Il caso della donna di Torino: Incarcerata in psichiatria SENZA alcun reato
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Inviato da AnyFile di 03 Set 2006 - 08:21 AM
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Forse avete letto il caso della
donna di Torino ricoverata (meglio dire incarcerata) in psichaitria per
il solo fatto di aver scelto di vivere restando in casa [senza luce
acqua gas].
I giornali hanno trattato, come ormai e' loro abitutide, il caso a favore della psichaitria.
Sul caso ho trovato una spiegazione meno viziata dai soliti pregiudizi che vi invito a leggere
http://www.oism.info/it/societa/controllo_sociale/caso_vasta_la_psichiatria_deporta.htm
[articolo ricopiato in fondo]
Cosi' come vi invito a leggere i miei commenti alla faccenda
E' giusto essere incarcerati (seppure in un reparto psichaitrico, ma
sempre di incarcerazione si tratta) per il solo fatto di preferire
restarsene in casa?
E' giusto che un ospedale si rifuti di var vedere come vengano
trattate le persone ricoverate?
E' giusto impedire un colloquio con una persona ricoverata per il
solo fatto che l'ospedale non ha interesse a che si vanga a sapere
come stanno le cose?
E' mai possibile che ad una persona che non ha fatto nulla, ma
nonostante cio' e' considerata malata, sia trattata peggio di un
criminale? (a differenza di un criinale non ha diritto alla difesa,
non ha diritto all'ora d'aria, non ha diritto a comunicare -
nonostante che la legge sui TSO dica il contrario - e non ha diritto
a presentare reclami e ricorsi -nonostante che la legge sui TSO dica
il contrario-
Circa il caso di alcuni giorni fa di una donna fatta ricoverare in
psichiatria perche' se ne stava chiusa in casa sono circolate notizie
sui giornali e sui mezzi d'informazione viziati dall'orami diffuso
interesse a propagnadare la psichiatria come una cosa utile e a far
vedere la necessita' di finanziare ulteriormente la psichaitria (che
invece riceve diriettamente o indirettamente gia' una quantita' di
soldi enorme, comparate ad altre realta' piu' bisognose, come ad
esempio la ricerca medica o la ricerca scientifica).
Negli articoli di giornale inoltre e' comparso il nome della donna,
senza, presumo, che abbia fornito il suo consenso.
La notizia e' stata diffusa nel modo che hanno vouluto i giornalisti,
frammischiando fatti reali, fatti distorrti ed opinioni personali.
La donna e' stata presentata come colpevole e gia' condannata. Ed e'
anche gia' stata ralmente condannata. Non si sa quale possa essere il
reato commesso, ma di fatto e' gia' privata della sua liberta'
personale e tenuta rinchiusa.
A chi volgia tenatre di accertare come siano andate le cose
realmente, a chi vuole sapere come si trovi la signora e come venga
trattata, l'ospedale pone un divieto. Non e' ammesso neppure
parlarle.
L'ospedale si limita a riferire che "la donna sta bene". Viene da
chiedersi perche' un ospedale debba tenere in uno stato di degenza
forazata, privandola della sua liberta', una "doanna che sta bene"
E' mai possibile che un servizio pubblico possa fare quello che vuole
senza dover rispondere di quallo che fa e senza permettere che si
sappia quello che fa? Se e' cosi' la psichiatria di fatto costituisce
una branca dei servizi segreti.
Ho trovato in internet una pagina che descrive da un punto di vista
piu' neutrale e senza i soliti pregiudizi la faccenda
http://www.oism.info/it/societa/controllo_sociale/caso_vasta_la_psichiatria_deporta.htm
A.F.
articolo http://www.oism.info/it/societa/controllo_sociale/caso_vasta_la_psichiatria_deporta.htm ricopiato :
Ricevo una telefonata da Giorgio Antonucci: “Tristano hai visto
cosa è successo a Torino? Una cosa terribile: la psichiatria ha
incarcerato una signora solo perché aveva scelto di vivere a
modo suo col proprio compagno! Fate qualcosa, protestate, andatela a
trovare, fatele sapere che non è sola, che ci siamo noi!”
Mi metto all’opera e cerco di ricostruire l’accaduto.
Trovo un articolo de La Stampa, del 17 Agosto 2006: Eremiti di
città: barricati in casa da sette anni Un’ex bancaria e il
marito pensionato In pieno centro come barboni in una stalla.
