(T. Szasz : La schizofrenia simbolo sacro della psichiatria - New York 1976 - Armando 1984 - capitolo 1 parte seconda - tralasciate le note) (vedi prima parte)
(la distinzione in due parti è per comodità web. Comunque in questa seconda parte conclusiva da rilevare tra le altre cose, il tirar fuori e far notare da parte di Szasz che lo stesso Bleuler, creatore e tuttora principale teorico e clinico della malattia "schizofrenia", cambiò sostanzialmente atteggiamento rispetto gli "schizofrenici" nella seconda parte della sua vita, cosa accuratamente sottaciuta dalla psichiatria ufficiale, ..)


E’ sorprendente che i miei assunti e le mie osservazioni precedenti trovino sostegno nel testo originale di Bleuler sulla schizofrenia e che siano, inoltre, quasi tutti contenuti nell’ultimo paragrafo del suo lungo libro. Ecco, con le stesse parole di Bleuler, il riconoscimento di due delle ‘mie obiezioni più gravi, cioè che la psichiatria istituzionale non agisce a beneficio del paziente, ma della società, e che molti dei suoi interventi non sono trattamenti, ma torture:

« Il più grave dei sintomi schizofrenici è la tendenza suicida. Colgo anzi l’occasione per affermare chiaramente che il nostro attuale sistema sociale esige a questo riguardo dallo psichiatra una grande e del tutto inappropriata crudeltà. Certe persone sono costrette a continuare una vita che è diventata loro insopportabile per validi motivi; già questo è abbastanza terribile. Ma ciò che è anche peggio è il rendere ancora più intollerabile la vita a questi pazienti, usando ogni mezzo per sottoporli a una continua umiliante sorveglianza »

Questa è da parte di Bleuler una ammissione molto onesta, ma è anche un’autoaccusa. Riconosce infatti non solo che lo psichiatra agisce come agente della società nei confronti dei malati mentali non volontari, ma anche che ciò che la società richiede al suo agente psichiatra è « crudeltà »! Ciò mi sembra estremamente simile al fatto di riconoscere, per esempio, che in una società dedita a metodi violenti di esecuzione, si lascia agli esecutori il potere di torturare le ‘loro vittime; o che, in una società totalitaria, ci si aspetti che i giudici presiedano processi nei quali persone innocenti siano sistematicamente condannate a pene se-vere. Per riprovevoli che siano tutti questi ordinamenti, è importante ricordare che in ognuno di loro il torturatore è, più o meno, un agente libero. Lo Stato, anche il più totalitario, non impone agli individui di essere esecutori brutali o giudici corrotti, o psichiatri istituzionali. Sono gli individui che assumono questi ruoli volontariamente e di buon grado, in cambio dei soldi e dei vantaggi, del prestigio e del potere che la società elargisce loro per compiere in sua vece il loro sporco mestiere. Bleuler lo riconosce:

« La maggior parte dei nostri peggiori strumenti di coercizione non sarebbe necessaria se non fossimo legati al dovere professionale di salvaguardare nei pazienti una vita che, per loro stessi come per gli altri, ha solo valore negativo. Se tutto questo servisse almeno a qualche scopo! ... Sono convinto che nella schizofrenia è proprio tutta questa sorveglianza che desta, sostiene e aumenta la tendenza suicida. Solo in casi veramente eccezionali i nostri pazienti si suiciderebbero, se fosse loro permesso di fare come vogliono. E anche se si uccidesse qualcuno in più, questo giustifica il fatto che noi torturiamo centinaia di pazienti e aggra-viamo il loro male? Oggi noi psichiatri portiamo il peso della tragica responsabilità di obbedire alla mentalità crudele della collettività, ma è responsabilità nostra fare tutto quanto sta in noi perché maturi una trasformazione di questa mentalità nel prossimo futuro »

Non dubito della’ sincerità di Bleuler. Ma è una sincerità la cui forza è infirmata dal fatto di essere al servizio di se stessa. Avrebbe dovuto sapere che nessuno, specialmente in Svizzera, è costretto ad essere crudele verso chicchessia. E avrebbe anche dovuto sapere che attribuire tutta la crudeltà con cui vengono trattati i folli alla Società (specialmente a quella svizzera, che ha un livello eccezionalmente civile e decoroso di vita) è malafede. Il risultato, chiaramente a beneficio di se stesso, della sua spiegazione sulle barbarie degli psichiatri è di dare ad intendere che essi, nel loro complesso, e lui stesso in particolare, non hanno alcuna colpa per questo. Al contrario, stanno tutti quanti cercando di migliorare il sistema!

Ahimè, fosse stato vero! La maggior parte del XX secolo è già passata da quando Bleuler scrisse quelle righe. E’ stato un periodo di mutamenti tecnologici e di trasformazioni sociali fra i più importanti. La sola cosa che è rimasta in pratica inalterata è stata la psichiatria non volontaria: i malati di mente, specialmente se « pericolosi a sé e agli altri », sono ancora tenuti in segregazione, proprio come lo erano nel 1911; la loro reclusione viene ancora definita « cura », proprio come allora; ed essi sono ancora oggetto di violenze e di torture (sebbene siano cambiati i metodi con i quali vengono realizzate) molto simili a quelle di un tempo.

