “genio folle”, in qualche maniera … Mio padre riteneva perciò che la “psicosi” non fosse per forza incompatibile con “l’intelligenza”. E’ probabile quindi che credette che se fossi stato sottoposto sufficientemente presto ad un trattamento psichiatrico, avrei potuto, come il suo collega, fare una brillante carriera.

Fui dunque condotto da uno psicologo scolare che mi fece fare dei test d’intelligenza, concludendo che ero “molto intelligente”. Da questo si dedusse che i miei cattivi risultati scolastici fossero una “anormalità” che si dovesse correggere. Perciò fui portato dallo psichiatra che avrebbe diagnosticato una schizofrenia infantile, il tutto senza informarmi di niente.

Addio spensieratezza infantile! La mia vita si avviava a diventare, per anni, un inferno.



Capitolo quinto

L'ORRORE DEI MEDICAMENTI

E’ impossibile descrivere quali sofferenze possono essere provocate dai medicamenti neurolettici. Per quanto mi riguarda, non ho ancora trovato le parole per descrivere quel che provai quando mi ci trovai dentro per la prima volta.

Oggi, a più di un quarto di secolo di distanza, tento di provarci ...

Il primo prodotto che mi fu subito prescritto, il Luvatren 7, fece sentire i suoi effetti solo dopo qualche giorno. Durante un bel pomeriggio mi sentii improvvisamente abbattuto, triste come non ero mai stato, incapace di rallegrarmi di niente di quel che mi aveva divertito finora. In più avevo difficoltà di coordinamento e anche un malanno indefinibile, ma i cui effetti si facevano sentire in ogni fibra del mio corpo. Vedevo doppio, permanentemente, come dicono avvenga a chi è molto ubriaco. Ma non ero ubriaco. Solo spaventato, pervaso da una sensazione terrificante di non essere più padrone né del mio corpo né della mia anima.

Supplicai i miei genitori di far cessare questo trattamento. Ma essi erano inflessibili. Cominciarono a farmi la morale, a dirmi che ero “troppo delicato” da non essere capace di sopportare questi “effetti secondari”, che essi apparvero considerare come trascurabili – sposando a questo proposito il discorso della maggior parte degli psichiatri. “Sei un fifone: non hai nemmeno il coraggio di prendere questa piccola pillola”, mi disse un giorno mia madre; mostrandomi anche che mi riteneva abbastanza scemo da potermi convincere con un tale argomento.

La mia riluttanza a prendere queste medicazioni era considerata un ulteriore segno della mia malattia psichica

I miei genitori presero l’abitudine a forzarmi a prendere questo prodotto due volte al giorno. Uno mi teneva, l’altro mi forzava ad aprire la bocca. Per i miei fratelli, sorella, nonne ed amici di famiglia questo spettacolo era penoso, altrettanto che le interminabili discussioni sull’argomento. Decisamente ero ben bene malato: come spiegare altrimenti una tal resistenza ad un trattamento prescrittomi per il mio bene? Una tale aggressività verso i genitori che mi amavano tanto?

Mi sentivo intrappolato in una situazione senza vie d’uscita. E ben presto il mio comportamento divenne abbastanza da malato da giustificare la diagnosi.

Mi ricordo che in classe mi successe più volte, mentre ruminavo su questa situazione spaventevole, di esclamare all’improvviso un “merda!” a voce alta, che ben presto aveva l’effetto di far crollare dalle risate la classe intera, eccettuati me ed il maestro. Queste mie esplosioni spontanee erano del tutto incontrollabili. E ben inteso erano percepite dai miei compagni di scuola e dal professore, come manifestazioni della malattia.

Lo psichiatra accondiscese a cambiare la medicina. Il Luvatren fu sostituito dal Leponex 8 .

I miei genitori mi minacciavano di farmi internare in una clinica dove queste sostanze mi sarebbero state iniettate. Dopo qualche mese, decisi di far credere di aver ceduto, per sputare le pillole di nascosto.

