Capitoli 11 e 12 (vedi capitoli1-2-3-4-5-6-7) e (capitoli 8-9-10 )(il testo originale è in "Les Fous Rebelles")

Pas si fou cap 11-12

Capitolo undicesimo

AFRICA

Il denaro che avevo economizzato lavorando nei cantieri era sufficiente per il viaggio, perché allora spendevo poco, anche perché vivevo ancora in parte con i genitori.

Ma tra la mia decisione di partire e la mia effettiva partenza passarono parecchi mesi. Mi ero innamorato follemente di una ragazza che per certi aspetti mi rassomigliava. Come me, era in aperta rivolta contro i genitori, ma restando molto attaccata a loro. Come me, leggeva di tutto, interessata ad una quantità di cose disparate, passavamo ore a chiacchierarne. Con lei la mia difficoltà a comunicare scompariva. Sfortunatamente, era lesbica. Dopo aver tentato di ricominciare gli studi al collegio per restarle vicino, partii ugualmente per l’Africa, pochi mesi dopo aver compiuto venti anni.

E’ chiaro che i miei genitori si erano inquietati per il mio proposito, molto poco ragionevole, di partire per un viaggio non breve, invece di stare ad interessarmi di costruire il mio avvenire professionale. Ma l’idea di questo ampio giro in Africa mi affascinava tanto che non potevo rinunciarci. La vita in Svizzera mi appariva insopportabile, dal momento che attribuivo il mio mal vivere alla società a cui appartenevo. Sapevo che questo viaggio comportava dei rischi, ma questo non faceva che pungolare di più la mia sete giovanile d’avventure.

I miei rapporti con padre e madre erano un po’ migliorati. Loro adesso erano decisamente più felici che durante la mia infanzia e facevano una bella vita.

Promisi di scrivere e partii per Marsiglia, per andare ad imbarcarmi per il Nord Africa.

Risparmierò al lettore il resoconto dettagliato del mio lungo giro. Ho fatto due viaggi: il primo attraverso la Tunisia, l’Egitto ed Israele. Il secondo in Algeria, Nigeria, Burkina (che si chiamava Alto-Volta), Costa d’Avorio e Gana. Tra questi due peripli, tornai un mese in Europa per far visita a mia nonna, molto malata, che fu contentissima di vedermi.

Percorsi la Tunisia in autobus ed autostop. Ci passai otto settimane; fui affascinato dalla cultura magrebina, dalla sua tradizione d’ospitalità, dalla sua arte del vivere. Ebbi anche l’occasione di costatare fatti di crudeltà della dittatura che vigeva. In seguito ad una operazione terroristica teleguidata dalla Libia (un commando aveva tentato di prendere il potere nella città di Gafsa), il paese era stato posto in stato d’assedio. Vidi agenti di polizia colpire un vecchio nel mezzo della strada. Mi è anche accaduto di passare una notte in un posto di polizia per essere stato trovato fuori dopo l’ora del coprifuoco. Ho assistito all’interrogatorio di un uomo anziano, che dopo due ore si mise a piangere. Quindi fu condotto in un’altra stanza. Udii dei colpi violenti contro il muro e vidi la faccia di un agente che mi faceva cenno di dormire.

Non avendo potuto ottenere il visto per l’Algeria, presi un volo economico per l’Egitto; mi trattenni al Cairo per due settimane, passando la maggior parte del tempo a passeggiare senza meta per le strade della megalopoli. Poi, spinto dalla curiosità, mi portai in Israele, con il solo scopo di respirare l’aria di questo paese, di cui i giornali parlavano tanto, e che eccitava la mia curiosità. Rientrai poi in Europa a spese della mia famiglia per far visita alla nonna.

Dopo essere riuscito ad ottenere un visto per l’Algeria, ritornai a Marsiglia per imbarcarmi per Algeri, portando con me una bicicletta. Visitai la Kabilia, per discendere verso sud, pedalando in bicicletta lungo la transahariana, ma accettando sempre di salire su un camion se l’autista me lo proponeva.

Ricorderò sempre le due notti che passai nella città sahariana di El Golea. Dormii nei giardini dell’oasi, ma ero risvegliato da marmocchi affascinanti che mi offrivano la colazione “al letto” con il buongiorno delle loro madri.

