Morte,
legato mani e piedi, sotto "cura" psichiatrica (+1 Commento)
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attualità (area pazzia)
Inviato da A8dmin di 13 Ott 2006 - 03:55 PM
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Un
venditore ambulante di frutta
e verdura sardo doc, a Quartu in Sardegna, inveendo contro i vigili
urbani per una nuova multa di 5000 euro, è trasportato di
forza
e preso in Trattamento Sanitario Obbligatorio dalla psichiatria locale,
è legato mani e piedi al letto e adeguatamente
psicofarmizzato,
muore dopo una settimana sempre legato e psicofarmizzato, per una
disfunzione polmonare. La psichiatria è - per ora - assolta
Comitato Verità e Giustizia per la
morte del signor Giuseppe Casu
“Coloro la cui vita rappresenta l’inferno della
Società Opulenta sono tenuti a bada con una
brutalità che
fa rivivere pratiche in atto nel medioevo e all’inizio
dell’età moderna. Per gli altri, meno
sottoprivilegiati,
la società prende cura del bisogno di liberazione
soddisfacendo
i bisogni che rendono la servitù ben accetta e
fors’anche
inosservata ...”
Hebert Marcuse, da “L’uomo ad una
dimensione”
In morte del Sig. Giuseppe Casu.
Giovedì 15 Giugno 2006 in piazza IV Novembre a Quartu il
signor
Giuseppe Casu, accanto alla sua ape parcheggiata, come ogni giorno
vendeva un poco della frutta e verdura contenuta nel cassone.
Nulla di notevole sino a quel momento in una giornata che sembra
tranquilla. Poi, in tarda mattinata, il dramma. Tutto avviene molto
rapidamente, intervengono i carabinieri con le guardie municipali,
spunta fuori anche un’ambulanza. Gli agenti lo afferrano con
la
forza, di fronte a tutti, lo sbattono a terra, lo immobilizzano.
Giuseppe Casu viene caricato, ammanettato, alla barella e portato via.
È in atto un ricovero coatto in psichiatria.
“Sgombero Forzato: se ne va anche l’ultimo
ambulante”
titola trionfalmente l’Unione Sarda il giorno dopo, in un
pezzo
chiaramente ispirato dalla giunta comunale. È falso,
Giuseppe
Casu non è l’ultimo ambulante, ma è
forse il
più vulnerabile e viene colpito in maniera esemplare per
ottenere il risultato di sgomberare finalmente la piazza dagli abusivi.
Perché altrimenti tanta forza e tanta violenza è
stata
impiegata contro un individuo intento in una attività
così pacifica?
Per completare il quadro di questa vicenda occorre fare qualche passo
indietro.
Il fatto è che da qualche tempo la giunta comunale di Quartu
ha
intrapreso un’energica azione contro i venditori ambulanti
privi
di licenza, per il ripristino della
“legalità”,
dunque anche i venditori di piazza IV Novembre erano da tempo nel
mirino della giunta.
Nell’ambito di questa “guerra agli
ambulanti”
però le guardie municipali di Quartu, per ragioni che
andrebbero
chiarite, si sono accanite, in maniera assurda e ingiustificabile,
quasi esclusivamente contro il signor Giuseppe Casu. Questo accanimento
selettivo viene ammesso anche dal vicesindaco di Quartu, Tonio Lai, che
nel dibattito in giunta del 6 Settembre 2006 dice: “Siamo a
conoscenza di un fatto certo, che la polizia municipale ha emesso
numerosi verbali a carico del cittadino, signor Giuseppe Casu. Ne ha
emesso soprattutto a partire da Maggio 2005, tantissimi
…”. A questa persecuzione il signor Giuseppe Casu,
benché preoccupato, ha reagito pagando le multe e
continuando ad
andare in piazza IV Novembre per vendere.
Ma torniamo al giorno prima dell’agguato, il 14 Giugno 2006.
I
vigili si presentano dal signor Casu. Come sempre gli elevano una
contravvenzione, ma questa volta il verbale raggiunge la cifra
stratosferica di 5000 euro per la vendita senza licenza di frutta e
verdura in strada. Una cifra che, questa volta, il signor Giuseppe Casu
non farà a tempo a pagare.
Evidentemente nelle stanze dell’amministrazione comunale
qualcuno
proprio non sopportava l’ostinazione del signor Casu.
