
Pas si fou Capitoli 13-14-15 (fine)
(vedi precedenti capitoli1-2-3-4-5-6-7) e (capitoli 8-9-10 ) e (capitoli11-12) (il testo originale è in "Les Fous Rebelles")
Capitolo 13
RICADUTE
Sono oramai passati 20 anni tra il momento di eccesso di follia sopradescritto e ora che scrivo queste righe. Non sono più ritornato in clinica psichiatrica. Ma il malessere che è stato all'origine del mio delirio è sempre presente: soffro quotidianamente di queste "microcrisi" che ricoprono come uno smalto la mia vita di tutti i giorni da quando avevo 15 anni.
Mi hanno seguito, queste microcrisi, per tutto il tragitto di una vita fatta più di bassi che di alti. Mi rendono il concentrarmi difficile, costituiscono un handicap costante.
Mi è successo di avere in pubblico degli accessi di furore spettacolari, un po’ come certi barboni alcolizzati, ubriachi di solitudine, di rancori, di frustrazioni (ma non colpisco mai nessuno).
Una crisi particolarmente impressionante ebbe luogo quando avevo 26 anni. Avevo appena cominciato una relazione con una ragazza che mi amava molto, ma era molto contrariata dalla mia negligenza nel vestire, dal mio disordine, dalla mia maniera d'essere, e minacciava di lasciarmi se non cambiavo. Ella formulava senza pausa richieste che mi apparivano assurde: di condividere il suo interesse per la religione, di stare sempre ben dritto, ecc. Gli spasmi nervosi che mi deformavano talvolta il volto durante le "microcrisi", le erano insopportabili.
Desideravo continuare a stare con lei, ma mi era difficile conformarmi ai suoi desideri. Non la finiva mai di darmi ordini, di chiedermi di stare più dritto, di camminare in maniera meno molle, più elegante … Certamente non era fatta per me. Ma questa relazione aveva per me una importanza enorme: tramite lei speravo di riconciliarmi col mondo, sfuggire alla solitudine.
Una sera , il suo atteggiamento mi apparve altero, disprezzante. Mi rimproverò qualcosa. Non sapevo come rispondere giustamente. Indubbiamente ella aveva interpretato male alcuni miei atteggiamenti.
Assistevamo ad uno spettacolo teatrale, c'era anche mia madre, con cui mi sforzavo di mantenere una relazione normale, nonostante la difficoltà che avevo a questo riguardo.
Durante lo spettacolo, la mia amica mi intimò di tenermi dritto, "per rispetto verso gli attori". Ciò mi fece uscire fuori di me. Nell'intervallo fui preso da una crisi di furore incontrollabile, e mi diedi, in pochi secondi, a smorfiare i presenti come avevo fatto in precedenza con gli abitanti di quel villaggio in Ganea. Con una differenza, che adesso non mi consideravo un inviato dell' al-di-là. Mi contentai di indirizzare al pubblico qualche insulto collettivo come "siete tutti dei coglioni", poi lasciai la sala.
Mi è impossibile spiegare, a chi non ha conosciuto questo tipo di turbativa, la “logica” che sottostà a tali comportamenti. Perché non spiegato con calma la mia irritazione alla mia amica ? E perché ho rivolto i miei insulti alla folla, che non c’entrava niente?
La sola spiegazione che posso dare, è che in tali momenti non è la logica ma i sentimenti a prendere il dominio, e i miei sentimenti erano malati.
Chiamai la mia amica il giorno dopo. Ella mi dichiarò che la nostra relazione era terminata. Questa rottura le era dolorosa, ma non riteneva di avere altra scelta. Non si riteneva in grado di sopportare tali mie uscite.
Pochi mesi dopo, disperato per questo scacco, ripresi contatto con le istituzioni psichiatriche. La dottoressa che mi ricevette fu inflessibile: ella non avrebbe potuto fare niente per me se avessi rifiutato di nuovo di prendere gli psicofarmaci neurolettici.