Arrivato a Tamanrasset, dove terminava la strada asfaltata, contrattai con un camionista per continuare più a sud, attraverso la pista che conduceva al Niger. Viaggiai dietro sul camion, insieme a una dozzina d’algerini e due turisti francesi. E’ stato un percorso affascinante. Una sera abbiamo visto arrivarci addosso grosse nubi nere che galleggiavano basse radenti al suolo. Era una tempesta di sabbia. Quando le nuvole ci raggiunsero, era come se fossimo diventati tutti ciechi. I viaggiatori algerini si sono raggomitolati su sé stessi senza dire una parola, mentre io e i due francesi ci scambiavamo commenti, meravigliati da questo strano avvenimento.

Il giorno dopo, il deserto era tornato calmo ma l’aria era velata da una polvere grigia, acre a respirarsi.

Alcuni giorni dopo, pedalavo attraverso la campagna nigeriana, su una lunga strada che conduce alla capitale, Niamey. Avrei percorso per mesi l’Africa Ovest, senz’altro obbiettivo che quello d’impregnarmi dell’atmosfera di questo continente, senza mai mancare un’occasione di parlare con gli abitanti.

Dormivo all’aperto, oppure ospitato da persone che mi offrivano spontaneamente ospitalità, a cui quando partivo lasciavo qualche moneta. Questa avventura mi affascinava. Amavo l'atmosfera serena che circola nei villaggi africani. Ero rallegrato in più da tutti i ragazzi, che mi affascinavano per la vivacità di spirito e per l'assenza di timidezza di fronte allo straniero.

Poter dimenticare gli ambienti della mia infanzia per lunghi intervalli curava il mio mal di vivere, ma pensavo incessantemente all'inevitabile ritorno. Scrivevo regolarmente lunghe lettere ai genitori, che comunque erano un po’ infastiditi dalle preoccupazioni che davo loro.

Nei primi giorni del novembre 1980, percorrevo la Costa d'Avorio, in direzione del Gana. La fitta foresta equatoriale mi affascinava. E questo fascino fece scattare in me un delirio che, pochi giorni dopo, mi avrebbe fatto ritrovare in un ospedale psichiatrico.



Capitolo dodicesimo

DELIRIO

Un delirio schizofrenico è, come ho già detto nei capitoli precedenti, una fuga nell'irreale. Nel mio caso, la mia fuga era già cominciata con la decisione d'intraprendere questo viaggio. Partire così, senza scopo, verso paesi di cui ignoravo tutto, era stato un tentativo di scappare da una vita che mi appariva insipida spenta affatto interessante (non arriverò a sostenere che ogni persona che fa simili viaggi fa una fuga. Ma nel mio caso era stato così).

Il piacere che provavo a scoprire l'Africa non era affatto sminuito da questa mia situazione. D'altronde erano anni che sognavo questo viaggio. Ma l'avevo intrapreso nella speranza illusoria di sfuggire a questo mal di vivere spaventoso in cui maceravo fin dai 14 anni.

Ma, è ovvio, i miei tormenti continuavano. E, non potendo continuare a fuggire ancora su un piano geografico, scelsi, senza esserne cosciente al momento, di continuare la fuga nell'immaginario.

Una sera, mentre aspettavo il sonno sdraiato sotto una palma, su un materassino di gomma piuma che mi portavo dietro sul portabagagli, pensavo intensamente alle sofferenze innominabili a cui fa fronte il genere umano: malattie, catastrofi naturali, guerre, dittature, miserie … E mi dissi all'improvviso che tutte queste sofferenze sarebbero per forza finite un giorno, un giorno lontano nel futuro in cui un eden terrestre fosse costruito. Questa "rivelazione" mi riempì subito di una gioia intensa, mi addormentai con un sentimento di meraviglia beata, che era ancora presente al mio risveglio.

Ripensandoci con distacco, si può dire che si è trattato di una specie di illuminazione mistica, abbastanza frequente nei giovani. Questi squarci di misticismo hanno spesso una coloritura religiosa, generalmente non sono pericolosi. Si traducono talvolta in una adesione ad una fede religiosa. Il convertito dirà, per es., che "Gesù gli ha parlato", che ha "sentito la presenza di Dio"…

Nel mio caso fu come se mi fossi convertito all'improvviso ad una religione che avessi inventato proprio allora. Credetti che il mio impulso a partire per il viaggio mi fosse stato suggerito dall'al di là, che mi sarebbe bastato proseguire il viaggio per ricevere una rivelazione: l'al di là mi guidava, ne ero convinto …

Bisogna dire che non avevo ricevuto una educazione religiosa: la mia famiglia era agnostica. La mia illuminazione mistica prendeva prestiti dai differenti discorsi religiosi di cui avevo udito in vita, ma senza basarsi su nessuna convinzione precedente.