Sfortunatamente non mi era sempre possibile risputare le pillole prima che cominciassero a sciogliersi in bocca. Il Leponex si scioglieva rapidamente e spesso una metà era già fuso in bocca prima che potessi sputarlo. Conseguenza: il mio corpo recepiva il medicamento a dosi non regolari, il che forse aggravò ancor più i suoi effetti.

Cambiai scuola, fui messi in una classe detta 𠇍’adattamento”, in compagnia di altri ragazzi “con problemi” – non ho mai saputo quali problemi precisamente, era una classe come le altre, piuttosto simpatica. Ma il maestro aveva delle maniere rudi. Mi prese in antipatia fin dai primi giorni.

Il neurolettico mi aveva cambiato, psicologicamente e fisicamente. Ero enormemente ingrassato, il che era nuovo per me: fino allora ero stato un ragazzo svelto e molto agile, il primo in ginnastica artistica. Questo era finito: esercizi come arrampicarmi sulle pertiche oramai mi erano impossibili; inoltre dovevo sopportare nomignoli che si riserva a persone con ciccia: grassone, mollusco ecc.

Me ne lamentavo con mia madre, che mi ripeteva che a questo proposito lo psichiatra era categorico: il mio aumento di peso non aveva rapporto con le medicine.

Adesso nessun medico nega più che i neurolettici fanno ingrassare. E' un’evidenza: poiché hanno un effetto sedativo risultano diminuiti i consumi energetici dell’organismo, che quindi può mettere da parte una più grande quantità di grassi.

Gli effetti delle medicine sul mio stato psichico erano ancor più cattivi, ma più difficili da misurare, da pesare ...

Il mio professore di classe non si privava della soddisfazione di dire che mi trovava antipatico, che non avevo spirito. E probabilmente era vero che non ero d’approccio simpatico. Ma è difficile essere allegri, simpatici, gioviali, quando una sostanza chimica altera la vostra personalità

Una volta per settimana mia madre mi conduceva dallo psichiatra, che detestavo ancora di più che nel nostro primo incontro. La maggior parte delle sedute le passava a guardarmi in silenzio. Io non avevo niente da dirgli. Ho tentato qualche volta di spiegargli che non sopportavo le medicine, ma non trovavo le parole per esprimere ciò che esse mi facevano. Credo di avergli detto, semplicemente, “mi sento disgustoso”. Ma mi era intollerabile anche il semplice fatto di parlargli.

Mi ossessionava, in classe a scuola ripensavo a lui, perciò ero ancor più incapace di stare ad ascoltare il professore. Mi ricordo che una volta, nel bel mezzo della lezione, mimavo la sua maniera di fissarmi, feci una smorfia profonda, mi sporsi in avanti fissando il muro con un ghigno orribile. Il professore, vedendomi, mi richiamò duramente: “ma che fai, ma no!”. I miei compagni scoppiarono dalle risate.

Mi succedeva parimenti di muovere le labbra pensando fortemente a insulti da rivolgere ai miei genitori e allo psichiatra. Questi fatti erano molto spesso incontrollabili. La mia psicosi si costruiva.

Mi ritrovai infine in uno stato peggiore della disperazione: l’indifferenza totale. La mia vita non aveva più senso, desideravo porvi fine. Presi la decisione tranquillamente, senza pormi altra domanda se non quale modo usare. Dopo alcuni giorni di riflessione, decisi di avvelenarmi proprio con le medicine che mi si forzava a prendere. Non dubitai nemmeno un secondo che una grossa dose non mi avrebbe ucciso. Mi bastava quindi sottrarre la scatola, una sera ingurgitarla tutta, aggiungendo una dozzina di pillole che avevo nascoste dopo averle sputate.

Decisi che avrei fatto la cosa un mercoledì sera, dato che il giovedì era allora di vacanza per le scuole. I miei genitori quindi non si sarebbero inquietati vedendo che non mi alzavo, il che avrebbe lasciato alle medicine il tempo di fare effetto.