Soffocando la mia riluttanza, finii per accettare. Il prodotto che mi propose, il Fluanxol 9, che avevo già dovuto prendere durante il mio ricovero nella clinica ginevrina, mi aveva lasciato un ricordo meno terribile dei neurolettici che avevo preso da fanciullo. Inoltre mi era conveniente accettare di considerare i miei accessi di follia come una malattia. Perché di fatto mi sentivo molto colpevole di non aver potuto rendere felice una ragazza che non aveva chiesto altro che di potermi amare. Accettare di considerare il mio eccesso di furore come il sintomo di una malattia che potesse essere controllata da medicazioni, consolava la mia coscienza. Nutrivo anche una leggera speranza di poter riallacciare il rapporto con la mia amica. Feci sapere ad un amico comune che avevo accettato di curarmi, che prendevo medicazioni per la mia malattia (Ma a questo proposito le mie speranze restarono insoddisfatte. La mia amica accettò di rivedermi alcune volte, ma poi scelse di annodare una relazione con un altro).
Così dopo alcune settimane mi ritrovai di fronte al dilemma che già conoscevo troppo bene: dover scegliere tra gli effetti Parkinson provocati dal neurolettico o la sofferenza causata dallo svezzamento di questa medicazione. Che, d’altra parte non alleviava in niente il mio mal di vivere. Gli psichiatri diranno che facevo parte della minoranza di pazienti effetti da una psicosi “resistenti ai neurolettici”.
Dovetti dunque scegliere di affrontare un nuovo svezzamento, cioè alcune settimane di angoscia indicibile. Il sapere in partenza che queste angoscie erano dovute allo svezzamento, mi aiutò. Lasciai poi il mio lavoro e, grazie a risparmi precedenti, presi l’aereo per visitare il Perù e il Cile.
Questo viaggio mi ha fatto bene. A dispetto dei terribili problemi di cui l’America del Sud soffre, la gente vi pratica un modo di vivere conviviale, molto gradevole. Sono sempre molto accoglienti rispetto i visitatori europei, il che ha fatto si che, per la prima volta da parecchio tempo, mi sono sentito pienamente accettato.
In Cile, sono stato conturbato dal coraggio dei militanti che combattevano la dittatura militare. Quando sono tornato in Sizzera, ho frequentato organizzazioni di solidarietà con questo paese, e improvvisamente mi è uscita fuori una vocazione di oratore politico. Ho tenuto discorsi infiammati, poco coerenti, ma molto eloquenti, che mi fecero acquistare dapprima una forte stima nella comunità cilena in esilio. Allora però mi resi conto che la mia tendenza alla megalonomia stava risorgendo in una forma più accettabile, ma che riveniva fuori sempre di nuovo. Cominciai allora a prendere le distanze dalle ideologie di estrema sinistra.
E’ stato anche in Cile che conobbi quella che sarebbe diventata la mia donna, e che mi persuase di riprendre gli studi accettando l’aiuto dei miei genitori.
Questo matrimonio non è durato molto. La mia compagna, di fronte alle mie “microcrisi, alla fine ha dovuto chiedere il divorzo, anche per garantire i nostri figli. Ma continuo ad avere un rapporto d’amicizia con lei e il suo nuovo marito.
In seguito ho iniziato la mia carriera di giornalista indipendente. Se i miei articoli, generalmente pagati di volta in volta, non m’hanno reso ricco (è un eufenismo), però mi hanno fatto ottenere un certo riconoscimento: i miei scitti sono stati apprezzati. Ho ottenuto di poter essere fiero d’aver suscitato dibattiti sugli abusi della polizia, sulle sette, sui Sans-Papier, di aver contribuito a smantellare gruppi terroristi d’estrema destra, ecc.. Ma ottenere un contratto di lavoro regolare mi è stato impossibile. Penso perché il mio parlare franco spaventava i caporedattori. Per il momento non collaboro a nessun giornale, ma ho l’intenzione di continuare a scrivere, a fare giornalismo sotto una forma o un’altra.
L’ultimo mio impiego a stipendio è stato creare siti web (ho imparato a farlo da autodidatta). Il mio lavoro è stato riconosciuto soddisfacente, ma i miei superiori hanno giudicato che mi integravo male nel gruppo. Almeno, è stato questo il pretesto avanzato. Avevo fatto tutto il possibile per integrarmi nel gruppo. Ma avevo reagito male alle numerose delazioni di miei colleghi che, come succede in molte aziende, raccontavano cattiverie su di me ai superiori, per paura che io li sopravanzassi. E io non ho avuto sfortunatamente la capacità di partecipare a mia volta a questo gioco ripugnante.