L’accaduto non è meno racappricciante del modo in cui il
giornalista, tale Lodovico Poletto, presenta la storia.
Poletto inizia l’articolo scandalistico descrivendo la storia di
Daniela Vasta “una donna in apparenza lucida e cosciente, che ha
scelto di isolarsi dal mondo” e di suo marito “che per
starle accanto ha mollato un bel lavoro da impiegato all’Ufficio
imposte e si è chiuso con lei in un appartamento di 35 metri
quadri”. Da lì prendono le mosse i capi d’accusa
morale che volgono a giustificare l’incarcerazione arbitraria
della donna, avvenuta per mano degli psichiatri: “Vivere senza
acqua, senza luce elettrica, senza gas, senza mai leggere un giornale,
o ascoltare un tg ...”
Il resoconto procede tendenziosamente, mischiando giudizi personali e
fatti in un deplorevole esempio di ignobile retorica il cui unico scopo
palese è tentare di rendere tollerabile la crudezza
dell’accaduto: Un uomo ed una donna, con alle spalle carriere di
successo hanno deciso di volersi isolare e condurre la propria vita
secondo i propri gusti. Da anni vivevano in quel modo, assieme alla
figlia che si sta laureando. Nessuna lamentela, nessuna segnalazione da
parte dei vicini, fino al fatidico giorno: “Se non fosse stato
per una perdita d’acqua, che durava da tempo, forse questa storia
assurda non l’avrebbero mai scoperta. Invece le infiltrazioni
hanno finito per rovinare il mobilio ad un vicino ... si è
rivolto al Comune e ai vigili del fuoco. Che sfondando una finestra di
quell’appartamento ... hanno scoperto l’orrore di questa
prigionia volontaria in un appartamento che è quasi una
stalla.”
Appunto: una prigionia volontaria! una scelta di vita intrapresa di
comune accordo, portata avanti da persone che si mantenevano con il
proprio denaro, senza arrecare disturbo al vicinato. Perché
allora questa donna è stata ricoverata con la forza in un
repartino psichiatrico? L’unica ragione plausibile è che
il loro stile di vita offende la morale comune, il perbenismo di
persone come questo giornalista, il quale lamenta “Tutto
ciò che c’era fuori non li riguardava più: non la
città che cambia, non le Olimpiadi, non la gente che sciama
poche strade più in là con i vestiti alla moda e le auto
di lusso.” Un po’ come dire che se non segui le Olimpiadi,
i tg, il calcio, la moda e le macchine di lusso, non sei in, sei out
— sei fuori dal giro. E dove finisce chi è fuori dal giro?
In psichiatria, ovviamente.
A questo punto dell’articolo il moralista Poletto si trova a
dover raggirare l’ostacolo del buon senso: come spiegare la
scelta di vita di queste persone? In fondo si tratta di un uomo ed una
donna di 62 e 55 anni, con alle spalle carriere decorose, e che —
soprattutto — non hanno commesso alcun crimine. Poletto ammette
“non è una questione di soldi”, quindi
cos’è?
La risposta che giustifica tutto questo è la solita tiritera
psichiatrica: “Li ha ridotti in questo stato la psicosi di lei
che ha finito per condizionare e stravolgere le abitudini di tutta la
famiglia. «Una psicosi sulle cui caratteristiche bisogna ancora
indagare» dice Giorgio Gallino, medico di guardia nel reparto di
psichiatria dell’ospedale Mauriziano, dove lei è
ricoverata da ieri pomeriggio.”
La verità nuda e cruda è che la psichiatria ha, ancora
una volta, rivelato quello che è il suo vero mandato: un sistema
di controllo sociale mascherato da medicina, il cui unico scopo
è reprimere la dissidenza e l’anticonformismo per conto
dello Stato.
È vergognoso che i mezzi mediatici si prestino a coprire queste
manovre da regime totalitario infarcendo i propri articoli con
giustificazioni morali che nulla hanno da invidiare alle motivazioni
storiche con cui la psichiatria perseguitò ebrei, zingari,
omossesuali e ogni tipo di persona giudicata socialmente inutile e
fastidiosa.
D’altronde questo tentativo giornalistico di coprire una manovra
di incarcerazione arbitraria è alquanto goffo.