Al contrario dei cristiani evangelisti, non credevo ad una prossima apocalisse seguita, nell'al di là, da una Redenzione. Mi immaginavo piuttosto un paradiso terrestre futuro che si sarebbe costruito a poco a poco sulla terra, dove chi era morto da tempo finalmente sarebbe tornato in vita, mentre le malattie e le sofferenze sarebbero scomparse, eccetera ...

Ero convinto non solo che l'al di là mi guidava, ma anche che io sarei stato il suo strumento. Così il mio delirio calmava tutte le mie sofferenze. Portava rimedio sia alle mie preoccupazioni sullo stato del mondo, quanto ai miei complessi personali di ritenermi incapace e non amato.

A farla breve la mia follia risolveva - molto provvisoriamente - tutto quel che avevo accumulato come ferite dell'anima.

Beninteso, allora ero a leghe di distanza da questa lucidità.

All'indomani della mia illuminazione notturna ripresi la mia strada e all'inizio della sera arrivai alla frontiera tra la Costa d'Avorio e il Gana.

Quel momento mi appariva straordinariamente solenne: il Gana aveva per me un significato particolare. Una mia amica molto cara, che conoscevo in Svizzera, aveva il padre ganeano, ma non aveva ancora visitato questo paese. Sapevo anche che il Gana stava attraversando un periodo d'instabilità politica, molte persone incontrate sulla strada mi avevano sconsigliato di entrarci. Ma il timore che questi avvisi avevano suscitato in me, era svaporato grazie allo stato mistico in cui in ora ero immerso.

Bisogna dire che il paesaggio era pittoresco. Le due nazioni sono in quel punto separate da una laguna, che bisognava attraversare su una piccola imbarcazione che faceva da navetta.

Domandai il prezzo del passaggio. Mi si rispose 5000 franchi CFA. Sapendo che il prezzo chiesto agli europei era spesso esagerato, proposi 500. Alla fine ne pagai 1500. Ma interpretai il fatto che mi fosse stato concesso un tale sconto come una prova che l'al-di-là era al mio fianco.

Dopo aver fatto vistare il mio passaporto al doganiere ganeano, ripresi a pedalare su una strada bitumata, sorpassato ogni tanto da tassì-della-savana dipinti a colori vivaci, pieni di gente. Pedalai fino al cader della notte. Allora, una vettura mi si fermò davanti. L'autista mi chiese se avevo dove passare la notte, mi offrì di pernottare da lui. Durante tutto il mio viaggio avevo ricevuto simili inviti spontanei, e così avevo dormito all'aperto solo una notte su due.

Egli viveva con tre amici. Mi offrono un materasso e mi lasciarono dormire pressoché senza pormi domande. Risvegliandomi il giorno dopo, era già giorno avanzato. I miei ospiti erano partiti. Ma dei ragazzi mi aiutarono a ricaricare i miei bagagli sulla bicicletta e mi fecero grandi sorrisi di saluto quando ripresi la strada. L'ospitalità degli abitanti di questa regione (i Fantis) era decisamente sconvolgente …

Sul finire del mezzogiorno, mi fermai in un villaggio costituito da alcune capanne per chiedere qualcosa da mangiare. Mi fu subito dato un piatto di "foutou", una pasta di banane plantain [ndt: una varietà di banane che si mangiano cotte] e di cereali, che si bagna in una salsa a base di pesce o carne e che si mangia con le mani. Mangiavo con buon appetito, sotto gli occhi profondamente amichevoli di due uomini e di una donna che si accontentavano di sorridere: era chiaro che non conoscevano l'inglese, ma avevano ben indovinato che avevo fame, dalla mimica che aveva accompagnato il mio chiedere.

Tirai fuori di tasca della moneta che volevo offrir loro, ma rifiutarono decisamente, con un sorriso ancora più grande … Erano visibilmente lusingati di aver offerto un pranzo ad un viaggiatore venuto da così lontano.

