Il delitto non sa scrivere
Articoli / libro (segnalaz. o recensione)
Inviato da malega_1 di 29 Apr 2006 - 05:22 PM
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E' con grande piacere che
recensisco questo libro.Avendolo letto,so di che ocosa parla e come gli
autori del testo riescano a farsi beffe degli esperti criminologi-che
hanno una laurea in psichiatria-E' una lettura deliziosa,perche' riesce
a unire satira e rigore argomentativo.Spero che qualcuno legga questo
libro.
malega
Il libro
Il criminologo è ormai una figura familiare. Su qualunque fatto
delittuoso è diventato "l'esperto" per eccellenza, chiamato a
disvelare le profonde ragioni del delitto e magari individuare a colpo
sicuro il colpevole. Ma il criminologo non si limita a esprimere i
propri pareri nei salotti dei talk show televisivi o a raccontare
famosi delitti del passato. Il suo giudizio........
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Il libro
Il criminologo è ormai una figura familiare. Su qualunque fatto
delittuoso è diventato "l'esperto" per eccellenza, chiamato a
disvelare le profonde ragioni del delitto e magari individuare a colpo
sicuro il colpevole. Ma il criminologo non si limita a esprimere i
propri pareri nei salotti dei talk show televisivi o a raccontare
famosi delitti del passato. Il suo giudizio conta soprattutto in
tribunale. Alle perizie psichiatriche da lui redatte si affidano tanto
l'accusa quanto la difesa e dalla sua "scienza" spesso dipende l'esito
del processo. Gli autori di questo libro hanno scelto di analizzare una
serie di perizie psichiatriche d'ufficio sugli autori di reato, perizie
che si rivolgono tanto a piccoli fatti criminosi (come le liti tra
vicini) quanto a efferati delitti (come gli omicidi in famiglia). Hanno
scelto di analizzare e "sottoporre a perizia" proprio gli elaborati di
colui che in un'aula di tribunale parla a nome della scienza. Hanno
scelto di esercitare una critica su una figura - a cavallo tra
psichiatria e psicologia, medicina e diritto - che in ambito
giudiziario ha sempre più rilievo. Scoprendo cose agghiaccianti:
che chi scrive una perizia nella maggior parte dei casi proprio non sa
scrivere; che ha già espresso un verdetto ancor prima della
sentenza; che la sua analisi non è mai "oggettiva"; che la sua
"scienza" fa acqua da tutte le parti. Un testo insieme dissacrante e
divertente, che nei suoi paradossi finisce con l'essere una critica
feroce del sistema giudiziario contemporaneo.
A. Verde, F. Angelini, S. Boverini, M. Majorana
Alfredo Verde è professore associato di criminologia
all'Università di Genova. Psicologo-psicoterapeuta, dal 1999 al
2005 è stato presidente dell'Ordine degli psicologi della
Liguria.
Francesca Angelini laureata in giurisprudenza e in scienze e tecniche
psicologiche, dottore di ricerca in criminologia, professore a
contratto di criminologia minorile, da anni svolge attività
educativa nell'ambito della devianza.
Silvia Boverini laureata in giurisprudenza, specialista in criminologia
clinica. Svolge attività di ricerca e formazione su adolescenza
deviante, paura del crimine, gestione e mediazione dei conflitti.
Margherita Majorana, psicologa-psicoterapeuta, è membro aderente dell'Slp (Scuola lacaniana di psicoanalisi).
un assaggio...
All'inizio erano le tenebre. La notte pervadeva il mondo. Una metafora
che risale perlomeno al vangelo giovanneo, per dare un'idea della
dimensione cui il delitto, in particolare il delitto di sangue,
riavvicina drammaticamente, con la potenza di un trauma. L'ordine, il
giorno, la luce vengono sovvertiti e il delinquente proietta con il suo
atto nel sociale un fascio di luce scura. Le tenebre evocano il mondo
delle fobie infantili, dove il babau può nascondersi negli
angoli dei corridoi, dietro alle porte amiche. La società,
costrutto immaginario a livello collettivo, e l'ordinato mondo della
fantasia sulla realtà sono la coperta di Linus che vela e
nasconde il terribile reale. La vita sociale, con il suo ronfare
tranquillo, vela la tenebra. Ma ogni tanto il velo si squarcia, il
tappeto si smaglia: il delitto. I delitti che più colpiscono
sono quelli che violano le norme fondamentali del vivere sociale,
quelli interni alla famiglia, quelli compiuti sui bambini o quelli,
comuni, particolarmente efferati. Questi delitti sono oggetto di
narrative tanto oggi quanto centocinquanta anni fa. Il caso Fenaroli,
Erika, il canaro suscitano la necessità di narrare perché
ordine, trame, comprensione (intrinsecamente narrativa) riarticolino un
senso. L'"orrore" di cui parla Kurtz in Heart of Darkness giace alla
base di ogni possibile convivenza: e torna, drammaticamente, nella
vita, non solo evocato dai delitti, ma anche articolato nei sintomi:
sintomi più o meno mentalizzati, come l'ansia delle fobie, o
più somatici, come gli attacchi di panico. I temi oggetto della
criminologia trovano tuttora ampio spazio nell'immaginario collettivo.
Si può immaginare che il delitto come uno strappo, i cui effetti
laceranti si manifestano concretamente nel corpo di chi ne è
coinvolto, nelle esistenze di vittime e colpevoli, ma anche nelle
emozioni e nella memoria dei semplici osservatori, a vario titolo
"colpiti" dall'evento: l'intero corpo sociale è in qualche
misura punto nel vivo, chiamato a raccolta contro un'inattesa
violazione delle proprie regole, spinto a forza a confrontarsi con
l'irruzione del disordine, dell'imprevisto, della violenza irrazionale
che credeva di aver espunto dalle proprie fila. A un livello profondo,
non sempre percepibile, il delitto, soprattutto volto contro la
persona, è "uno dei comportamenti umani che, in modo più
clamoroso, massimalizza il Male". La sua capacità di mettere in
crisi il sistema della convivenza civile non deriva tanto dal fatto
criminoso, in sé e per sé considerato, per quanto brutale
e incomprensibile possa apparire; la sua carica eversiva discende
piuttosto dalla contiguità del reo e del suo gesto con il "lato
oscuro", con ciò che sfugge a ogni rassicurante codificazione
perché non appartiene ad alcun codice noto: ogni fatto di sangue
richiama paure antiche, inquietudini senza nome, ingenera il thauma
aristotelico. Ma come l'etimologia originaria del termine monstrum
rimanda alla meraviglia e al prodigio, così il delitto al tempo
stesso terrorizza e incuriosisce, induce emozioni ambivalenti, in cui
all'orrore e allo spavento si mescola un certo grado di oscura,
misteriosa fascinazione. In tempi di massiccia spettacolarizzazione
della realtà, una tale commistione di paure individuali,
riprovazione civile, sdegno morale e indicibile attrazione diviene
inevitabilmente oggetto d'interesse per l'industria mediatica nelle sue
varie espressioni, dall'informazione al puro intrattenimento.
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