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il malessere della normalita'

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Inviato da malega_1 di 03 Gen 2006 - 11:53 AM  + 1 Commento

La normalita' e' l'orizzonte della nostra esistenza.Chi di noi non ama definirsi normale?
Non credo che ci sia uomo al mondo che desideri essere definito folle. La follia fa paura.
E la follia ci terrorizza perche' e' la porta attraverso la quale ci allontaniamo
dagli altri. Essa e' fonte di terrore sopratutto per coloro che folli non sono.(o credono di non esserlo).
La follia ci terrorizza perche' ci esclude dal consorzio umano. L'esclusione provoca terrore panico.

NELLA CITTA' DI ERECH  di  N.Valentino e R.Curcio   e  
Il malessere della normalita'.  

di A. Malega

Ci sono libri e libri. Ci sono libri che annoiano. Libri che mettiamo da parte sperando di leggerli un giorno, sapendo gia' che, per un motivo o per un altro, non leggeremo mai. Libri che vorremmo leggere, ma che non possiamo comprare perche' costano troppo. Libri che tradiscono le nostre aspettative. Libri che ci appassionano al tal punto da dimenticarci del mondo. Libri che si prestano ad essere letti in poche ore perche' hanno il dono di trascinarci in un vortice di sensazioni piacevoli. La lettura,in questo caso, diventa un'avventura intellettuale.
Un libro che mi ha appassionato dalla prima all'ultima pagina e' "Nella citta' di Erech". Edizione Sensibili alle foglie,di Nicola Valentino e Renato Curcio. Di che cosa tratta il libro? Tratta dei dispostivi e dei i modelli concettuali che fondano le istituzioni e quelli che le persone instaurano in relazione ad esse. Vengono esplorati i nessi tra le istituzioni ordinarie (scuola-famiglia-sanita',ecc.) e i dispositivi mortificanti all'opera nelle istituzioni totali (carceri, manicomi, campi di concentramnto), qui usati come analizzatori. Gli autori affrontano il nodo della dissociazione identitaria e delle sue fenomenologie ed esplorano il malessere della normalita'; quel malessere di cui "tutti in varia misura soffriamo e a cui tutti,in vario modo, cerchiamo di porre rimedio".
Perche' il libro s'intitola "Nella citta' di Erech?" E che cosa rappresenta? Erech e' una citta-stato sorta in Mesopotamia nel quarto millennio avanti Cristo. Ad essa fa riferimento una delle storie piu' antiche del mondo. Il combattimento mitologico tra il re Gilgamesh ed il selvaggio Enkidu. Il mito rappresenta la lotta fra gli inclusi nella citta' degli uomini e gli esclusi, collocati fuori dalle mura e dalla specie". "Nella citta' di Erech" e' un libro speciale perche' vengono affrontati temi a me cari. Mi soffermero' in particolare su due capitoli:
a) Le istituzioni ordinarie e le istituzioni totali.
b) Il malessere della normalita'.
Secondo gli autori -riprendendo temi gia' trattatati da Basaglia e Foucault - cio' che caratterizza le istituzioni e' la divisione tra chi esercita il potere e chi invece lo subisce. La divisione dei ruoli e' netta, precisa. La violenza e' la caratteristica principale delle istituzioni. Trascrivo per intero cio' che e' scritto a pagina 21 "Divisione dei ruoli, esercizio del potere, la torsione della vita relazionale, la violenza e l'esclusione sarebbero giustificati dallo scopo assegnato all'istituzione. I luoghi dove vengono messi in pratica il trattamento disciplinare e le strategie di controllo sono: la famiglia e la scuola:trattamento educativo. Ospedale-ospedale psichiatrico:trattamento terapeutico. Il carcere: trattamento risocializzante. Le istituzioni definiscono la norma e quindi il limite fra un bene che si accoglie e un male che si rifiuta".
E' facile intuire come le norme isituite dalle istituzioni creino la categoria degli esclusi. Chi sono gli esclusi? Sono i diversi, i rifiuti,gli irriducibili, gli elementi di disturbo. Ma che differenza c'e' tra le istituzioni ordinarie (famiglia -scuola,ospedale) e le istituzioni totali? Nelle istituzioni ordinarie esiste una dialettica tra gli attori. In esse coloro che subiscono la violenza di coloro che esercitano il potere possono oppore "azioni avversative" alla richiesta correzionale. Le istituzioni ordinarie, dunque, sono caratterizzate da un certo
"grado di elasticita' e porosita'" in modo tale da non escludere un esito trasformativo dell'azione dell' "istituente ordinario". Insomma nelle istituzioni ordinarie sono contemplate la disobbedienza, la rivolta e azioni di contropotere. Nelle istituzioni totali non sono ammesse "azioni avversative". Le istituzioni totali - quali il carcere, il campo di concentramento, il maicomio giudiziario -si basano sull'esecuzione di un potere assoluto. Potere che si caratterizza per il controllo dello spazio, del tempo e delle relazioni degli attori. Sono " anelastiche e non porose". La relazione tra gli attori e' gerarchica, unidirezionale e intransitiva ad ogni dialettica ordinaria. Esse esercitano sull'escluso una "torsione relazionale mortificante". Se questa e' la natura delle istituzioni totali, come si giustificano all'esterno? Cioe' verso coloro che pretenderebbe salvaguardare? Tali istituzioni agiscono "creando il bisogno di se'". Costituendo attorno a se' un mito, tali istituzioni-che pretenderebbero salvaguardare i cittadini dalla violenza, indicano i valori su cui si fondano. Grazie a tale mito esse riescono a cooptare il giudizio degli inclusi. Ma come agiscono praticamente le istituzioni sugli individui? Se e' vero che esercitano la violenza, e' necessario sapere come prende corpo.(tale violenza). A questo punto, e' necessario introdurre tre concetti che spiegano bene il dispostivo e le strategie di controllo messi in atto dalle istituzioni.
a)Il modello trattamentale.
b)Il modello attuariale.
c)Prospettiva -bio-tecnologica del controllo.