Pensando ai
drammatici fatti dei giorni successivi l’imposizione di
questa
multa sproporzionata assume l’aspetto sinistro di un
avvertimento
e di una provocazione.
I medici psichiatri, che si son presi l’incarico di risolvere
il
problema dell’ultimo ambulante resistente di Quartu, sono
stati
dunque anche responsabili del destino del signor Giuseppe Casu, dalla
mattina 15 Giugno sino alla sua morte. A pensarci è una ben
strana cosa, visto che formalmente sono dei medici e, in teoria, il
loro compito sarebbe quello di curare la gente e non quello di togliere
le castagne dal fuoco al comune in lite con gli ambulanti.
Il ricovero coatto (Trattamento Sanitario Obbligatorio o TSO) viene
giustificato da uno stato di agitazione psicomotoria: il signor Casu
dava in escandescenze. Ma il semplice buonsenso ci dice che questo
poteva essere casomai inteso come un segno di salute mentale. Vorrei
sapere infatti chi di noi non darebbe in escandescenze dopo che, coloro
che il giorno prima ti hanno messo 5000 euro di multa, si presentano,
ti intimano di andartene, e, al tuo rifiuto, ti mettono altri 5000 euro
di multa, poi ti saltano addosso e ti immobilizzano...
Cerchiamo di capire cosa hanno fatto davvero questi
“medici” per la salute del signor Giuseppe Casu,
all’interno del reparto di psichiatria
dell’ospedale di Is
Mirrionis a Cagliari, nella settimana in cui il paziente è
riuscito a sopravvivere ai loro trattamenti.
Qualcuno si è preoccupato delle ferite che il signor
Giuseppe
Casu aveva subito durante le aggressioni di cui era stato vittima?
Qualcuno si è preoccupato di quella mano gonfia? Della
presenza
di sangue nelle urine? O piuttosto la loro unica preoccupazione
è stata quella di iniettargli un potente sedativo che
spegnesse
il suo cervello per qualche giorno, di legarlo al letto, di metterlo in
condizioni di non rompere le scatole?
I familiari del signor Giuseppe Casu, quando vanno a visitarlo, lo
trovano sempre legato al letto, sedato, col panno e privo di coscienza.
Nei momenti in cui riprende coscienza chiede di essere slegato. Gli
stessi familiari segnalano l’evidente gonfiore ed il colore
violaceo della mano destra, ma nessuno si preoccupa del suo stato di
salute.
Dopo una settimana il signor Giuseppe Casu muore,
all’improvviso,
sempre legato a quel letto da cui nessuno lo ha ancora liberato. Aveva
60 anni e non soffriva di nessuna malattia che lo potesse portare ad
una fine così rapida ed improvvisa.
Anche dalla relazione della commissione d’inchiesta della
ASL,
istituita in seguito ad una denuncia dell’ASARP, risulta che
il
signor Casu è stato vittima di un ‘trattamento
inaccettabile’: nel reparto di psichiatria lo hanno sedato e
immobilizzato, legandolo al letto mani e piedi per sette giorni, dal
suo arrivo al momento della sua morte e non gli hanno fatto nessun
esame per verificare il suo stato di salute. Nonostante le gravi
responsabilità accertate la ASL si rifiuta però
di
prendere qualsiasi provvedimento.
Per noi la morte del signor Casu è la diretta conseguenza di
una
politica precisa, della prassi violenta delle “forze
dell’ordine” e del trattamento pseudo-medico che
gli
è stato riservato. Lo hanno ammazzato loro.
Morti come queste, di solito, sono presto dimenticate. Per la
magistratura e gli investigatori non sono certo casi degni di
interesse. Familiari ed amici, quando vogliono insistere per accertare
la verità e le responsabilità, incontrano
difficoltà di ogni tipo. Il più delle volte la
gente
finisce per rassegnarsi e lasciar perdere. Questo le guardie e gli
psichiatri lo sanno bene, anche su questo contano per garantirsi
l’impunità. Le loro vittime sono destinate a
essere
sepolte in fretta e dimenticate.
Questo sarebbe stato anche il destino del signor Giuseppe Casu, se non
fosse stato per l’insistenza della sua famiglia che non si
è rassegnata all’esito della frettolosa autopsia
effettuata dai medici dello stesso ospedale il giorno dopo il decesso,
e sta cercando di far riaprire il caso.