Ho potuto costatare che quando avevo il sentimento, la sensazione, di essere integrato socialmente, le mie “microcrisi” diminuivano nettamente d’intensità.
Capitolo 14
NEUROLETTICI ALL’ETA’ DI QUATTRO ANNI
“Mio figlio, di quattro anni, non mi riconosceva più. Camminava come un robot, ghignava, sbavava continuamente. Ho urlato.” E’ con queste parole che, alcuni anni fa, una donna mi ha parlato di suo figlio, che era stato costretto a prendere neurolettici, perché i responsabili dell’asilo nido dove passava le sue giornate lo avevano trovato troppo irrequieto. I responsabili dell’ospedale infantile di Ginevra gli avevano somministrato del Nozinan10 e Haldol11 .
Questo avvenne nel 1969. Ma tuttora oggi degli infanti possono essere sottoposti a neurolettici. Del resto i responsabili di cliniche psichiatriche parlano di un aumento del numero di casi di psicosi infantile.
Ho incontrato il figlio di questa donna, ora adulto, più volte. La sua faccia permane tormentata da tic nervosi. Appare sempre angosciato. Ha dovuto prendere medicazioni per anni, ne è stato dispensato solo nell’adolescenza. Dopo la scuola ha cominciato un apprendistato da elettricista, che ha interrotto per non trovare poi nessun lavoro stabile. Attualmente vive molto modestamente con una pensione di assicurazione di invalidità.
Ritengo mi immagino che il suo problema sia simile al mio. Leggo sul suo viso che soffre costantemente di angosce immotivate, simili, probabilmente, a quelle mie che io chiamo “microcrisi”. Parimenti a me appare poco abile, i suoi gesti e movimenti mancano di grazia. So che soffre delle conseguenze dei trattamenti che gli hanno fatto subire. E, come nel mio caso, queste conseguenze hanno permesso di giustificare A POSTIORI il trattamento stesso [come fossero invece dovute a malattia]. Probabilmente non era psicotico per nascita. La nervosità che manifestava a quattro anni era causata, ne sono se me lo permettete certo, dalla situazione difficile in cui viveva. Ma si è creduto dover diagnosticare una psicosi, poi infliggergli delle medicazioni dagli effetti devastanti, che lo hanno reso veramente malato.
Casi come il suo sono ahimé numerosi. Una donna che si avvicina alla quarantina, che vive in uno stato di miseria psichica permanente, dopo un trattamento di più di venti anni, mi ha detto di aver preso un neurolettico per la prima volta quando aveva 5 anni. La sua psiche ha finito per andare in rovina senza porre problemi: non si interessa, è possibile dire, più a niente. E’ una delle persone più solitarie e più sventurate che conosco.
Sono persuaso che questa donna sarebbe più felice, se non le fossero stati imposti, a cinque anni, quei trattamenti dagli effetti devastanti. Ne sono certo, perché conosco quelle sostanze.
Beninteso, non arriverei ad affermare che i trattamenti psichiatrici sono la sola causa e che si potrebbe sopprimere le malattie psichiche solo sopprimendo la psichiatria.
Le psicosi si scatenano spesso in giovani adulti, o in adolescenti, che scoprono che il mondo è ben più duro di quanto avessero immaginato. I loro genitori gli hanno insegnato regole che nella vita professionale si rivelano spesso inapplicabili. Gli si insegna per es. che “non si deve mentire”, quando nella vita professionale la menzogna è spesso necessaria. Anzi: nella maggior parte delle aziende bisogna difendersi continuamente contro le maldicenze dei colleghi, pronti a dir male di voi nella speranza di ottenere una promozione al posto vostro, pronti a scaricare su voi la responsabilità dei loro errori, ecc. Molto spesso la sola maniera di affrontare questa situazione è di cominciare a giocare anche noi questo gioco. Scoprire questa realtà può costituire uno choc violento. Una persona di natura più fragile degli altri può allora sviluppare una malattia psichica (depressione, psicosi, od altro)
Un consumo eccessivo di droghe come la cannabis, l’alcool, le droghe sintetiche, ecc., può ugualmente condurre alla psicosi. Affermo una evidenza solida se dico che le cause possibili delle malattie psichiche sono innumerevoli.