IL MODELLO TRATTAMENTALE.

Trascrivo da pag.31 quanto segue: "L'azione trattamentale opera per indurre una forte interiorizzazione del mito identitario,dei valori,dei modelli di significato,riferibili alla normalita'".
Essa si considera ben riuscita quando il controllato si e' trasformato in un controllore di se stesso. Chi non si conforma ai codici stabiliti dall'istituzione, subisce una penalizzazione: stigmatizzazione-esclusione. Le istituzioni che agiscono nella direzione di normare i comportamenti degli individui sono: la famiglia- la scuola - il carcere - l'ospedale giudiziario - centri di peramanenza temporanea per stranieri irregolari - campi nomadi.

Il MODELLO ATTUARIALE.

Rispetto al modello trattamentale, che ha funzione di controllo e di repressione, il modello attuariale "sposta l'attenzione dai soggetti singoli alle categorie di soggetti classificando queste ultime secondo le potenzialita' di rischio che vengono ad esse attribuite". Il modello attuariale non si fonda sul reato, ma sulla presunta pericolosita' di categorie di soggetti. Cio' sta a significare che una categoria di persone viene considerata pericolosa per la sicurezza e l'ordine pubblici senza che questa abbia commesso alcunche'. E' facile comprendere come migliaia di persone-extracomunitari-rom-ecc... possano trovarsi da un giorno all'altro in uno spazio fortificato. Il termine attuariale, come spiegano gli autori, richiama la matematica applicata alle assicurazioni. Dal punto di vista della logica assicurativa esiste un complesso di " fattori di rischio ineliminabili che sono distribuiti casualmente nell'ambito di una collettivita' e che sono direttamente riferibili a singoli soggetti, se non in quanto questi rientrino in gruppi determinati e qualificati in base a maggiori o minori tassi di rischiosita'. Il dispostivo del controllo sociale-penale diventa preventivo e probabilistico.