Diverse procedure amministrative e giudiziarie sono attualmente in
corso, ma, come spesso accade, queste rischiano semplicemente di fare
da anticamera all’oblio.
Per questo è assolutamente necessario che
l’attenzione su
questo terribile caso non venga meno nei prossimi tempi, non deve
essere liquidato come normalità della vita di ogni giorno.
L’orrore della vicenda, suo malgrado esemplare, del signor
Giuseppe Casu non può scivolare via dalla memoria.
Verità
e giustizia sono dovute a lui e a noi. Non dimentichiamolo,
né
dimentichiamo che verità e giustizia reali non coincidono
con la
versione ufficiale dei fatti.
Le ragioni del comitato.
Il comitato si propone di compiere ogni sforzo perché la
terribile vicenda che ha portato alla morte del signor Giuseppe Casu
non sia dimenticata ed insabbiata, ma, al contrario, perché
possa emergere la verità e sia fatta giustizia. In questo
vogliamo collaborare ed appoggiare sia la famiglia della vittima, sia
tutti coloro che condividono con noi questo scopo.
Ci spinge a questo un naturale senso della solidarietà umana
e
della giustizia e un altrettanto spontaneo disgusto per lo spettacolo
della violenza inflitta dai forti contro i deboli, dalle
“istituzioni” contro i singoli, dai
“pubblici
ufficiali” contro i semplici cittadini. Ma le nostre
motivazioni
non si esauriscono qui.
Siamo infatti convinti che quanto accaduto al signor Giuseppe Casu non
sia affatto un episodio isolato ed assolutamente eccezionale. Al
contrario, pensiamo che si tratti di un caso in qualche modo esemplare.
Vi sono fasce della popolazione definite
“marginali” che
vengono costantemente sottoposte a forme di violenza brutale e
frequentemente ne restano vittime. Parliamo di coloro che il potere
definisce di volta in volta “pazzi”,
“drogati”,
“clandestini”, “vagabondi”,
etc. . Di questi
ferimenti, di queste morti, raramente si viene a sapere, difficilmente
si sente parlare e mai viene fatta giustizia. Sono morti che vengono
dimenticate in fretta.
Anche la morte del signor Giuseppe Casu viene già fatta
passare
per un errore, per un caso di
“mala-sanità”, si
parla di tragica fatalità, di un caso sfortunato,
eccezionale,
imprevedibile. Non è vero. La morte del signor Giuseppe Casu
è invece la logica conseguenza, l’esito naturale,
di una
politica ben precisa. Oramai le politiche
“securtarie” e
“legalitarie” sono tanto di moda tra le
amministrazioni
pubbliche di destra e di “sinistra” (il comune di
Bologna
primo tra tutti), che anche Quartu Sant’Elena, un comune del
meridione più povero e afflitto da problemi sociali, ha
deciso
di adottarle. Politiche che hanno un punto fermo, una costante: quella
di mettere un astratto concetto di
“legalità” avanti
a tutto, e soprattutto avanti alle più elementari esigenze
di
giustizia sociale e di solidarietà umana. Così
nascono
tutte le varie “guerre” che le amministrazioni
dichiarano
contro settori di popolazione poveri e marginali. Il comune di Quartu,
ad esempio, aveva già intrapreso la sua contro gli
ambulanti, ed
è di questi giorni la massiccia operazione di
militarizzazione
del territorio a Cagliari, con intere piazze assediate da polizia e
carabinieri, centinaia di persone identificate,una cinquantina di
schedature, denunce, fogli di via voluti dal prefetto Orrù e
dal
sindaco Floris, con la stampa ad agitare lo spettro di un improbabile
quanto ridicolo "terrore" suscitato da punkabbestia ed ambulanti
abusivi nel centro storico cittadino. Si dichiara guerra ai drogati, ai
clandestini, agli imbrattatori, etc. . E che si tratti di guerre reali
e non metaforiche, condotte con lo spirito ed i metodi della guerra, ce
lo dicono le vittime che queste piccole guerre interne seminano nelle
nostre strade.
Ne ricordiamo alcune:
- Federico Aldrovandi, viene pestato e soffocato in strada dalla
polizia la notte del 25 Settembre 2005. Lo avevano preso per un
“drogato” che stava in strada a far casino. Aveva
18 anni.