Mi congedai un po’ emozionato e ripartii. Nel mio spirito un pò annebbiato dal delirio nascente, la meraviglia si mescolava ad una vergogna di fondo: non ero un rappresentante del mondo ricco che viveva sfruttando - in quegli anni le mie letture d'estrema sinistra me ne avevano persuaso - la loro miseria ?

Questa idea fissa si doveva leggere nel mio sguardo e nel mio comportamento. Poco oltre il villaggio in cui avevo mangiato, incrociai due ragazze e volevo parlar loro. Ma vedendo la mia espressione, una delle due prese un'aria spaventata e mi disse "vai !" con tono di comando, facendomi segno di ripartire. Il che feci.

Incrociai altre persone, ma non volevo spaventarle, avevo deciso di non guardarle, di fare come se fossero trasparenti. Questo modo di fare faceva scattare crisi di riso folle. Continuai così fino al cader della notte. Continuavo ad incrociare persone nell'oscurità sempre più fonda. Non ridevano più: gettavano grida incomprensibili, ero persuaso che lo facessero allo scopo di mettermi paura. Non mi venne in mente che probabilmente stavano cercando solo di parlarmi nella loro lingua.

Non avevo più che un pensiero: sfuggire da questo ambiente così estraneo a me, raggiungere una grande città … Decisi perciò che mi conveniva continuare a pedalare fino all'alba ed arrivare a Takoradi, che sapevo la città più vicina ..

A questo punto giunsi in un villaggio illuminato da lampade elettriche, il che era un'eccezione in quella regione del Gana (almeno allora).

Era Nuba, quel villaggio in cui fui accolto, come ho raccontato nei primi capitoli, da abitanti che tentarono di aiutarmi prima di chiedere alla polizia di prendermi in carico.

Mi ricordo ancora le smorfie deliranti a cui mi lasciai andare il giorno dopo, aggirandomi nudo nei dintorni del villaggio, chiedendo cibo ma gettandolo via nella foresta appena me lo si dava …

Mi sarebbe molto difficile spiegare in maniera coerente quali pensieri seguissi mentre facevo un discorso delirante agli abitanti del villaggio, che facevano cerchio intorno a me guardandomi con curiosità e sgomento.

Ad un certo momento tirai fuori da una delle mie tasche una moneta del Mali (cento franchi del Mali) con effigiati frutti di mais con la scritta "Sviluppiamo la produzione. Nutrimento per tutti". La gettai a terra convinto che la moneta avesse proprietà magiche e che tale mio semplice gesto sarebbe bastato a liberare il mondo dalla miseria e dalla fame.

Aprii anche la patta dei pantaloni e urinai sul suolo, ugualmente persuaso che le mie urine avessero virtù soprannaturali.

Ora che scrivo queste righe, quasi 20 anni dopo e ben guarito dalle fantasie messianiche di allora, posso considerare la cosa freddamente: questa idea assurda di essere il salvatore del mondo era un risorgere della fantasia che avevo fatto da ragazzo, l'immaginarmi di star spegnendo un incendio nella scuola, salvare la vita ai professori e ai miei compagni, ottenere così la loro stima e la loro amicizia. Questa fantasia di essere un "salvatore" non mi aveva mai lasciato del tutto, ed era rinata ora sotto nuova forma. Il caldo, l'essere straniero, forse anche aver preso una forma di febbre delle paludi, oltre la mia immaginazione strabordante, avevano fatto il resto.

Probabilmente il fatto di essere stato indebolito psicologicamente dal trattamento con neurolettici subito in passato per alcuni anni, ha giocato anch'esso un ruolo nel far scattare questa follia … Lo credo, ma non posso provarlo.

Non mi sono dimenticato del tragitto fatto, accompagnato da alcuni poliziotti, nel tassì-della-savana che mi ha condotto all'ospedale di Cape Coast, dopo una sosta prolungata in un commissariato. Il mio comportamento faceva spettacolo. Preso da una ispirazione improvvisa, mi sono messo a cantare a squarciagola il vecchio inno nazionale dell'Alto-Volta: "Fiero Volta dei nostri avi …". Giunto al commissariato, scorsi un secchio contenente un fondo di urina. Forse usciva da qualche cella …Con l'ispirazione di un attimo, presi il secchio e ne bevvi il contenuto tutto d'un fiato, davanti gli sguardi stupiti dei poliziotti.