LA PROSPETTIVA BIO-TECONOLOGICA DEL CONTROLLO.

Non e' difficile immaginare come -a medio e a lungo termine - l'ingegneria genetica possa essere utilizzata dai guardiani del potere come dispositivo di controllo degli individui. C'e' chi ritiene auspicabile la programmazione di individui "destinati a svolgere ruoli di subalterni-schiavi,o la riprogrammazione di individui il cui comportamento sia ritenuto criminale da chi controlla la matassa dei poteri". Secondo gli autori, le bioteconologie potrebbero riuscire la' dove le altre due hanno fallito: e cioe' il controllo totalitario sugli individui. A differenza dei dei due precedenti dispositivi di controllo- il trattamento repressivo e quello attuariale - le biotecnologie potrebbero esercitarsi ad eliminare " l'esterno". Non ci sarebbe piu' la divisione tra esclusi ed inclusi, poiche' tutti gli individui rientrebbero sotto lo sguardo panoptico del potere. Nessuno libero. Tutti schiavi. Tale prospettiva mi riporta al bellissimo romanzo di Zamjatin " Noi". Un futuro non certo esaltante per coloro che amano la liberta'.

Il malessere della normalita'.

di A. Malega

La normalita' e' l'orizzonte della nostra esistenza.Chi di noi non ama definirsi normale?
Non credo che ci sia uomo al mondo che desideri essere definito folle. La follia fa paura.
E la follia ci terrorizza perche' e' la porta attraverso la quale ci allontaniamo
dagli altri. Essa e' fonte di terrore sopratutto per coloro che folli non sono.(o credono di non esserlo).
La follia ci terrorizza perche' ci esclude dal consorzio umano. L'esclusione provoca terrore panico.
Simili a bambini,anche gli adulti,se vengono abbandonati,vengono sopraffatti dalla prostrazione e dalla sofferenza.
Abbiamo bisogno degli altri per vivere. Attraverso gli altri, la nostra identita' si rafforza, ed anche la nostra sicurezza.
All'esperienza della follia preferiamo l'esperienza della normalita'.
Ma siamo certi che la normalita' sia sinonimo di sanita' mentale?
Credo che molti avrebbero delle difficolta' a rispondere in modo affermativo.
La normalita',come sostengono gli autori,e' causa di sofferenza. E' fonte di malessere.
"Il malessere della normalita' non risparmia nessuno".Non risparmia i vecchi,i bambini,le donne,gli uomini.
Tutti coloro che riproducono la loro vita all'interno delle istituzioni ordinarie, vale a dire la gran maggioranza delle persone che studiano,lavorano,si fanno una famiglia,nella societa' tecnologica-informatica.in qualche modo ne vengono colpiti.
Ma che cos'e' il malessere della normalita' e come si manifesta?
Gli autori a questo proposito scrivono:" Malessere della normalita' e' quel dolore specifico che si genera
nel processo dissociativo di conformazione e adattamento gestito dalle istituzioni ordinarie:
-dolore per le costrizioni indotte dal codice conformante;
-dolore per l'inibizione,lo smarimento,la perdita di potenzialita' espressive;
-dolore per la sconnessione identitaria e la latenza delle proprie parti dissociate.
Cio' che gli autori vogliono dire e' che l'adattamento a una condizione di normalita' (per una sopravvivenza minima della nostra
identita)," riduce alla sua misura la capacita' di consapevolezza intellettuale ed emotiva di ciascuno di noi.Questa condizione
d'identita' ristretta costringe all'assenza,alla clandestinita',all'esilio temporaneo,una vasta area della nostra complessita' identitaria".
Questo restringimento e' quello che chiamiamo "malessere della normalita'",un malessere che ci segnala una condizione di
"imprigionamento",ma nello stesso ci invita a liberarcene.
Cio' che dobbiamo fare in questo caso,non e' quello di anestetizzare il dolore,ma di elaborare la sofferenza.
Spesso l'elaborazione della sofferenza ci permette di andare oltre il dolore,di superarlo.