E avrebbe potuto essere altrimenti solo se qualche persona di prestigio o qualche gruppo avesse denunciato pubblicamente il fatto o avesse assunto una posizione responsabile, opponendosi alla psichiatria non volontaria. Bleuler e i suoi colleghi praticavano una psichiatria coercitiva, attuando in tal modo proprio quelle pratiche che Bleuler denuncia. I fatti parlano più delle parole. Gli psichiatri non potevano correggere le storture morali che Bleuler indicava mentre collaboravano a portarle avanti. E non ci riescono neanche ora. Non è sufficiente mormorare che la coercizione psichiatrica è sbagliata; è necessario condannarla ed evitarla sistematicamente. Questo è il semplice ma inevitabile insegnamento che ci propone la storia della psichiatria istituzionale.

Una conferma ulteriore delle tesi che ho appena esposto si può trovare in una fonte inattesa. Nel 1919, quando Bleuler aveva 62 anni e la sua fama e la sua clinica psichiatrica non erano seconde a nessuna nel mondo, scrisse un libretto che è, in pratica, un attacco al ricovero psichiatrico. Questo libro porta lo strano titolo « Un modo di pensare indisciplinato e autistico in medicina e come superarlo », ed è pochissimo conosciuto. Non viene mai citato nei circoli psichiatrici. E per dei .buoni motivi, come cercherò ora di dimostrare.

Nella prefazione del libro, il cui titolo allude all’autismo, uno dei fondamentali sintomi « bleuleriani » della schizofrenia, Manfred Bleuler, figlio dell’autore ed eminente psichiatra egli stesso, osserva che, quando scriveva quel libro, il padre era « conosciuto soltanto per le sue pubblicazioni che trattavano problemi psicopatologici... [Tuttavia] aveva avuto l’audacia di scrivere una mordace e cruda critica alla pratica e alla scienza medica con parole semplici, rozze, certe volte addirittura contadinesche ». Gran parte delle critiche presenti in questo testo sono di-rette, in realtà, non alla medicina, ma alla psichiatria o forse ad entrambe, in quanto Bleuler spesso non fa una netta distinzione fra l’attività medica e quella psichiatrica. E’ importante sottolineare di nuovo il fatto che Bleuler abbia scritto questo libro in un linguaggio semplice, « rozzo... contadinesco ». Perché questo netto abbandono del pomposo gergo medico proprio da parte di colui che aveva coniato alcuni dei principali termini psichiatrici come « autismo» e « schizofrenia »?

Ritengo che ciò sia indice di come Bleuler riconoscesse che l’uso di una terminologia pseudomedica in campo psichiatrico era antiscientifico o addirittura immorale. Ma lasciamo la parola allo stesso Bleuler nei panni di chi si confessa, non in quelli del conquistador. Cercando di sfatare il concetto che una persona sia malata solo perché è in « cura », riferisce questo episodio:

« Non ricordo i particolari, ma spero di riuscire ugualmente a rendere il succo dell’episodio. La Signora mi disse: “Mia figlia passò lo scorso inverno in riviera e si curò là. Poi andò a Baden-Baden, al sanatorio del dott. N.” (e così via in alcuni posti rinomati), “e ora sta facendo la cura delle acque a St. Moritz e quella dell’aria pura nell’Engadina”.

“Che cosa ha sua figlia?” le chiesi.

“Oh, vede, deve riprendersi.”

Non diversa da questa è la situazione riguardo ai motivi di altre prescrizioni mediche che impongono una cura di riposo. Tutto il problema della convalescenza non ha nulla a che vedere con lo svago, e la vita pigra di un sanatorio reca più danno che beneficio »

Qualche riga dopo, nella stessa pagina, Bleuler ci propone una illustrazione chiara di quella che in fondo è veramente la « schizofrenia ». C’è una bella differenza dalla sua descrizione di un tempo della schizofrenia come « malattia mentale »!

« Una ragazza, dimessa da poco [da una casa di cura], è ancora un po’ delicata e anche “nervosa”, e il medico le proibisce di intraprendere un lavoro o di imparare qualcosa di utile che dia un significato alla sua vita. Che cosa può fare? Non può neanche sposarsi. Perciò è condannata a fare della malattia il lavoro della sua vita, in altre parole, a vegetare e a rovinarsi nell’ozio... Dal momento che una donna riesce anche senza lavorare a procurarsi da vivere con relativa facilità, una simile deci-sione è estremamente pericolosa. E’ ancora un problema aperto, e molto serio, se le donne abbiano realmente una disposizione maggiore alle malattie nervose o se invece il fatto di poter condurre una esistenza parassitaria non costituisca il vero motivo della loro più elevata morbilità neurotica * (Il corsivo è dell’autore) »

In questo libro Bleuler arriva realmente a riconoscere che il concetto di malattia mentale, specialmente come è usato nella psichiatria istituzionale, non è affatto un concetto medico:

« Su certi aspetti del concetto di malattia si è discusso abbastanza spesso... e la legislazione moderna ci obbliga a dare qua e là delle definizioni chiare se pur frammentarie. Ma definizioni di questo tipo sono forensi e non mediche »

Queste osservazioni, che sottoscrivo, sono in netto contrasto col trattato di Bleuler sulla schizofrenia e col suo testo di psi-chiatria, tesi entrambi ad identificare e a definire le « malattie mentali » come concetti ed entità mediche, non certo forensi!