Dall’articolo stesso trapelano dettagli che invitano alla
riflessione. Scrive infatti di Daniela Vasta: “Sa dove si trova,
sa che suo marito se lo sono portato via i poliziotti e che rischia una
denuncia per resistenza. È consapevole di tutto e parla con
tutti. Spiega che Morena è brava e studiosa. Che loro volevano
vivere così, senza vedere nessuno. «Dopo la laurea di
Morena ce ne saremmo andati da lì. Adesso denuncio tutti: il
sindaco e i pompieri. Non dovevano portarci via». A chi le fa
notare che ha bisogno d’aiuto, lei ribatte quasi scocciata:
«Abbiamo scelto così, era meglio così. Adesso avete
rovinato mia figlia: che figura farà con la gente?»”.
Quello che risulta intollerabile, a chi giustifica questo sistema di
privazione della libertà, è l’idea che le persone
possano scegliere di discostarsi dallo stile di vita
«comune», quello omologato e approvato da uno Stato
orientato all’omogenizzazione delle masse. A nulla vale il fatto
che persone come Daniela ribadiscano la propria scelta di vita, la
propria volontà a reclamare la libertà di condurre la
propria vita famigliare come meglio aggrada loro. Il pensiero medico
paternalista reclama di imporre il proprio «bene» anche su
persone non consenzienti, e lo Sato asseconda questa prassi garantendo
agli psichiatri il mandato di coinvolgere le forze dell’ordine
per eseguire l’«arresto medico». In simili frangenti,
a un uomo che cerca di difendere la propria moglie da
un’incarcerazione senza sfondo giuridico non resta che essere
portato via dai poliziotti e rischiare una denuncia per resistenza.
Direi che queste sono immagini che rievocano con forza le deportazioni
che ebbero luogo durante il regime nazista, specie se teniamo conto del
coinvolgimento storico degli psichiatri nei programmi di deportazione e
sterminio durante la seconda guerra mondiale.
In data 22 agosto mi sono recato presso il reparto di psichiatria
dell’Ospedale Umberto I di Torino, chiedendo di poter parlare con
Daniela. Sono stato «accolto» dal dott. Giacopini Domenico,
direttore del reparto. Mi ha portato in un ufficio, assieme a un paio
di suoi infermieri e una non meglio qualificata dottoressa — il
classico approccio dei molti «testimoni» contro uno; giusto
per pararsi la schiena. Giacopini ha preso a pressarmi con domande su
domande sul perchè volessi incontrare Daniela. Era nervoso,
l’idea che un ex-utente psichiatrico volesse offrire sostegno
morale ad una persona vittima di un tale maltrattamento coatto lo
preoccupava. Alla fine mi è stato negato di vedere Daniela,
anche solo un attimo. Ho chiesto di poter appurare come stava, e mi
è stato «garantito» che sta bene.
La democrazia e la libertà assumono forme inconsuete in questa
Torino del Sindaco Chiamparino: le stesse persone che si sono
introdotte con la forza in casa della famiglia Vasta, incarcerando in
psichiatria Daniela, facendo portare via suo marito dalla polizia, e
strappando la loro figlia alla casa per rinchiuderla in una
comunità protetta, ora chiedono che ci si accontenti della loro
benevola parola per appurare che «va tutto bene».
Giacopini afferma di aver ricevuto direttive esplicite, da parte del
Direttore Sanitario dell’Ospedale Umberto I, secondo cui è
vietato consentire visite a Daniela da parte di giornalisti e
sconosciuti. Detta in breve, in nome della «tutela»
psichiatrica le persone vengono spogliate dei diritti civili basilari,
inclusa la possibilità di contatti con il mondo esterno.
La verità è che ci troviamo davanti all’ennesimo
caso di violenza psichiatrica, come ho avuto modo di vederne a nausea
durante i miei anni in psichiatria. La Carta Internazionale dei Diritti
Umani delle Nazioni Unite sancisce che l’uomo ha il diritto ad
essere libero dalla paura della persecuzione e
dell’incarcerazione arbitraria, ma questo diritto viene raggirato
con il pretesto della «cura» psichiatrica.
Io e Giorgio Antonucci lanciamo un appello a tutti coloro che vogliono
difendere la libertà: non lasciate che questo sopruso passi
innoservato! Esercitate pressione sugli organi competenti
affinchè i crimini della psichiatria non passino impuniti.
Al fondo di questa email fornisco i contatti principali ai quali
è possibile inoltrare protesta, ma vi chiediamo di adoperarvi a
360 gradi al fine di far conoscere questo vergognoso caso.
Tristano Ajmone,
Presidente OISM
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