Capitolo 15
QUALI ALTERNATIVE ?
A quarantun anni, sono molto meno psicotico di quanto lo ero a venti. Coloro che mi conoscono da parecchio tempo sono pressoché d’accordo in questo.
Il fattore essenziale di questa guarigione parziale è stato il fatto di essermi potuto affermare professionalmente. I miei articoli sono stati letti, commentati, apprezzati dai lettori; mi hanno valso la stima di numerosi sconosciuti, che spesso mi hanno contattato per felicitarsi con me o criticarmi. Ben presto, sono diventato di più che solo un comune caso psichiatrico.
Mi restano delle conseguenze, forti, del mio passato. Le “microcrisi” mi corrodono ancora, anche se sono diminuite. Permango dipendente da una umiliante rendita d’invalidità, ma ho buone speranze di riuscire, entro pochi anni, a non averla necessaria.
Queste microcrisi sono la conseguenza dei primi trattamenti che ho subito. Ma questo non significa che io non possa far niente per contrastarle. Al contrario ho constatato che diminuiscono da quando la vita mi sorride, da quando ho motivi di essere contento di me. Mi è quindi possibile combatterle con la volontà, per quanto, ben inteso, sarebbe stato mille volte preferibile che non fossi mai stato sottoposto ai trattamenti che le ha causate.
Spero entro pochi anni, di poter dichiarare la mia guarigione completata. Senza medicazioni, né psichiatri, né guru.
Melanie (vedi capitolo 1), è anche lei sfuggita all’ingranaggio. E’ uscita di clinica due mesi dopo il nostro incontro. I suoi genitori hanno finalmente rinunciato a metterla sotto tutela. Ella ha lasciato la loro casa per vivere con un amico per un po’ di tempo, prima di lasciare la Svizzera. La sua passione principale resta la danza, una attività che sarebbe stata del tutto incompatibile con un trattamento psichiatrico: i neurolettici fanno aumentare di peso e perturbano la coordinazione dei movimenti.
Melanie ha avuto la disgrazia di capitare su dei medici che, sembra, hanno tentato d’abusare del loro potere, che hanno tentato di forzarla ad entrare in un ruolo che lei ha avuto la forza di rifiutare: quello di essere una “handicappata psichica”.
Per quanto gli abusi in psichiatria sono chiaramente numerosi, non per questo sono giunto alla conclusione di denigrare in blocco questa professione. Né di negare che è una professione difficile, che certi medici decidono il trattamento con neurolettici controvoglia, perché non trovano, sfortunatamente, nessuna altra alternativa.
Per concludere la presente testimonianza, mi resta perciò da rispondere ad una domanda legittima che i professionisti della salute mentale non mancheranno di rivolgermi: come fare altrimenti ?
Io sono un ex paziente, non un medico. E non ho affatto la pretesa di portare soluzioni belle e pronte a problemi a cui generazioni di ricercatori non hanno potuto rispondere. Ma ciononostante io credo di poter, alla luce della mia esperienza di ex paziente, fornire alcuni percorsi di riflessione.
La psicosi è una incapacità di gestire le proprie emozioni. Questa incapacità trascina la persona ad adottare un comportamento che non corrisponde più alle norme sociali costituite, lo spinge spesso a voler fuggire la realtà, a rifugiarsi in un universo immaginario, dove è per esempio il figlio di Napoleone, o la rincarnazione di un profeta religioso, o un altro personaggio importante (gli esempi abbondano). Alcuni credono d’udire delle voci, che gli dicono cose che respingono con la parte cosciente del loro spirito. Altri sono semplicemente molto collerici e insultano i loro parenti (e altre persone) in maniera ingiusta e spettacolare. Altri presentano un miscuglio di tutti questi comportamenti.
Per guarire bisogna dunque imparare a controllarsi, a non lasciarsi trasportare dalle emozioni, a non fuggire nell’irreale se non nei modi padroneggiati (come tutti, andando al cinema, immergendosi nei giochi virtuali, ecc.)
Secondo numerosi psichiatri, le psicosi sono causate da due tipi di fattori: i fattori predisponenti e i fattori scatenanti.