Verso la metà del libro, Bleuler paragona i medici agli schizofrenici, perché tutti e due credono in cose indimostrabili e perché tutti e due amano nascondere la ‘propria ignoranza con un linguaggio fiorito:

« Noi somministriamo ogni sorta di trattamenti la cui efficacia non è mai stata provata, come l’elettricità, o trattamenti sui quali non abbiamo sufficienti informazioni, come l’acqua nel-l’idroterapia... c’è sempre l’impulso a “fare qualcosa” per combattere una malattia, invece di abbandonarsi ad una serena riflessione... Osserviamo questo irrefrenabile bisogno di loquacità tra i bambini piccoli, fra i selvaggi, fra i medici e nelle favole mitologiche, in una certa misura anche nei ragionamenti dei filosofi, e in forma morbosa fra gli schizofrenici in particolare... E’ su questo impulso primitivo che si fonda il potere della pratica medica »

Man mano che si infervora su questo argomento, alternativamente, o perfino in una stessa frase, ridicolizza il gergo medico e lo reimpiega:

« Quando il medico vuol dare al paziente una piccola dose di incoraggiamento, gli dice che il cattivo stato dei suoi nervi è dovuto al superlavoro; se vuole invece darsi delle arie e tenere su il suo ego a spese del paziente, gli dice che le sue condizioni nervose sono dovute a masturbazione. Sia l’una che l’altra di queste affermazioni sono autistiche... Un modo di pensare non accurato è oligofrenico e conduce all’errore; un modo di pensare autistico è paranoide e conduce alle allucinazioni »

Nonostante i suoi tentativi di lasciare da parte la forma pomposa del linguaggio medico e di essere chiaro più che « scienti-fico », Bleuler soggiace qui alla sua abitudine, ormai profonda-mente radicata, di considerare ogni comportamento sotto il profilo patologico. Così definisce un comportamento, che è semplice-mente stupido, tornacontista, sopraffattore o malvagio, « oligofrenico » e « autistico ». Forse è lo spettro della sifilide, che appare nel sottofondo e che gli fa prendere un comportamento (sbagliato in questo caso) per malattia, come suggeriscono le frasi seguenti, profondamente rivelatrici:

« E’ giusto iniettare del Salvarsan nelle vene di ogni paziente la cui Wassermann sia positiva? Molti casi di schizofrenia “latente” vengono diagnosticati come totali in tutta certezza. Non succede mai al medico di prendere in considerazione tutte le conseguenze di questo: segregazione del paziente nell’ospedale psichiatrico, perdita dei diritti civili, abbandono della sua professione, ecc. »

Chiaramente questo libriccino non è solo un attacco di Bleuler alla psichiatria; è anche una confessione dei suoi peccati. E’ stato infatti Bleuler che, col suo libro sulla schizofrenia, il suo testo sulla psichiatria e il suo lavoro di psichiatra in un manicomio, in fin dei conti ha codificato, legittimato e patrocinato i principi e la pratica della psichiatria coercitiva che ora critica tanto causticamente.

Una volta assunta la posizione di critico della psichiatria, Bleuler riconosce ben presto che, nella sua società, molto di ciò che viene fatto passare per malattia non lo è affatto. « Ma è proprio necessario », si domanda retoricamente, « parlare sempre di nevrastenia, di quella malattia che è il risultato di ten-sioni e di sovraffaticamento, quando la causa vera è al contrario una timida paura di affrontare i veri compiti della vita e, quando parlando in modo figurato, uno schiaffo in faccia sarebbe il miglior rimedio per tanti timidi pazienti che piagnucolano e si preoccupano della loro salute? »

Ma non sono idee e libri come questi che resero Eugen Bleuler direttore del Burghòlzli e professore di psichiatria all’Università di Zurigo. Manfred Bleuler, che riuscì a conquistare le stesse cariche del padre, ne ripudia l’eresia, come se i ruoli fossero invertiti ed egli fosse il padre che rimprovera il figlio per la sua « irresponsabilità »:

« Questa mossa azzardata mise a repentaglio la sua carriera. Non mancarono certo gli avvertimenti degli amici... Recensori e critici.., lo biasimarono per aver minato la dignità e i principi etici della professione medica. Molte persone lo consigliarono di guardarsi nel futuro da certi colpi di testa, di non rinnegare il proprio passato e di mantenersi fedele alla sua professione »

Manfred Bleuler non dice mai di pensare, o che altri abbiano pensato, che quanto scritto da suo padre in questo libretto non sia vero.