La sera in questione, redassi un piccolo scritto che misi sotto il cuscino, molto breve: “Aver cura dei miei porcellini d’India. Denunciare (il nome dello psichiatra). Dire a (il nome di un amico di scuola) e a (il nome del mio maestro di scuola) che essi non sono responsabili.”

Mi misi a letto, inghiottii le pillole una dietro l’altra, attesi tranquillamente il sonno eterno. Non avevo alcuna apprensione. Credo che mi posi vagamente la domanda se ci fosse una vita dopo la morte, dicendomi che l’avrei ben visto.

Questa indifferenza era certamente dovuta all’effetto delle medicine. E anche al fatto che, proprio vero, non rimpiangevo niente di quel che lasciavo dietro di me. E’ stato il Leponex che ha fallito ad uccidermi.

Sono sopravvissuto, ma i miei fratelli e sorella (dormivamo tutti nella stessa stanza) trascorsero una notte dura. Mi raccontarono poi che incominciai ad urlare nel sonno, preso da un terrore panico, senza che si potesse riuscire a svegliarmi. Non mi calmai che all’alba. E mi risvegliai verso le quattro del pomeriggio. Sembra che esclamai: “Merda! Sono ancora qui!”.

Solo più tardi mia madre trovò il foglio che avevo lasciato sotto il cuscino.

Sia lo psichiatra che i miei genitori decisero di proseguire il trattamento. Il mio tentativo di suicidio fu considerato una ulteriore prova della mia malattia.

Non feci un nuovo tentativo. Sia come sia, ero troppo apatico per rammaricarmi seriamente di tale “scacco”.

Un pò per caso, scoprii una tecnica per sputare le pillole e facendone sciogliere una minor quantità nella bocca. Bastava aver sempre un chewing-gum tra il labbro e la gengiva. Quando i miei genitori mi portavano la medicina, la prendevo senza protestare, poi, con discrezione, l’avviluppavo nel chewing-gum con la punta della lingua. Sputavo il tutto quando ero solo, nascondendolo in una scatoletta nascosta nell’armadio riservati ai miei effetti personali. Avviluppata dal chewing-gum, la pillola fondeva poco, ottenendo che solo una quantità molto piccola di prodotto raggiungesse il mio organismo.

Mia madre si accorse che stavo meglio. E gridò vittoria, dicendomi che era davanti ai miei occhi la prova che aveva avuto ragione ad impormi quella medicina. Le mostrai allora la scatola dove avevo conservato le pillole. Ella accusò il colpo, poi si rivolse allo psichiatra, che dichiarò che una tale combattività in me era buon segno. E consentì infine a liberarmi di quelle pillole.

Avevo vinto. Perdetti rapidamente parecchi chili e recuperai una parte della mia agilità (solo una parte).

Ma il medicamento aveva lasciato delle conseguenze. Dopo essere stato per più di un anno terribilmente amorfo ed insensibile, mi riscoprii all’improvviso una sensibilità a fior di pelle, una emotività esagerata, che mi avrebbe causato per il prosieguo problemi terribili.



Capitolo sesto

CONSEGUENZE DA NEUROLETTICI ?

Gli psichiatri onesti oggi riconoscono che i neurolettici possono lasciare delle conseguenze. Esempio: può apparire una affezione chiamata “discinesia tardiva”, caratterizzata da movimenti incontrollabili della maschera facciale, che fa far smorfie al paziente senza che lo voglia. Sparisce spesso se si cessa il trattamento. Ma il 2% (secondo le stime più ottimiste) dei trattamenti causa una discinesia tardiva irreversibile

Beninteso mi sono domandato se ero stato colpito da una tale turbativa e ho, alcuni anni fa, voluto togliermi il dubbio. Ho chiesto ad un neurologo di esaminarmi per dirmi se soffrivo o no di una affezione rassomigliante alla discinesia tardiva. Il suo responso è stato, dopo avermi esaminato coscienziosamente, un no categorico. Sia il mio sistema nervoso che il mio encefalogramma sono perfettamente sani.