Molti mesi dopo, grazie all’insistenza della madre si apre
un’inchiesta della magistratura, è in corso un
processo.
- Stefano Cabiddu, muratore di Samassi emigrato a Crema, assassinato da
un carabiniere con un colpo di pistola il 20 Luglio 2003 nel parco di
un centro commerciale a Roccadelle dove era andato per incontrarsi coi
suoi fratelli, anche loro emigrati. Aveva 23 anni. Il carabiniere, a
caccia di “spacciatori”, si giustifica prima
dicendo che i
tre sardi avevano un fare “sospetto”, poi ricorre
alla
classica risorsa del caramba dal grilletto facile: dirà di
aver
inciampato e che gli è partito un colpo. Un anno dopo il PM
lo
assolve e archivia l’inchiesta senza nemmeno un processo.
- Raigama Achrige Rumesh Ku, 19 anni, residente a Como, famiglia
originaria dello Sri Lanka. Il 29 Marzo 2006 un vigile della squadra
speciale “anti-graffittari” organizzata dal comune
gli ha
sparato in testa a freddo, trapassandogli il cranio dalla nuca alla
fronte. Miracolosamente è sopravissuto, il vigile ha
“chiesto scusa”, l’inchiesta è
in corso.
- Mario Castellano, napoletano, 17 anni. Il 20 Luglio del 2000 era in
motorino senza casco, una pattuglia della polizia gli ordina di
fermarsi, lui non lo fa, un agente gli spara alla schiena e lo uccide.
Grazie alla testimonianza di un driver del vicino ippodromo
l’agente viene condannato in primo grado a 10 anni per
omicidio
volontario. L’agente è stato poi assolto in
appello
perché “il fatto non sussiste” (anche a
lui
“è partito un colpo”).
E si potrebbe continuare a lungo, ma comunque l’elenco
sarebbe
comunque troppo breve. Sappiamo che sono pochissimi i casi di cui
veniamo a conoscenza e che vengono documentati, rispetto a quelli che
realmente avvengono. Anche quei pochi poi rimangono per lo
più
relegati tra le notizie marginali della stampa locale.
Scorrendo l’elenco delle vittime di queste assurde guerre
interne
c’é una costante che impressiona, é lo
stato di
assoluta impunità nel quale agiscono le cosiddette
“forze
dell’ordine”. Qualunque abuso compiano non si trova
giudice
che alla fine non li copra, sino all’omicidio.
Questo è evidentemente uno dei motivi principali per cui, in
casi come questi, è così difficile stabilire un
minimo di
verità e di giustizia.
La realtà è che queste
“guerre”, dichiarate
nel nome della “legalità” contro i
soggetti
marginali della società, condotte con metodi estremamente
arroganti brutali e violenti, rappresentano di fatto un grave pericolo
per i cittadini.
Il paradosso di questo mondo alla rovescia è che questa
barbarie
viene spacciata per una politica ispirata alle esigenze della
“sicurezza”. Sicurezza per chi? viene da chiedersi.
A questo interrogativo ha dato una esemplare risposta
l’assessore
alle politiche sociali del comune di Quartu, che, chiamato a rispondere
della sua politica di guerra all’abusivismo, costata la vita
al
signor Giuseppe Casu, spiega candidamente – La gente si
lamenta,
non si trovano parcheggi, i bottegai che vendono la verdura in negozio
si lamentano della concorrenza... –
Ah legalità bottegaia, quanti delitti si commettono in tuo
nome !
Cosa dire infine della psichiatria? Cosa dire di questa pratica che
pretende ancora di essere considerata una scienza medica ma che si
presta ad essere utilizzata come uno strumento della repressione
più brutale?
La pretesa della psichiatria è quella di curare la
“mente” e non il corpo, ma si sa, la mente
è
un’entità evanescente e difficile da individuare,
e questo
consente alla psichiatria di prendersi una serie di libertà
e
commettere i più gravi abusi sui corpi dei suoi
“pazienti”.
La storia della psichiatria è una storia tragica e
criminale,
nel passato ha ammesso come metodi di “cura”
pratiche quali
le mutilazioni cerebrali (lobotomia), lo shock insulinico (stato di
coma indotto da iniezioni di insulina), la distruzione fisica e
psichica dei “pazienti” mediante segregazione a
vita nei
manicomi, etc. . Tutte queste pratiche sono state attuate contro la
volontà dei pazienti e, a loro tempo, sono state definite
“innocue” ed “efficaci contro la malattia
mentale”.