Accenna invece ai « colpi di testa » di Eugen Bleuler, alla « slealtà » verso la professione e, soprattutto, alla sua « irresponsabilità ». « Alla prima conferenza clinica cui assistetti da studente » — ricorda Manfred Bleuler — « un famoso professore, disapprovando, parlò della irresponsabilità con cui l’autore metteva sotto accusa tutte le norme e i metodi validi e sperimentali della terapia medica »

Queste parole, scritte nel 1969, riflettono fedelmente la linea ufficiale della psichiatria organizzata. Il Bleuler del 1911 — il conquistatore della schizofrenia a favore della psichiatria — è venerato come un santo. Il Bleuler del 1919 — protettore del « paziente », contro una psichiatria conquistatrice — viene trattato con condiscendenza dal figlio e ignorato dai colleghi.

La psichiatria moderna — chi non è d’accordo? — è una istituzione e una ideologia molto potente. Su quali sacri simboli e su quali cerimonie si basa? In venti anni di lavoro ho cercato di mostrare che si basa sulle immagini e sul linguaggio della malattia mentale, dell’ospedalizzazione e del trattamento. Che cosa succederebbe, quindi, alla psichiatria se la medicina e la legge, la gente comune e i politici riconoscessero il carattere metaforico e mitologico della malattia mentale? Tale smitizzazione mine-rebbe e distruggerebbe la psichiatria come branca della medicina — allo stesso modo in cui la smitizzazione dell’Eucarestia minerebbe e distruggerebbe il cattolicesimo della Chiesa Romana come religione. Sicuramente i cosiddetti schizofrenici e gli psichiatri continuerebbero ad agire male o bene come hanno sempre fatto, ma il loro comportamento solleverebbe problemi etici, politici, semantici o sociologici e non certo di giurisdizione e di controllo da parte della medicina e della psichiatria. Analogamente, se venisse smitizzata l’Eucarestia, rimarrebbero i problemi morali delle persone e le prescrizioni morali dei preti: ma anche questi sarebbero problemi di morale e di politica, non di giurisdizione e di controllo da parte della Chiesa e del Papa.

E’ evidente, per i non cattolici, che la dottrina della transustanziazione è un caso di metafora presa alla lettera per motivi pratici perfettamente validi. Tutti i non cattolici, e anche molti cattolici, riconoscono che acqua e vino sono solo quello, e non il corpo e il sangue di un uomo morto ‘molto tempo fa e di cui si dice che sia un Dio. In alcune situazioni, comunque, essi si comportano, i cattolici più spesso dei non cattolici, come se il simbolo fosse la cosa che simbolizza. Perché si comportano così? I primi lo fanno principalmente perché questo è il modo per affermare la loro identità come cattolici, identità che essi desiderano conservare. I secondi lo fanno principalmente perché, quando si trovano ad esempio in una chiesa, è la cosa più educata da fare.

In modo analogo, è egualmente evidente — per i medici non psichiatri — che il credere alla malattia mentale è un altro caso di metafora presa alla lettera per motivi pratici perfettamente validi. La maggior parte dei non psichiatri (e anche molti psichiatri e uomini di legge) riconoscono che un cadavere può avere il diabete o la sifilide, ma che non può avere l’esaurimento ner-voso o la schizofrenia; in altre parole, la diversità e il comportamento sconveniente sono proprio solo quello, e non i sin-tomi di non dimostrate e non dimostrabili lesioni o processi negli oscuri meandri del cervello. In alcune situazioni, tuttavia, tutti si comportano, gli psichiatri più spesso dei non-psichiatri, come se il simbolo fosse la cosa simbolizzata; cioè come se la schizofrenia fosse veramente la sifilide e la depressione, l’esaurimento nervoso, il diabete. Perché la gente si comporta così? Gli psichiatri lo fanno principalmente perché questo è ciò che stabilisce la loro identità come psichiatri, un’identità che essi desiderano conservare. I non-psichiatri-medici, i pazienti e i magi-strati lo fanno soprattutto perché, di regola, è la cosa più educata e conveniente da fare nella nostra società, per non correre il rischio di essere presi per sciocchi o per malati.

Il succo della mia argomentazione è che uomini come Kraepelin, Bleuler e Freud non erano ciò che sembravano o volevano essere, cioè medici o ricercatori medici; erano in realtà capi politico-religiosi e conquistatori. Invece di scoprire nuove malattie, essi hanno esteso, attraverso la psichiatria, il linguaggio, il vocabolario e la giurisdizione e quindi il territorio della medicina a ciò che non erano, e non sono, malattie nel senso originario, Virchowiano. Ci possiamo chiedere ancora perché lo hanno fatto? Perché non hanno invece dichiarato di non poter provare che persone sospette di soffrire di schizofrenia (e di altre psicosi o nevrosi funzionali) avessero qualche malattia scientificamente di-mostrabile almeno al punto in cui era allora la scienza medica e che quindi non dovevano essere considerate malate, fino a che non si fosse riusciti a provarlo? Perché, in altri termini, hanno presunto che persone affidate alle loro cure erano malate fino a prova contraria? Peggio ancora, che non c’era « prova contraria »; che erano realmente malate e che era solo una questione di tempo la dimostrazione della loro malattia da parte dell’istopatologia?

