
Capitoli 8 - 90 - 10 (vedi la parte precedente cap1-2-3-4-5-6-7) (il testo originale è in "Les Fous Rebelles")
Capitolo ottavo
LO SMARRIMENTO IDEOLOGICO
Non avevo ancora otto anni che mia madre mi annunciò che l’umanità andava verso la perdizione, che una catastrofe ineluttabile si sarebbe prodotta a causa dell’inquinamento dell’aria e delle acque. Non si parlava ancora, in quegli anni, dell’effetto serra: al contrario dei pensatori, ecologisti in anticipo, affermavano che l’atmosfera si sarebbe raffreddata, che si stava annunciando un nuovo periodo glaciale, che questo avrebbe rischiato di provocare delle carestie. Ma i danni prodotti dall’industrializzazione erano già un tema comune di conversazione. I miei genitori non esitavano a dirci che la nostra generazione avrebbe conosciuto tempi peggiori della guerra da loro vissuta. Mi dicevano che la “fine del mondo” avrebbe avuto luogo entro circa cinquanta anni.
Il mio pensiero attuale è che certi ecologisti tendono a vedere tutto nero, nonostante che certamente i loro timori non sono privi di fondamento. Ma durante tutta la mia giovinezza ho creduto di vivere in un mondo in aspettativa. Ho rifiutato di prendere la patente per l’auto a 18 anni (l’avrei presa solo a 26 anni) per non contribuire con l’automobile all’inquinamento.
Non rimprovero ai miei genitori di aver esagerato con il catastrofismo. Molti lo fanno. Essi erano fondamentalmente idealisti, molto preoccupati per l’avvenire della comunità umana. Mio padre, prima di aderire al movimento ecologista (nei suoi ultimi anni ha votato verde) aveva avuto una grande simpatia per il comunismo. Mi ricordo che, avevo sette anni, mi dava del “cattivo comunista” quando ero riluttante a dividere qualcosa con i miei fratelli.
Ero, e lo sono tutt’ora, in profonda simpatia con questo aspetto della personalità dei miei genitori. Ma ciò non toglie che questa preoccupazione per il futuro del genere umano, mi avrebbe condotto verso numerosi sviamenti. Rimproveravo ad es. ai miei amici che utilizzavano motorini, poi motociclette poi vetture, di inquinare l’atmosfera. Mi rifiutavo di fare dello sci in piste perché le sciovie deturpavano il paesaggio, ecc.
I miei fratelli e sorella, nonostante hanno ricevuto lo stesso indottrinamento, hanno avuto la saggezza di prenderlo meno alla lettera.
Per quel che mi riguarda, sono passato dall’ecologismo all’estrema sinistra marxista e terzomondista all’età di diciotto anni. Ero stato molto influenzato da un celebre polemista della sinistra elvetica, che affermava che la prosperità della nostra nazione era costruita grazie alla miseria del terzo mondo. Mi spostavo di kilometri per seguire i suoi discorsi, bevevo le sue parole e divoravo i suoi libri. O piuttosto: tentavo di farlo. L’ideologo di cui parlo si contraddistingueva per un discorso di rara incoerenza, sono persuaso che anche i suoi ammiratori più ferventi facevano solo finta di averlo capito.
Dai suoi discorsi trattenevo solo che la ricchezza di cui godeva il mio paese era dovuto ad un “sistema abbietto” che permetteva ad una minoranza di vivere nel lusso mentre la grande maggioranza del mondo soffriva di una miseria terribile e senza rimedio.
Con questo non voglio arrivare a dire che i terzomondisti hanno completamente torto, né che i movimenti militanti attuali sono nell’errore. Ma, come a proposito degli ecologisti, percepisco ora in questi discorsi un pessimismo esagerato, che una militante un giorno mi ha riassunto così: “tutto va male”.