Ciononostante quel trattamento mi ha procurato delle conseguenze durevoli. Aver dovuto subire così giovane, poco prima dell’adolescenza, la sofferenza provocata da neurolettici, ha perturbato il mio sviluppo psichico, il che mi causerà ripercussioni per tutta la vita.

Una delle conseguenze più drammatica e più persistente di questo trattamento, è quella che ho chiamato “le microcrisi”. Regolarmente, più volte al giorno, sono preso da crisi di panico intenso, che durano solo alcuni secondi, ma sono sufficienti a che il mio corpo sia attraversato da un dolore sordo che mi spinge a far smorfie orribili e spesso ad emettere gridi. Dopo pochi secondi mi riprendo completamente. Questo mi succede soprattutto quando sono solo. In compagnia mi controllo meglio. Le mie smorfie sono contenute, i miei gridi anche, ma talvolta chi mi sta di fronte percepisce un breve luccichio di panico nel mio sguardo, e mi domanda cosa mi succede.

Questi brevi rigurgiti di sofferenza si innescano se penso a una delle innumerevoli cose che vorrei invece dimenticare. Spesso, sono ricordi di umiliazioni: per esempio ripenso ad una lotta in cui sono stato umiliato da un altro scolaro più grande e più forte di me. Oppure a circostanze qualsiasi ma in cui mi sono sentito ridicolo, sminuito. Oppure ad incidenti in cantiere in cui ho talvolta rischiato la vita.... O a qualsiasi altro ricordo spiacevole...

Chi non ha ricordi spiacevoli rifugiati nella memoria ? Obbiettivamente è assurdo che io mi lasci tormentare da ricordi così lontani. Ma è proprio in questo che consiste, oramai da un quarto di secolo, la mia turbativa. Questa ipersensibilità malata è apparsa dopo un anno di trattamento al Leponex e non mi ha più lasciato. Credo che sia una conseguenza del trattamento.

Ancor oggi trovo allucinante che si possa infliggere tali sofferenze ad un ragazzo sostenendo di voler “fare il suo bene”.

Il mio non è un caso isolato. Ho, parecchio tempo dopo, incontrato persone a cui erano stati imposti neurolettici ancor prima, come età, di me: prima di avere cinque anni. Anche essi ne conservano le stimmate.

Nel marzo 2000, uno psichiatra di Friburgo mi ha detto che le “psicosi infantili” sarebbero “in aumento”.... Altri ragazzini saranno dunque trattati con neurolettici. E avranno, per difendersi, ancor meno mezzi di quanti ne avevo io a dodici anni.

Talvolta mi domando cosa hanno potuto provare le persone che nel sedicesimo secolo, tentavano di dissuadere i medici dal fare salassi ai loro pazienti nel tentativo di togliere una malattia infettiva. Si sarà loro replicato, probabilmente, che il medico era un uomo di scienza, che egli sapeva cosa stava facendo. Quando il paziente moriva, si diceva loro che era morto malgrado il trattamento, nonostante che spesso egli sarebbe potuto guarire se il medico non fosse intervenuto.

Credo che tali persone hanno dovuto provare quel che provo io quando penso ai fanciulli dichiarati “psicotici” e sottomessi ad una medicazione dagli effetti così spesso catastrofici...

Il fatto che la mia malattia sia stata innescata dai trattamenti che mi hanno inflitto, non cambia molto del fatto che, dall’età di 14 anni, ero ormai un vero malato psichico. Ero percorso da complessi assurdi, da emozioni irrazionali e incontrollabili. Il mio stato era immediatamente visibile, a causa del modo del tutto trascurato in cui trattavo il mio corpo: non mi lavavo mai, davo fastidio ai miei compagni di classe per il mio odore, avevo spesso delle crisi di pianto incontrollate, e incontrollabili, in piena classe. I miei intenti e ragionamenti erano spesso incomprensibili. I miei risultati scolastici mediocri, la mia calligrafia spaventevole.