Le risposte a questi interrogativi sono assolutamente decisive per una comprensione corretta della storia della psichiatria moderna in generale e della schizofrenia in particolare. Per di più, rispondendo a queste domande, arriviamo alla confluenza delle due grandi correnti di pensiero, e dell’errore contenuto in cia-scuna di esse che, a parere mio, è la sorgente della confusione e dei delitti su cui si basa gran parte della psichiatria moderna. Queste due correnti sono l’epistemologia e l’etica (cioè, più precisamente, medicina e legge); i due errori sono confondere la malattia con la diversità (il fisico col comportamento, l’oggetto con la causa) e confondere dei ‘pazienti con dei prigionieri (cura con controllo, terapia con tortura).

Perciò, il problema che stava di fronte a Kraepelin e Bleuler era, in effetti, di natura squisitamente morale e politica, economica ed esistenziale. Vorrei paragonarlo al problema di fronte al quale si sono trovati, e continuano a trovarsi, capi di stato e partiti politici in paesi come il Giappone e gli Stati Uniti, che devono affrontare l’urgente bisogno e la gravosa carenza di petrolio. Che devono fare? Prenderlo per forza e fornire le relative giustificazioni economiche, morali e nazionali (come l’interesse del paese o lo strangolamento economico)? Oppure devono riconoscere la sovranità nazionale e il libero scambio come principi che devono valere anche per gli altri, oltre che per loro stessi, e cercare di adeguarsi alla propria situazione senza far uso della forza?

Ma, si potrebbe obbiettare, che tipo di parallelo o di confronto si può fare fra l’attuale dilemma politico sul petrolio e il dilemma della psichiatria europea sulla follia in questo volgere del secolo? In realtà quest’ultimo ha certamente moltissimo a che vedere col primo. Da che cosa era formato infatti quel cosiddetto « materiale clinico » (il petrolio di allora) con cui Kraepelin, Bleuler e i loro colleghi di professione lavoravano? Se qualcuno rispondesse da « malati di mente », «psicotici », o « schizofre-nici » sbaglierebbe quanto sostenendo che Abu Dhabi nel 1974 ha sferrato un attacco militare contro il Giappone o gli Stati Uniti. In effetti il cosiddetto materiale clinico (e già questo termine rivela abbondantemente gli elementi bellicosi e davvero colonialistici presenti nella struttura della medicina moderna) su cui questi psichiatri lavoravano non era formato da pazienti, ma da prigionieri. Alcuni lo erano proprio in senso letterale o legale; altri invece nel senso che erano stati acciuffati e imprigionati per forza, sebbene non fossero stati condannati alla reclusione per alcun delitto.

Mi riferisco qui ad alcuni fatti elementari e alle loro conseguenze sistematicamente negate e confuse. In genere, infatti, non preoccupa tanto che i cosiddetti matti (cioè le persone che adesso definiamo schizofrenici o psicopatici) siano disturbati, quanto che disturbino gli altri, non tanto che soffrano (anche se può essere così) quanto che essi facciano soffrire gli altri (specialmente i membri della loro famiglia). Le conseguenze di tutto ciò sono che, per lo più, i cosiddetti schizofrenici o psicopatici non si considerano e non si definiscono malati da sé, e non cercano assistenza medica, né in genere alcuna altra specie d’aiuto. Invece, sono altre persone (di solito i membri della loro famiglia, a volte il datore di lavoro, la polizia o qualche altra autorità) a dichiararli e a definirli malati e a richiedere e imporre un « aiuto » per loro.

A questo proposito è interessante prendere in considerazione il tradizionale metodo giapponese di trattare i pazzi, cioè il sistema della cosiddetta « reclusione domestica » del malato di mente. Secondo tale sistema, i cosiddetti psicotici venivano segregati in casa. Era una sorta di arresto a domicilio, come avviene ancora in certi paesi quando persone eminenti siano sospettate di essere colpevoli di qualche reato, specialmente di natura politica. Questa consuetudine giapponese, che rimase in auge fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, viene dipinta dagli osservatori occidentali in termini assurdamente sciovinistici, dando per scontato che la brutalizzazione sistematica cui sono sottoposti gli alienati mentali nei manicomi europei sia più umana di qualsiasi attenzione o trascuratezza ricevessero i malati di mente giapponesi nelle mani dei propri familiari . Questo mi sembra piuttosto improbabile.