Dei militanti dell’estrema sinistra mi dicevano, un quarto di secolo fa, che la terza guerra mondiale sarebbe scoppiata entro dieci anni. Di fronte alle loro certezze, diffidavo; ma in fondo aderivo al loro catastrofismo, affermavo addirittura che in fondo l’atteggiamento più giusto sarebbe di darsi al terrorismo, che era la sola risposta coerente a fronte del “l’ignobile capitalismo mondiale”.
Nonostante questo non è che mi sento di sostenere che le ideologie di sinistra hanno tendenze schizofreniche, né di preferire perciò le idee della destra. Tuttavia il fatto di essere stato impregnato da queste ideologie ha aggravato la mia situazione mentale.
Capitolo nono
UNA ADOLESCENZA PSICOTICA
A diciotto anni, ero un ragazzone buffo. Tiravo avanti stupidamente in una scuola privata a cui mi ero iscritto spinto dai miei genitori. Avrei preferito, uscito dalla scuola dell’obbligo, incominciare un primo lavoro come apprendista, ma ero troppo timido per contattare un datore di lavoro, e i miei genitori non m’aiutavano in questo.
La scuola che frequentavo si vantava autogestita, era amministrata insieme dai professori e dagli allievi. L’esperienza era in sé interessante, ma si passava la metà del tempo a spaccare un capello in quattro e a parlare di politica, in termini piuttosto astratti. E’ là che fui iniziato all’essere di sinistra.
La mia principale ossessione, in quel periodo, era la mia solitudine. Avevo bisogno di parlare per parlare, ma comunicare realmente mi era difficile, appunto perché parlavo tanto per parlare. Sarei forse stato più ispirato a praticare uno sport, od impegnarmi in altro, ma non mi era venuto in mente. Inoltre nel parlare ero costantemente angosciato, perché per farlo dovevo superare una timidezza congenita malaticcia, che si notava e metteva la gente a disagio.
Passavo comunque molto tempo a leggere testi di sinistra, e mi disperavo di non comprendere la filosofia marxista.
La mia lettura preferita era il giornale “Liberation”, che leggo tutt’oggi, a cui debbo buona parte della mia cultura generale. Secondo me questo giornale rappresenta la sinistra intelligente.
Le ragazze restavano la mia ossessione principale, ma ero molto timido, i blocchi psicologici ereditati dall’infanzia mi paralizzavano. Inoltre la mia igiene personale lasciava ancora molto a desiderare. Ero spesso preso da angoscia nel parlare e i miei approcci non erano piacevoli.
Una giovane ragazza incantevole si interessò a me malgrado tutto, incominciò a farmi da madre, mi incoraggiò a curare un po’ la mia igiene. Mi faceva anche dormire al suo fianco, dopo avermi detto che non desiderava affatto di far l’amore con me. Forse desiderava che io passassi oltre la sua proibizione, ma sfortunatamente io mi trattenni, avendola presa in parola. Andò a finire che mi lasciò per uno meno ingenuo.
Lasciai questa scuola all’avvicinarsi dei miei 19 anni, senza aver passato l’esame di maturità; incominciai un lavoro come apprendista in agricoltura. Volevo sfuggire l’intellettualismo, fare un lavoro manuale, aver a che fare con la realtà. L’idea era sensata, ma i direttori di lavoro sotto cui caddi si strappavano i capelli davanti questo giovanotto che, a 19 anni, chiaramente non aveva mai tenuto un attrezzo in mano. Finii per essere in rotta col mio primo datore di lavoro e lo abbandonai, il che ogni tanto rimpiango. Cercai poi lavoro in una altra fattoria, ma senza successo. Qualche mese dopo, cominciai a lavorare nei cantieri, dove passavo talvolta ore a girarmi in tondo senza sapere cosa fare, perché apparivo troppo goffo perché mi si potesse dare qualcosa da fare. Finiva che ero licenziato dopo poche settimane. E mordevo il freno ripetendomi che ero decisamente un incapace.