Paradossalmente, nonostante tutto passavo per un ragazzo intelligente: avevo allora una buonissima memoria, una cultura generale apprezzabile, un talento riconosciuto in compilare temi (malgrado la mia calligrafia) e la facoltà di porre domande intelligenti. Il che faceva scuotere la testa ai miei professori, increduli che questo ragazzo secondo tutti i segni dotato, persistesse invece a sciupare tutte le sue possibilità. Tanto più che da molti punti di vista ero un privilegiato: i miei genitori godevano una situazione economica confortevole ed era evidente che mi amavano. Gli scolari di origine più modesta, provavano, per il figlio di ricchi e stravagante com'ero, un misto d'incomprensione e di disprezzo.

Risparmierò al lettore i dettagli della mia biografia. Ricordo solo che ho continuato la scuola fino a 18 anni, gli ultimi due in una scuola privata. Ho fatto poi il lavoratore nell'agricoltura, poi nei cantieri edili, prima di partire per un lungo viaggio in Africa, da dove tornai un anno dopo in uno stato che non lasciava alcun dubbio sulla mia malattia.

Per quanto possa sembrare sorprendente, sono stato, dai quattordici anni in poi, un osservatore lucido della mia malattia. Ne conoscevo i meccanismi, che ho esplorato cercando di combatterli. Sono riuscito solo parzialmente a controllarli, tutt'oggi ne soffro ancora quotidianamente. Il mio animo è ogni giorno attraversato da pensieri sinistri, che mi increspano il volto mio malgrado. Sono anche una persona collerica, a cui senza un motivo visibile sale la mosca al naso, per cui qualsiasi vita sociale è impossibile. Vivo di una rimessa dell'assicurazione d'invalidità, ma spero malgrado tutto di trovare un giorno il modo di reinserirmi professionalmente.

Sono persuaso che la schizofrenia sia guaribile. Ma questa guarigione non è mai semplice: ciascuna malattia, come ciascuna persona, è unica; ciascuno deve trovare la propria via per guarire. Non tutti ci riescono. Ma ognuno ha la possibilità di riuscirci.



Capitolo settimo

ODIO DI SE STESSO

Fin da molto piccolo mi sono detestato, mi sono considerato spregevole; di conseguenza ho supposto che la maggior parte delle persone mi detestassero pure loro. E non credo di essere un caso isolato: questo tratto del carattere si ritrova, sotto forme diverse, in molte persone affette da schizofrenia, da maniaco-depressione, da depressione.

Negli schizofrenici questa cattiva stima di se stessi non è sempre visibile. Invece, sono spesso presi da megalomania durante le loro crisi. Essi si considerano allora al centro del mondo, credono che tutto ruota attorno a loro. Ma questa è una reazione. Il delirio megalomane è, nell'incoscio del malato, una maniera di sublimare l'odio di sé stesso. E' una fuga che permette ad un animo tormentato di rovesciare una situazione diventata intollerabile.

Ad ogni modo è quel che mi è successo. Verso i dieci anni fantasticavo talvolta che la scuola che frequentavo andasse a fuoco, che tutti i miei professori e condiscepoli fossero rinchiusi in una grande sala e minacciati d'asfissia, ma che io da solo riuscissi a prendere un estintore e spegnere l'incendio. Il che mi permetteva finalmente di guadagnare la stima dei miei conoscenti.

Beninteso era una fantasia, ero perfettamente cosciente che non sarebbe mai successo. Ma una fantasia che non mi ha mai abbandonato, che è risorta sotto altre forme. In Africa, ho creduto che le divinità mi avessero scelto per cacciar via la miseria dalla superficie della terra.

Non ho perciò nessuna difficoltà a capire i malati che si ritengono ad es. Gesù, salvatore supremo della tradizione cristiana. Semplicemente sono persone che fuggono nel sogno, che si inventano una identità prestigiosa nella speranza di essere perciò amati dal loro prossimo. Affermare che il loro stato sia il risultato di una malattia ereditaria mi appare aberrante.