Ad ogni modo ciò che m’interessa far notare è come in Giappone « sotto la legge della reclusione domestica » le persone cosiddette psicotiche venivano rinchiuse e « curate » contro il loro volere. Anche in Europa, negli Stati Uniti e nel Sud America queste persone venivano gestite da altri contro la loro volontà, cioè da sé, di regola, non cercavano assistenza, ma venivano definite malate da altri e quindi « ricoverate » e « curate » contro la loro volontà. Addirittura ancora quando ero studente di medi-cina, intorno agli anni ‘40, i regolamenti degli ospedali psichiatrici dell’Ohio non ammettevano pazienti che volessero ricoverarsi di propria iniziativa. L’unica strada per poter entrare in questi ospedali era il mandato medico o giudiziario. Questo dà un’idea della natura reale di quegli ospedali e del tipo di ricovero più di quanto non lo facciano gli attuali regolamenti. Non si può ottenere di essere messi in prigione solo presentandosi al cancello e proclamando d’essere un criminale; analogamente, non si poteva avere il permesso di entrare in un manicomio (per lo meno in certe giurisdizioni) presentandosi alla porta e dicendo di essere un malato di mente. Per ogni caso occorreva una verifica legale o semilegale della sua idoneità al ricovero. Sto mettendo tanto in rilievo questo fatto perché voglio arrivare alla conclusione che Kraepelin e Bleuler non erano medici. Erano dei guardiani.

La differenza fra i progressi della medicina e quelli della psichiatria che ho cercato di delineare sono talmente importanti che vorrei enunciarli qui di nuovo secondo una prospettiva un po’ diversa.

I ricercatori medici scoprirono nuovi sistemi di cura e formularono teorie nuove sugli effetti delle loro cure per aiutare persone che soffrivano di alcune persistenti affezioni del fisico chiamate « malattie ». Banting scoprì l’insulina, Minot l’estratto di fegato e Fleming la penicillina. Siccome queste sostanze risultarono utili ai pazienti che soffrivano rispettivamente di diabete, anemia perniciosa e di alcune malattie infettive, esse furono definite farmaci dai medici, dai pazienti e da tutte le altre persone.

I ricercatori psichiatrici inventarono nuove malattie e for-mularono nuove teorie sulla loro etiologia per giustificare il fatto di chiamare certi preesistenti interventi della società « cure ». Kraepelin inventò la dementia praecox e Bleuler la schizofrenia, per dare una ragione ai fatto di chiamare « ricovero in ospedale psichiatrico » la detenzione in manicomio e dar modo di considerarlo una forma di trattamento medico; trovandosi in mano nuove malattie, essi le attribuirono a imperfezioni del cervello ancora da scoprire. Freud inventò la nevrosi, per poter chiamare la conversazione e la confessione « psicoanalisi » e poter considerare anche questa una forma di trattamento medico. Trovandosi fra le mani una serie di malattie nuove, egli le attribuì alle « vicissitudini del complesso di Edipo ». Menninger inventò il concetto che ognuno è un malato mentale per giustificare il fatto di poter chiamare qualsiasi cosa uno facesse per un altro, manifestamente con buone intenzioni, « atteggiamento terapeutico »; dovendo poi guardare l’intera vita come una nuova malattia, l’attribuì ai disturbi dell' « equilibrio vitale »

Perciò, la medicina vera aiuta veri medici a curare e guarire veri pazienti; una falsa medicina (la psichiatria) aiuta falsi medici (gli psichiatri) ad avere influenza e controllo su falsi pazienti (i malati mentali).

Kraepelin e Bleuler erano naturalmente direttamente interessati a far sì che venissero imposte le pastoie della legge e delle catene ai cosiddetti psicotici. L’interesse di Freud, anche se meno diretto, era non meno significativo: egli considerava gli « psicotici » degli squilibrati e dei matti, « inaccessibiii » alla psicoanalisi e alla psicoterapia, incapaci di « insight » e adatti solo alla segregazione in ospedale psichiatrico. Nel suo famoso studio sulla schizofrenia, il caso Schreber, Freud dedica pagine e pagine all’indagine sul carattere e sulla causa della « malattia » di Schreber, ma non una parola al problema della sua detenzione e del suo diritto alla libertà . Schreber, che era uno « psicotico », mise in discussione la legittimità della sua segregazione e Schreber, il folle, cercò e difese la sua libertà. Freud, che era uno « psicoanalista », non mise mai in discussione la legittimità della reclusione di Schreber, e Freud, lo psicopatologo, non si preoccupò della libertà di Schreber più di quanto un patologo si preoccupi per la libertà di uno dei suoi esemplari conservati nell’alcool.

Il silenzio ufficiale di Freud sulla reclusione — non solo di Schreber, ma di tutti i malati di mente in linea generale — mi sembra una eloquente dimostrazione del suo punto di vista sull’argomento. Dopo tutto egli espresse la sua idea su ogni argomento in psichiatria e su innumerevoli altri argomenti anche al di fuori di essa. Il fatto che per tutta la sua lunga vita nei suoi scritti abbia ignorato completamente la psichiatria non volontaria è una eloquente testimonianza di come dovesse sembrargli perfettamente giusto e naturale il fatto che gli « psicotici » venissero tenuti sotto chiave dagli psichiatri .