Questo atto insensato, come tutti quelli a cui mi ero dedicato dopo l'inizio della mia crisi, aveva nella mia mente una logica che mi è difficile ricostruire ora, dato il tempo oramai molto distante. Credo di ricordarmi che in quei momenti fossi persuaso di trovarmi come in un altro universo, in cui fossi stato proiettato da qualche strana magia. Un universo in cui le regole che avevo imparato prima non valevano più. Ma in cui tutto quel che immaginavo fosse di per sé per forza vero. Accorgendomi di quel secchio, avevo immaginato subito che beverne il contenuto mi avrebbe apportato dei vantaggi.

La clinica psichiatrica di Cape Coast a prima vista appariva un posto piacevole. Era un grande spazio circondato da reticolato, in cui i padiglioni riservati ai malati erano grandi costruzioni quadrate di un piano, con ciascuna un gran cortile a cielo aperto al centro. Le camere dei malati avevano finestre munite di sbarre verso lo spazio esterno, le porte davano nel cortile. L'accesso ai padiglioni era tramite un pesante portone metallico.

Ma il ricordo che conservo del mio arrivo al padiglione in cui avrei soggiornato è certamente diverso: l'immagine che resta profonda nel mio spirito è quella di una giovane infermiera sorridente che veniva verso me tenendo nelle mani una siringa enorme, lunga almeno un cinquanta centimetri !

Ritengo di aver passato alcuni giorni seguenti in uno stato che si potrebbe chiamare di "dormire da svegli". Ero in piedi, probabilmente come un sonnambulo, lasciandomi nutrire (probabilmente imboccato come i neonati), ma non ero affatto cosciente.

Questo stato cessò un bel mattino, che ero seduto nel cortile. Mi accorsi all'improvviso che ero vestito con un'uniforme che rassomigliava ad un pigiama, con l'iscrizione "Ankaful Mental Hospital. Property of Ghana. Not be taken away." (Ospedale Psichiatrico di Ankaful. Proprietà del Gana. Non portarlo via).

Mi guardai intorno e vidi altri vestiti allo stesso modo. Alcuni parlavano tra di loro in lingua fantis, altri, immobili o camminanti in un avanti-e-indietro, apparivano perduti nei loro pensieri… Scorsi poi un uomo vestito normalmente: era un infermiere che usciva dalla camera di un malato, a cui aveva forse somministrato un medicamento (in quell'ospedale, gli infermieri non avevano camice bianco, erano i malati che avevano un'uniforme).

Ero esterrefatto: che mi era successo? Mi ricordavo del mio delirio, ma non realizzavo che fosse un delirio. Nemmeno l'iscrizione "Ankaful Mental Hospital", nonostante ben chiara, era sufficiente a farmi capire che ero dentro un ospedale psichiatrico .. Credevo che l'al-di-là mi avesse mandato in un nuovo viaggio.

Dopo essermi considerato un inviato dell'al-di-là, ero incapace di ammettere che non ero che un malato.

E' stato solo dopo il mio ritorno in Svizzera, in un ambiente più familiare, dopo alcune settimane in clinica, che ammisi l'evidenza: ero stato preso da un delirio. Continuai tuttavia a rifiutare qualsiasi trattamento medico. Ero stato trattato con il Fluanxol 9, uno dei neurolettici più forti. Mi è stato utile per uscire dalla crisi. Ma continuare a prenderlo a scopo preventivo, per evitare che una crisi simile si producesse di nuovo, sarebbe stato assurdo. Su questo i fatti mi hanno dato ragione: non sono più ricaduto in un delirio così spettacolare.

Mi fu anche consigliato di fare una psicoterapia. Ho ugualmente rifiutato, perché temevo che lo psichiatra mi avrebbe tentato di forzarmi ad accettare un medicamento. Se mi fosse stato proposto di fare una psicoterapia senza medicine, probabilmente l'avrei accettato.

Lo svezzamento dal medicamento è stato più duro del previsto: per alcune settimane sono stato assalito da angosce indescrivibili - smettere bruscamente un trattamento è molto difficile. E' preferibile ridurre progressivamente le dosi.

(fine capitolo 12)