Capitolo decimo
CONSEGUENZE DA NEUROLETTICI ? (SEGUTO)
Sono persuaso che tuttequeste difficoltà erano in gran parte il risultato del trattamento neurolettico che avevo subito. Ero diventato ipersensebile, molto più di prima. Ne ero anche pienamente cosciente. Ero torturato da angosce assurde, che non ricordavo avere avute prima di prendere il mio primo neurolettico.
In quell’epoca, non sapevo niente dei neurotrasmettitori, queste molecole che saltano da un neurone all’altro per trasmettere informazioni. Ignoravo che i neurolettici inibiscono la trasmissione di alcuni di questi neurotrasmettitori (principalmente la dopamina). Non sapevo che, quando prendevo le medicine, i miei neuroni avevano modificato la loro struttura per controbilanciare l’effetto del medicamento, che queste modifiche sussistevano ancora dopo la fine del trattamento, questa era la spiegazione della mia ipersensibilità, del mio cattivo coordinamento dei movimenti, della mia difficoltà a concentrarmi.
Ma ero cosciente che i medicamenti avevano lasciato queste tracce terribili in me. Questo mi appariva semplice a capirsi.. Il mio organismo aveva reagito al trattamento, il che aveva creato uno squilibrio che continuava a sussistere.
Sono venuto a conoscenza solo molto più tardi che questi effetti indesiderabili sono stati debitamente constatati da medici, che hanno confermato, con l’appoggio di spiegazioni scientifiche, ciò di cui mi ero già accorto grazie alla mia sola intuizione.
Ho parimenti appreso che i danni inflitti alle cellule nervose non sono sempre irreversibili. Gli squilibri causati ai neuroni dalle medicine neurolettiche possono essere, col passar del tempo, corrette dalla capacità di rigenerazione del nostro organismo. Anche questo, l’ho potuto costatare personalmente.
Però non tutto il danno era dovuto al medicamento. Il trattamento mi aveva fatto male anche sul piano psicologico. Il fatto stesso di essere stato etichettato come malato psichico aveva corroso la mia fiducia in me stesso.
Inoltre soffrivo anche e soffro tuttora, di una sbadataggine malaticcia.
Un esempio può dare un’idea del tipo di problemi che incontravo sul lavoro. Mentre spostavo dei sacchi di concime disposti su un carro, il contadino presso cui lavoravo mi disse di far attenzione ai bulloni che sporgevano tra le tavole, perché se avessi fatto passare i sacchi su questi bulloni, essi si sarebbero squarciati di sicuro. Me lo ripeté due volte, per essere sicuro che lo avessi capito. La sua insistenza mi irritò un po’. Presi dunque il sacco e feci esattamente quello che mi aveva detto di non fare. Il sacco si squarciò. Fui preso da grande imbarazzo. Non l’avevo fatto per provocarlo, ma tra il momento in cui mi aveva messo in guardia e il momento, qualche secondo dopo, in cui presi il sacco, avevo proprio dimenticato il suo avvertimento ! Me ne disse di tutti i colori !
Ho spesso ripensato a questo incidente in seguito. A questo ed ad altri, simili. Credo che in me ci sia una specie di piccolo ‘demone’ che mi spange a fare proprio quello che non dovrei fare. Numerose piccole sbadataggini scandiscono la mia giornata. Anche adesso perdo documenti importanti, chiudo la porta del mio appartamento lasciando le chiavi dentro, ecc.
Pensavo a volte al suicidio, ma, malgrado tutto, amavo troppo la vita per cadere a fondo completamente. Non essendo stato capace di dedicarmi agli studi, mi ero dato al lavoro manuale. Non riuscendo nemmeno lì, optai per qualcosa d’altro ancora. Decisi di fare un lungo viaggio in Africa. Senza un motivo particolare. L’Africa, o piuttosto l’immagine che ne avevo, mi affascinava. E sentivo il bisogno urgente di sfuggire dal mio ambiente di allora. Di partire per partire.
(fine capitolo 10)