Per fattori predisponenti, si intende una predisposizione che certe persone avrebbero, fin dalla nascita, a sviluppare una psicosi. I fattori scatenanti sono avvenimenti che, nella vita di una persona, possono provocare l’effettiva apparizione di un disturbo psichico.
I fattori predisponenti derivano, secondo questa teoria, dalla struttura genetica ed endocrina; mentre i fattori scatenanti dalla psiche. Le medicine si ritiene che controllino i fattori predisponenti.
Anche ammettendo che questa teoria sia giusta, però personalmente ritengo che sia inutile voler agire sui fattori predisponenti, dal momento che riguardo le medicine non ci sono certezze stabilite su cosa esse fanno a tale scopo. I medicamenti debbono essere usati con prudenza, il meno possibile. Invece parecchio può essere fatto a proposito della psiche.
Ma non ci sono ricette belle e pronte che permettono di uscire dalla psicosi. Ogni persona costituisce un caso a sé stante. Ci sono parecchie maniere di diventare psicotici. Ugualmente le maniere di uscire da questo stato sono tutte diverse.
Esempio: alle persone credenti raccomando caldamente di frequentare una comunità religiosa dove si sentano a loro agio. Ma questo consiglio non potrebbe assolutamente essere applicato a tutti. Ognuno deve trovare la sua via e sforzarsi di seguirla.
Numerose persone soffrenti di psicosi provano un bisogno intenso di affermarsi, di conquistare la stima di una parte, almeno, della cerchia di conoscenti. Qualcuno si dà alla pittura, qualcun altro si appassiona al gioco degli scacchi e sogna di diventare gran maestro, altri ancora tentano la letteratura…. E, spesso, cadono nella disperazione quando il successo non arride loro. Un buon terapeuta potrebbe aiutarli a porsi degli obbiettivi ragionevoli, poi aiutarli a raggiungerli. Sforzarsi di renderli consapevoli del proprio valore. E non spingerli verso la rassegnazione. Né mai accingersi a far loro credere che soffrono di una malattia genetica incurabile, dire che la loro è una situazione persa.
Anche il medico convinto che le psicosi siano manifestazioni di una malattia incurabile, dovrebbe capire che non è convincendoli a disperare che li aiuterà.
Un altro punto importante: nonostante quanto ho raccontato nei capitoli in cui parlo della mia infanzia, non bisogna, in partenza, incolpare i genitori o i conoscenti del paziente. Avere un figlio sofferente di psicosi è, per i genitori, un carico pesante. Accusarli di questa disgrazia peggiora ancora le cose.
Nel mio caso come in altri, accusare i genitori sarebbe del tutto ingiusto. Essi vivono nel mio stesso mondo. A guardarlo bene un mondo duro. I loro problemi sono, come per me, il riflesso dei problemi del nostro tempo. Inoltre la famiglia è ben lontana da essere la sola a formare la personalità di un individuo. La scuola, gli amici, il posto di lavoro, giocano un ruolo di almeno pari se non maggiore importanza. Dare colpe ai parenti dei pazienti psichiatrici è all’incirca ugualmente dannoso che attribuire una causa cosiddetta “genetica” alle psicosi.
Non bisogna affatto dimenticare che molte persone sopravvivono ad un’infanzia molto dura molto più della mia senza sviluppare nemmeno una pallida rassomiglianza di una affezione psichica.
A chi mi domandasse perché, a mio avviso, delle persone sottoposte alle peggiori difficoltà resistano a quel che altri, aventi il privilegio di una infanzia protetta, non sopportano, risponderei che la questione è mal posta. Piuttosto che starsi a chiedere perché certe persone appaiono incapaci di resistere alle difficoltà dell’esistenza e sprofondano nella follia, è più importante chiedersi come fanno quegli altri a riuscirci a sopravvivere, alle difficoltà.
Un umano deve per tutta la sua vita risolvere numerosi problemi, affrontare delusioni, disinganni, aggressioni, umiliazioni, e oltre, anche se ha privilegi. E l’umano è una creatura robusta, fatta per resistere a queste difficoltà. Ma succede talvolta che, nel gioco della sorte, una difficoltà lo colpisca in un punto debole. Accade che una difficoltà anche minore si avvinca a lui, raggiunga qualcosa di prezioso, che la sua personalità ne risulti affetta.