E’ evidente che come conquistador nel campo della psichiatria — avendo esteso le frontiere della medicina sulla morale e sulla vita stessa — Freud fu ancora più ambizioso e ottenne ancor più successo di Kraepelin e Bleuler. E’ quasi come se questi due grandi psichiatri asserviti all’istituzione avessero limitato le loro ambizioni alla cura medica di coloro che erano rinchiusi nei manicomi o erano ritenuti idonei ad esservi confinati. Freud, invece, non riconobbe limiti alla sua sete di conquista; considerò il mondo intero il suo studio psichiatrico e ogni persona come un paziente che egli aveva il diritto di « psicoanalizzare », « psico-patologizzare » e, naturalmente, « diagnosticare ».

Tali riflessioni portano a pensare che la storia della psichiatria moderna sia effettivamente una specie di ripetizione (con appropriate modifiche nel cast dei personaggi e nelle loro imprese per renderli conformi alle condizioni odierne) dell’antica leggenda di Ulisse che acceca il Ciclope . Come forse si ricorderà, i Ciclopi erano una tribù di terribili giganti che avevano un unico occhio posto in mezzo alla fronte. Ulisse e i suoi compagni caddero nelle loro mani ed erano tenuti prigionieri da uno di loro.

Come fece Ulisse a vincere il Ciclope? Gli disse che il suo nome era « Nessuno » e riuscì a cavargli l’occhio. Quando al Ciclope urlante di dolore venne chiesto che cosa gli stava succedendo, egli rispose: « Nessuno mi ha accecato ». I Ciclopi suoi compagni conClusero che era pazzo e Ulisse con i suoi uomini riuscirono a scappare.

La credibilità di questa leggenda dipende da vari artifici logici e drammatici, sui quali voglio richiamare l’attenzione. Prima di tutto dipende dal nome di Ulisse, Nessuno. In secondo luogo dipende dalla struttura semantica del lamento del gigante ferito; cioè nel dire « Nessuno mi ha accecato » invece di dire per esempio « Un uomo che si chiama Nessuno mi ha accecato ». E terzo, dipende anche dal fatto che gli altri Ciclopi si formano un’opinione che si basa solo su un resoconto fatto da un altro. Se fossero andati a vedere ciò che stava succedendo, essi avrebbero potuto osservare di persona come stavano le cose.

Quando i custodi dei manicomi chiamano « pazienti » i loro prigionieri e « malattia » il loro comportamento sconveniente e quando si autodefiniscono « medici » e chiamano « cure » le puni-zioni, essi stanno usando con noi (e forse anche con se stessi) lo stesso stratagemma che Ulisse usò con il Ciclope. Attribuendo il nome di malattia a certi comportamenti e il ruolo di pazienti alle persone che li mettono in pratica, Kraepelin, Bleuler e Freud aprivano la via all’inganno e all’autoinganno del tipo « Nessuno mi ha accecato ». Essi chiamarono delle cose con dei nomi tali che, quando in seguito loro stessi o altri mormorarono affermazioni che includevano questi nomi, la gente era portata a pensare di sentir parlare di malattie e di pazienti. In effetti, non si stava parlando di malattie o di pazienti; la loro accettazione dell’inganno dipendeva dal fatto che agivano gli stessi tre artifici logici e drammatici su cui ho richiamato l’attenzione poco fa. Ci gioverà ripeterli ancora e articolarli proprio come si applicano alla leggenda sulla follia.

Il primo requisito era la denominazione appropriata del mitico eroe Ulisse nell’antica leggenda e delle varie forme di follia in quella nuova. Definire queste ultime e chi ne era portatore con nomi latini e greci soddisfaceva questo primo requisito.

Il secondo requisito era il riferire in modo adeguato gli eventi leggendari: ‘l’accecamento del Ciclope nell’antica leggenda, le manifestazioni della follia e i misfatti dei folli in quella nuova. Le cosiddette descrizioni cliniche delle malattie mentali e i cosiddetti resoconti sui malati di mente soddisfacevano questo secondo requisito.

Ma tutto questo non sarebbe ancora bastato se non si fosse verificato anche il terzo requisito, se cioè quelli che ascoltavano tutte queste storie non fossero stati così ben disposti a formarsi una opinione basata esclusivamente sui resoconti che udivano. Se coloro che non erano psichiatri — come i Ciclopi dell’antichità — fossero andati a vedere quello che stava succedendo, avreb-bero osservato di persona come stavano le cose. I Ciclopi avrebbero visto che qualcuno aveva cavato un occhio a un loro com-pagno e, chiunque fosse, aveva usato il nome «Nessuno » per nascondere il suo misfatto. Analogamente uomini e donne della stra-da avrebbero potuto vedere che lo psichiatra tratta le persone sane come malate, le imprigiona come malfattori colpevoli e usa il nome « schizofrenia » per nascondere i suoi misfatti.

Naturalmente noi non sappiamo (e non abbiamo alcuna necessità di domandarcelo, dal momento che quella è, dopo tutto, solo una leggenda) perché i Ciclopi non controllarono i fatti con i loro occhi. D’altra parte, noi sappiamo anche troppo bene (e non abbiamo necessità di chiedercelo, dal momento che la storia sulla schizofrenia non è certo solo una leggenda) perché la gente non ha controllato i fatti con i propri occhi: come dice il proverbio, nessuno è più cieco di chi non vuol vedere. Molti non vollero vedere nel passato, e non vogliono vedere ancora oggi, i fatti nudi e crudi della psichiatria, cioè che gli psichiatri diagnosticano malattie senza che esistano lesioni e curano dei pazienti senza averne il diritto.