Un altro elemento importante è venuto fuori nel corso della mia adolescenza: il blocco sessuale. Avevo delle pulsioni sessuali forti, ma esse si urtavano con barriere psicologiche ancora più forti. Come ho spiegato nei capitoli precedenti, avevo avuto un rapporto stretto, quasi sessuale, con mia madre che era arrivata a costrizioni fisiche prossime alla violazione. Ero pertanto, nella gestione dei miei desideri, inibito quant'altro mai.

Non sono il solo in questa situazione. Questo problema può ugualmente sorgere in giovani che si scoprono tendenze omosessuali, in chi è stato educato a considerare la sessualità come un peccato, ecc. . Ma coloro che hanno subito costrizioni sessuali si trovano, nell'adolescenza, davanti ad un rompicapo: desiderano una cosa che è quasi identica a un'altra per cui hanno sofferto. Questa contraddizione può causare un grosso disordine, contribuire al sorgere di una psicosi o di una depressione.

Per quel che mi riguarda, questo conflitto interno era terribile. Desideravo ardentemente, già a 14 anni, il contatto fisico ed affettivo con ragazze. Ma parallelamente, mi difendevo con energia contro mia madre quando lei cercava il contatto con me. Quando pensavo di tenere una ragazza tra le braccia, provavo vergogna di desiderare quel che mia madre tentava d'impormi. Quando una ragazza mi avvicinava, mi sentivo confusamente spinto a difendermi.

Mi è successo, a diciassette anni, di arrivare quasi a colpire, sotto il mento, col pugno chiuso, una ragazza che desiderava abbracciarmi. Nonostante che mi piacesse! La mia reazione era stata troppo rapida perché potessi ragionare. Nello spazio di una frazione di secondo, avevo pensato: "mi difendo da mia madre. Dunque debbo difendermi anche da lei".

Ella mi guardò per un breve istante con sorpresa, poi girò sui tacchi e se ne andò. Non abbiamo più parlato di questo in seguito, ma a lungo ho rimpianto di averle rifiutato quel bacio.

Due casi simili mi vengono in mente. Su una spiaggia, una ragazza ricevette una manciata di sabbia negli occhi. Se ne andò in lacrime, dandomi dello "stronzo" e maiale. Un'altra, che avevo gratificato di un calcio sui fianchi, si limitò a dire con freddezza: "tu comprerai queste parti!".

E tuttavia i miei sogni erotici erano ben intensi. Che guazzabuglio!

Ero incapace di gestire questo problema con coerenza. Tra i quattordici e i sedici anni non mi lavavo pressoché mai, il farlo mi ripugnava, senza che fossi pienamente cosciente della ragione che mi spingeva a rendermi il meno appetibile possibile. Sapevo che mia madre mi desiderava, ma non giungevo a fare il collegamento tra questo e la mia ripugnanza a lavarmi. Ciononostante mi dispiaceva venire a sapere che emanavo cattivo odore. Invidiavo chi non aveva questo problema, che gioivano pienamente della loro giovinezza.

Da parte di mia madre, non accettavo più nemmeno una semplice pacca sulle spalle. Un tentativo di darmi un bacio sulla guancia l'avrebbe esposta ad un urlo. Esigevo una assenza assoluta di contatto fisico. Ho raggiunto finalmente il mio scopo al sopraggiungere dei 17 anni, in modo molto sgradevole: la mia zia materna e suo marito erano venuti in visita nelle vacanze, davanti loro rimproverai mia madre di desiderarmi sessualmente. In seguito, lei non ha più tentato di sfiorarmi. Credo che abbia improvvisamente preso coscienza di quel che i suoi modi avevano di intollerabile, della differenza tra un contatto fisico affettuoso che un ragazzo può avere per sua madre ed una carezza con carattere sessuale.