Per fare un esempio: un ragazzo considera un suo compagno di classe come il suo migliore amico. Tiene a lui più che ai suoi genitori, ai suoi fratelli, a sua sorella. Un bel giorno questo amico lo tradisce, lo respinge. Un tale avvenimento, senza importanza agli occhi dei suoi genitori, può turbarlo più di quanto avrebbe potuto fare ad es. il decesso della madre. Moltissimo dipende dal momento in cui avviene il fatto.
Una pista interessante di ricerca in psichiatria potrebbe essere forse studiare non più lo psichismo di persone considerate “malate psichiche”, ma al contrario interessarsi allo psichismo di persone equilibrate soprattutto coloro che lo sono nonostante una vita difficile. Comprendere il meccanismo che ha permesso loro di resistere potrebbe permettere forse di portare nuove risposte al problema delle psicosi e delle depressioni.
Per parte mia posso affermare che la mia lotta contro la psicosi rassomiglia ad un apprendistato. Debbo faticosamente imparare da adulto quel che non avevo appreso prima. Non uscir fuori dei gangheri quando mi si provoca, conservare un aspetto sereno quando mi si infligge un’ingiustizia, e molto altro.
Se dovessi riassumere in poche frasi quel che, secondo me, sarebbe conveniente fare per fornire aiuto a persone sofferenti di una psicosi simile alla mia, mi contenterei di dare i seguenti consigli:
Uno: Non affermare mai che queste malattie sono incurabili. Un miglioramento è sempre possibile.
Due: Utilizzare i medicinali solo in caso di reale necessità, di preferenza per un periodo di tempo limitato. Proibire la somministrazione di neurolettici ai ragazzi, come pure la somministrazione forzata a chicchessia di queste medicine. Se un paziente dichiara di non sopportare il medicinale, non tentare mai di “volerlo rendere felice suo malgrado”
Terzo: Cercare, prima di ogni altra cosa, di valorizzare il paziente, di aiutarlo a porsi degli scopi per lui convenienti; poi aiutarlo a conseguirli.
Quarto: Tenere bene in mente che le psicosi spesso non sono nient’altro che l’espressione di una sensibilità più acuta del solito, che il malato deve semplicemente imparare a costruire le sue difese. Cercare di aiutarlo a farlo.
Quinto: Se il paziente ha un comportamento che disturba le persone del suo ambiente, fargli capire che è sempre un individuo che deve assumersi le sue responsabilità. Frasi come “non ne ha colpa, è malato” dovrebbero essere proibite.
Sesto: Ricordare sempre al paziente che i terapeuti sono sottoposti al segreto professionale. I pazienti ragazzi debbono sapere che il terapeuta non rappresenta né l’autorità paterna, né l’autorità dell’insegnante, che possono confidarsi con lui, per es. se sono maltrattati sessualmente o in altro modo. E, se tale è il caso, agire conseguentemente.
Settimo: Rimanere sempre coscienti che uscire dalla psicosi richiede un apprendistato. Lo psicotico si è costruita una personalità che non è in linea con le norme della società che lo circonda, deve costruirsene una nuova. E’ un compito di lungo respiro, spesso arduo; ma mai impossibile.
Ottavo: Tener presente che il mondo in cui viviamo è in parte malato. Che i disturbi psichici di un individuo sono spesso solo il riflesso dei problemi della nostra epoca.
Mettendo in fila queste miei suggerimenti, ho l’impressione di star forzando una porta aperta. Però la psichiatria moderna sta andando in una direzione completamente opposta.
Ai genitori di ragazzi considerati “psicotici”, a cui si tenta di far credere che i loro rampolli sono irrecuperabili, riassumerò i miei consigli in uno solo: “Non credete mai ad un medico che tenta di farvi credere che una psicosi è inguaribile. Cercate altre soluzioni.”
Se un solo fanciullo potesse, in conseguenza che i suoi genitori hanno letto queste note, sfuggire all’ingranaggio psichiatrico, questo libro non sarà stato scritto invano.
Schizo Anonyme
(fine)
NOTE
9 Nome scientifico: Flupentixol
10 Nome scientifico: Levopromazine
11 Haloperidol (già citato).