Oggi viviamo in tempi apparentemente più civili. I manicomi
sono
stati chiusi e la lobotomia non si pratica più,
l’elettroshock è invece ancora una pratica
diffusa,
benché attivamente contestata a causa dei gravi rischi
(anche di
morte) che comporta.
Tuttavia la psichiatria, unica tra le discipline mediche, non ha
affatto rinunciato alla pretesa di “curare” i suoi
“pazienti” contro la loro volontà
mediante pratiche
estremamente pericolose per la salute del loro corpo, quali la
somministrazione massiccia di psicofarmaci e la
“contenzione” a letto. Ancora oggi chi ha
l’avventura
di visitare un reparto psichiatrico, quello di Is Mirrionis a Cagliari
ad esempio, lo troverà popolato di uomini e donne legati ai
letti e/o ridotti dai farmaci in uno stato tale da non riuscire
né a parlare né a stare in piedi. Buona parte di
loro
è stata trascinata là dentro contro la propria
volontà.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è infatti ancora
consentita
dalla legge, ma, data la delicatezza della cosa, vi sono una serie di
garanzie formali per il cittadino: ci deve essere la richiesta di un
medico, la convalida di un altro medico e del sindaco, la vigilanza di
un giudice e il provvedimento deve essere formalmente comunicato
all’interessato. Si può procedere al ricovero
coatto solo
se ricorrono tutte queste circostanze e se l’interessato
rifiuta
in assoluto di curarsi (se accetta di “curarsi”
può
invece scegliere dove e come) e solo se non vi sono altre
possibilità. Il ricorso alla violenza non è
ammesso se
non in caso di assoluta necessità. Queste sono le garanzie
formali. La pratica è ben altra cosa ... .
I Sindaci, che dovrebbero garantire i cittadini dagli abusi degli
psichiatri, nel migliore dei casi si limitano a firmare le carte senza
nemmeno guardarle, nel peggiore dei casi chiedono essi stessi il
ricovero di persone che creano fastidi.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è estremamente
violenta,
viene effettuata da molti uomini (infermieri, poliziotti, carabinieri,
guardie varie) che immobilizzano la loro vittima, spesso dopo una lotta
accanita, e la legano alla barella. Succede naturalmente che in questa
fase il ricoverato subisca percosse e lesioni. È successo
anche
che la polizia, sollecitata da vicini e colleghi, abbia fatto irruzione
nella casa del “paziente” sfondando la porta.
I tentativi di chi ha subito un TSO di far valere le sue ragioni,
chiedendone l’annullamento, non vengono quasi mai presi in
considerazione (a Cagliari, ad esempio, non ci risulta sia mai
accaduto).
Una delle cose che rimane più oscura è come una
pratica
estremamente violenta, pericolosa, lesiva ed umiliante come il
Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) possa essere ancora ritenuta
valida e “curativa”. Una simile violenza non
può
evidentemente essere di aiuto a nessuno.
Evidentemente, al di là della questione della
“malattia
mentale” e della sua “cura” la
realtà è
ben diversa, infatti, guardandoci intorno, ci accorgiamo di come la
psichiatria venga usata dai responsabili
“dell’ordine
pubblico” come un’arma flessibile ed efficace.
Tante volte
chi, per una ragione o per un’altra, da fastidio, ma non
incorre
in comportamenti criminali dei quali la giustizia ordinaria possa farsi
carico, viene sbrigativamente tolto di mezzo facendo ricorso proprio
alla psichiatria.
Le categorie di questa pseudo-scienza sono infatti talmente vaghe ed
arbitrarie che ci si può far rientrare praticamente
chiunque.
Basta un po’ di “agitazione psicomotoria”
(che tra
l’altro è molto facile provocare), come nel caso
del
signor Giuseppe Casu.
Purtroppo, anche sotto questo aspetto la vicenda del signor Giuseppe
Casu è stata esemplare. La sua storia non può
essere
liquidata come il solito caso di “mala
sanità”, non
è vero! Col signor Casu gli psichiatri si sono comportati
come
si comportano sempre, come esige la funzione sociale che svolgono.
Certo ogni tanto qualcuno, a causa dei loro
“trattamenti”,
muore, ma è ben difficile che queste morti possano essere
documentate e conosciute, di solito passano sotto silenzio.