Questo dunque fu il fatale punto di partenza della psichiatria moderna: l’invenzione della ‘presunta malattia « schizofrenia », una malattia le cui lesioni nessuno poteva osservare, e che « affliggeva » persone ‘in un modo tale che spesso esse non volevano niente altro che non essere dei pazienti. Ciò non è così sorpren-dente come potrebbe apparire se si pensa che Kraepelin e Bleuler acquistarono la loro maturità professionale, per così dire, all’ombra della spirocheta. Inoltre essi arrivarono a vedere la vittoria su di essa almeno sotto l’aspetto diagnostico. Perciò, essi erano influenzati non solo dalla paralisi come un modello di psicosi, ma anche dalla sifilide latente, una malattia che non presentava lesioni morfologiche (e riconoscibile solo per mezzo di un esame immunologico del sangue) e neppure sintomi (e perciò senza lo stimolo della sofferenza che poteva spingere il «malato» ad assumere il ruolo di paziente). Fu probabilmente tanto la sifilide latente quanto la paralisi a convincere Kraepelin e Bleuler a porre la loro fiducia nel modello della sifilide come depositano della soluzione all’enigma dei « disordini mentali ». Queste ipotesi sono confermate dalle seguenti affermazioni di Kraepelin, fatte nel 1917, al culmine della sua carriera:

« La natura della maggior parte dei disturbi mentali è tuttora oscura. Ma nessuno potrà negare che ulteriori ricerche riveleranno nuovi fatti in una scienza giovane come la nostra; a questo riguardo gli insegnamenti offerti dalla sifilide sono una lezione oggettiva. E’ logico supporre che riusciremo a scoprire le cause di molti altri tipi di alienazione mentale che possono essere prevenuti, forse persino curati, sebbene al momento attuale noi non possediamo il più pallido indizio... »

Quasi sessanta anni sono passati da questa dichiarazione. E i « nuovi fatti » nella nostra « scienza » sono che, sebbene possediamo ora un sacco di fatti nuovi sulla neurochimica e sulla psicofarmacologia, non ne possediamo alcuno sulla schizofrenia. Non sappiamo cosa sia, né che cosa la provochi. Però abbiamo fatto progressi nella comprensione della sua etiologia: non crediamo e non sosteniamo più che la schizofrenia sia provocata dalla masturbazione. E abbiamo fatto dei progressi nella comprensione di ciò che è: il Rapporto della Organizzazione Mondiale della Sanità, che ho già citato, riconosce in effetti che la schizofrenia è una parola. Forse ci vorrà ancora qualche centinaio di anni di intensa ricerca psichiatrica e epidemologica per scoprire che essa è solo una parola.

« Perché », si chiedono gli autori del citato studio, « è allora necessario il concetto di schizofrenia? » Essi rispondono alla loro stessa domanda così: « Primo, perché possediamo ormai questo termine. La parola schizofrenia è diventata di così largo uso che è necessario averne una definizione pratica in modo da mantenere il dibattito pubblico sulla schizofrenia entro limiti ragionevoli »

Nel corso degli ultimi vent’anni ho dedicato molto lavoro e molte parole a denunciare la stupidità scientifica, la follia filosofica e la mostruosità morale di questo atteggiamento della psichiatria ufficiale e mi asterrò dal riproporre qui tali argomentazioni. Forse siamo già in grado, o lo saremo fra poco, di dare un’occhiata ad alcuni « vecchi fatti » che hanno così pesantemente ostacolato’ il cosiddetto progresso psichiatrico. Fra questi vorrei indicare in primo luogo, la differenza fra il soffrire e l’essere malato, fra comportamento individuale sbagliato e disfunzioni fisiopatologiche, fra il curare una malattia e il controllare la devianza; e in secondo luogo, gli aspetti morali, politici e legali delle pratiche psichiatriche, che pongono pesanti interrogativi riguardo ai diritti umani, cioè i diritti civili e legali dei cosiddetti malati di mente.

Chiamo questi « vecchi fatti,’ in parte ‘per distinguerli dai « ‘fatti nuovi,) generati dalla scienza empirica e, in parte, per sottolineare che la soluzione del problema della schizofrenia può risiedere non tanto nella direzione della ricerca medica (anche se essa potrebbe dare qualche risultato valido se fosse fatta con competenza e onestà), quanto nella direzione di una rivalutazione filosofica, legale e morale di ciò che i cosiddetti schizofrenici fanno o non fanno, e di ciò che gli psichiatri (e i giudici e gli avvocati) fanno per loro e a loro.


--------______________ (T. Szasz : La schizofrenia simbolo sacro della psichiatria - New York 1976 - Armando 1984 - seconda parte e fine del capitolo 1 - tralasciate le note) _____________

(la distinzione in due parti è per comodità web)
vedi prima parte