Ciononostante ella non ha cessato di amarmi e mi ha sempre, in tutte le circostanze, offerto vitto e alloggio e talvolta aiuto finanziario. Il fatto che abbia creduto bene impormi la camicia di forza chimica è stato forse un suo tentativo di forzarmi a restare il suo bambino piccolo.

In seguito, quando stringevo una relazione sessuale con una ragazza, la attrazione era mescolata a disprezzo. Disprezzavo le mie partners, prendevo il mio piacere senza impegnarmi in sentimenti, cosa che loro finivano per percepire. Allora mi lasciavano dichiarando "che io non le amavo".

Le ragazze di cui mi sono sentito più innamorato sono state quelle che sono restate sessualmente inaccessibili. Appena mi accordavano i loro favori, la mia fiamma diminuiva rapidamente.

Finché mia madre non morì, ho dovuto fare sforzi considerevoli per controllarmi ogni volta che parlavo con lei. A volte mi sentivo colpevole di essere così poco amabile con lei. Non ho mai dimenticato che era mia madre, che mi amava enormemente, per quanto in una maniera terribilmente maldestra.

Ora che scrivo queste righe, sono passati tre mesi e pochi giorni dal suo decesso. Non avrei potuto scriverne prima.

(fine del cap. 7)

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NOTE

1 - Per ulteriori precisazioni sui termini impiegati in questo testo, vedere la sezione Definizioni in “annessi” [ndt: prossima traduzione]

2 - Si può comunque contattarmi grazie alle nuove tecniche di comunicazione elettronica [ndt: preferibilmente in lingua francese, oppure in spagnolo o in tedesco]. Il mio indirizzo email è attualmente alterpsy@netcourrier.com  Il mio sito web http://www.alterpsy.org  Queste coordinate potrebbero cambiare in futuro. Ma si potrà sempre trovare il modo di raggiungermi in Internet. Basterà utilizzare un motore di ricerca (altavista, yahoo, ecc.) cercando “fous rebelles” oppure “Schizo Anonyme”, ..

3 - Nome scientifico Haloperidol

4 – Per altri particolari, vedi “modi d’azione dei neurolettici” negli annessi in fondo [ndt: prossima traduzione]

5 – Nome scientifico : Olanzepina

6 – La cura del sonno non è più praticata attualmente nella clinica detta (la clinica Belle-Idée, prima Bel-Air )

7 - Nome scientifico: Moperone. Attualmente non più usato

8 - Il Leponex (Clozapina) è attualmente ancora parecchio utilizzato. Attualmente è prodotto da Novartis. Gli psichiatri assicurano che è uno dei neurolettici che presentano un basso rischio per la discinesia tardiva, questo disturbo che danneggia la coordinazione dei movimenti in circa il 20% dei pazienti trattati con neurolettici (di qualsiasi marca), e che resta anche dopo la fine del trattamento, nel 2% dei casi secondo le stime più ottimiste (nel 4% secondo altre). Però il Leponex provoca danni di altro tipo: può causare la riduzione dei globuli bianchi nel sangue, e per conseguenza in certi casi causarne la morte, ragion per cui i pazienti debbono effettuare dei controlli del sangue ad intervalli regolari (Questo non è stato fatto nel mio caso, perché questo effetto non era ancora noto ) Un medicamento simile al Leponex, lo Zyprexa (Olanzepina), non avrebbe questo inconveniente, è considerato attualmente dagli psichiatri come uno dei neurolettici più promettenti. La società che produce lo Zyprexa, la Eli Lilly, ha investito grosse somme su questo prodotto che vende assai caro ... I principali interessati, per parte loro, confermano che è meno disturbante di un neurolettico classico, quale l'Haldol ad es. .Sempre lamentandosi di stanchezza persistente e di aumento di peso ?

9 - Nome scientifico: Fluopentixol

10 - Nme scientifico: Levopromazina

11 - Haloperidolo (già citato)

12 - Talking Back to Ritalin by Peter R. Breggin, M.D.