Tutto ciò è pienamente conforme alla pratica
della
psichiatria, che ha per lo più una natura disciplinare e di
controllo che poco ha a che fare con il concetto medico di
“cura”. La funzione che la psichiatria svolge
realmente
è in buona parte quella di controllare le persone e non
quello
di “curarle”, e forse è proprio per
questo che
questa disciplina pseudo-scientifica è sopravvissuta ai suoi
tragici insuccessi, ed è ancora attiva oggi.
In conclusione, come comitato sorto a partire dall’esigenza
di
fare chiarezza e giustizia su questa terribile vicenda, ci proponiamo
anche di approfondire alcune delle tematiche politiche e sociali che
hanno portato alla fine del signor Giuseppe Casu, quali:
- le politiche “legalitarie” e
“securtarie” dei
comuni che, in pratica, si traducono in vere e proprie guerre interne
condotte per lo più contro fasce marginali della popolazione.
- L’impunità assoluta di cui godono sempre e
comunque le
“forze dell’ordine”, qualunque siano le
brutalità di cui si rendono responsabili.
- Il ruolo della psichiatria come pratica di controllo e non di cura.
La barbarie dei ricoveri coatti (TSO) e il loro uso come strumento
repressivo interno.
Ci si propone inoltre di creare contatti e collegamenti con altri
comitati sorti in tutta Italia in seguito ad altri episodi in qualche
modo analoghi, e con organizzazioni antipsichiatriche, allo scopo di
solidarizzare con le vittime, scambiare esperienze ed informazioni e
possibilmente creare assieme occasioni di controinformazione, di
dibattito e di lotta.
[per contatti col "Comitato Verità e Giustizia per la morte
del sign. Giuseppe Casu" :
massimo.corraddu@ca.infn.it ]
Re:
aggiunta: interrogazione parlamentare sulla morte di Casu (Punteggio:
1) da A8dmin di 07 Nov 2006 - 11:31 PM (aggiornamento ricopiato da
www.antipsichiatria.it, 30 Ottobre 2006) Mauro Bulgarelli, capogruppo
dei "Verdi-Pdci" in commissione giustizia del Senato, ha presentato
un'interrogazione parlamentare sulla morte di Giuseppe Casu, venditore
ambulante di Quartu S.Elena deceduto il 22 giugno scorso dopo una
settimana di ricovero coatto presso l'ospedale psichiatrico Is
Mirrionis di Cagliari.
"Questa vicenda -spiega Bulgarelli- ha dei contorni veramente
inquietanti e va chiarita in tutti i suoi aspetti. Casu, un pensionato
di 60 anni, il 15 giugno scorso, nella piazza di Quartu, dopo essersi
rifiutato di chiudere il suo banchetto, veniva prelevato con la forza
da carabinieri e vigili urbani, ammanettato e ricoverato in TSO
all'ospedale psichiatrico di Cagliari.
A detta di molti testimoni l'intervento sarebbe stato particolarmente
energico, tanto che Casu mostrava una mano palesemente gonfia e
violacea. Giunto in ospedale -continua il senatore dei Verdi- veniva
immobilizzato mani e piedi al letto di contenzione e gli venivano
somministrati potenti psicofarmaci che lo portavano in uno stato di
incoscienza.
Dopo una settimana trascorsa in queste condizioni, Casu moriva
improvvisamente il 22 giugno. Secondo i familiari, il loro congiunto
non soffriva di alcuna patologia che possa essere collegata al decesso
e la stessa Asl, in una sua indagine, ha riconosciuto che il
trattamento non poteva essere giustificato sotto il profilo medico e
che i sanitari, durante la degenza, hanno omesso di effettuare i
necessari accertamenti clinici.
Mi pare evidente, dunque, che siamo fronte a un caso dai troppi punti
oscuri, su cui occorre fare luce: era veramente necessario un
intervento tanto energico da parte delle forze dell'ordine?
Perché a Casu è stata riservata una degenza in TSO
così disumana e perché non è stato adeguatamente
assistito dai sanitari dell'ospedale? Soprattutto -conclude Bulgarelli-
bisogna accertare se esistano responsabilità per questa morte
assurda, onde evitare che, come accade troppo spesso, esse rimangano
impunite".
Roma 27/10/06 |
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