"Stroncare il dolore ci depriva di questa possibile elaborazione autonoma,ci rende piu' dipendenti,occulta,atrofizza quel potenziale umano che ruota agli stati modificati di coscienza. I sistemi chiusi e lenitivi,dalla farmacologia delle sostanza ai dispositivi rituali(...)inchiodano,bloccano il soggetto dentro un sistema rituale".
Il problema,quindi,seguendo la traccia degli autori,e' "apprendere,insegnare,fare in modo che ciascuno per se' sappia dei propri
stati modificati,che li sappia gestire nella propria autonomia e sappia con essi convivere elaborandoli e andando oltre la sofferenza e il dolore in modo creativo,in modo da sfuggire alla dipendenza,in modo da attrezzare la propria difesa psicosomatica oggi soprattutto contro le malattie d stress".
La strategia che oggi va per la maggiore per affrontare quel malessere che ci attanaglia e ci angustia -scrivono gli autori - non e' quella descritta sopra,ma un 'altra strategia, che e' la piu' diffusa.
Il nucleo essenziale di questa filosofia ,promossa da grandi universita' e da industrie farmaceutiche, puo' essere sintetizzato cosi:"Se vivi un malessere modifica farmacologicamente il tuo stato di coscienza per non sentirlo"
"Se vuoi potenziare l'efficienza delle tue attivita'-di relazione,culturali,lavorative,sportive,sessuali - assumi un farmaco mirato.Se vuoi restare in forma,rallentare l'invecchiamento,non ammalarti,inghiotti ogni giorno una bomba d'integratori minerali e vitaminici."
Sappiamo come la risposta chimica ai problemi della vita non sia ovvia e normale,ma che ci e' imposta dalle potenti lobby
farmaceutiche che,manipolando accuratamente l'informazione di massa hanno progressivamente accreditato:"l'idea che medicina e benessere siano termini di una stessa equazione".
Gia' Ivan Illic,nel suo libro uscito nel 1975, Nemesi Medica,aveva denunciato la pericolosita' dell'impresa medica,vera e propria minaccia per la salute.
Orbene,rivedendo quella tesi,Illich giunge a sostenere che la " ricerca della salute e' diventato il fattore patogeno predominante. L'ossessione della salute perfetta,l'aumento delle cure,genera patologie."
Una scena simile era stata predetta dallo scrittore di fantascienza,A.Huxley.
Il mercato dei farmaci e' quello che tira di piu'. Ci sono pillole per tutti:euforizanti,antidepressivi,antiansia.
pillole per tirarsi su' e pillole per calarsi giu'.
Solo nell'America ,secondo il Journal of American Medical le prescrizioni di Prozac (antidepressivo) e di Ritalin(stimolante)
si diffondono a ritmo impressionante anche tra i bambini di 3-4-5 anni.
In Italia negli ultimi anni il consumo di farmaci ansiolitici e antidepressivi e' triplicato. Nell'ultimo anno(2000) sono stati consumati 5 milioni di antidepressivi,3 milioni di ansiolitici,2 milioni di pillole antipanico,e sonniferi a volonta'.
L'ex ministro della sanita',Umberto Veronesi,ha detto che i " sofferenti mentali" in Italia sono attualmente dieci milioni,un sesto
della popolazione,e l'Organizzazione mondiale della Sanita' prevede che la depressione e' destinata a passare entro vent'anni
dal quinto al secondo posto nella classifica mondiali delle maggiori cause di malattia.
Gli autori si chiedono se non sia meglio considerare i sintomi come " manifestazione di salute e quindi accoglierli,orientarli verso una comprensione della loro genesi sociale? Essere ad essi ed ai linguaggi con cui si esprimono presenti,in luogo di fuggirli?"


Re: il malessere della normalita'
 da rodolfopalma di 15 Gen 2006 - 09:17 AM
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  Un articolo di una malega godibile, non perchè prima non fossero leggibili, ma perchè velati da una corazza che chiudeva dentro il significato di ogni parola