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Inviato da malega_1 di 29 Apr 2005 - 09:56 AM
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Questi articoli -presi dal
manifesto - li posto perche' provengono da fonte Ufficiale- Il primo -
di Massimo Recalcati - e' un'intervista ad uno psichiatra francese -
François Ansermet, psicoanalista e psichiatra dell'età
evolutiva - che s'interroga sull'uso e abuso degli psicofarmaci ai
bambini.
Il secondo - dell'allieva di Franco Basaglia, Maria Grazia Giannichedda
- è basato sulla recente valutazione de L'European Agency for
the Evaluation of Medicinal Products - l'agenzia europea che valuta i
farmaci -, che sostiene che " i tentati suicidi ... e i comportamenti
aggressivi sono più frequenti tra i bambini e gli adolescenti
trattati con questi farmaci», che i ragazzi sono raccomandati,
perciò, di non usare.
Leggeteli.....se ne avete voglia
malega
dal manifesto
Bambini liquidati con la logica degli psicofarmaci
Incontro con François Ansermet, psicoanalista e psichiatra
dell'età evolutiva. Non si può incontrare la sofferenza -
dice - sulla base di un pret à porter terapeutico, che esclude
l'individualità e l'inatteso in ciascuno di noi. Fare fronte con
un farmaco al dolore dei bambini è un modo per evitare di
ascoltarli e sbarazzarsi di loro
MASSIMO RECALCATI
La enorme diffusione degli psicofarmaci nelle cosiddette società
del benessere ha ormai raggiunto un livello di guardia. Il loro uso
clinico sembra sempre più sconfinare in un abuso patologico.
Negli ultimi anni questo consumo compulsivo ha travolto anche i
bambini, ai quali vengono troppo spesso somministrati psicofarmaci per
curare l'iperattività, il deficit di attenzione, l'ansia, i
fenomeni psicosomatici, i disturbi del comportamento alimentare, del
sonno, dell'umore, e così via. La pedagogia repressiva di stampo
disciplinare sembra dunque rinnovarsi chimicamente nel nome di un
igenismo scientista che tende a ridurre i sintomi del bambino a
disordini da normalizzare, anziché assumerli - così ci ha
insegnato la psicoanalisi - come manifestazioni particolari del loro
inconscio. Per affrontare questi problemi abbiamo incontrato
François Ansermet, psicoanalista e professore di psichiatria
dell'età evolutiva all'università di Losanna, il cui
lavoro clinico e teorico si è sempre mosso sul confine difficile
e incerto che separa e unisce psicoanalisi e medicina, nell'intento di
tenere insieme creatività e rigore. Ciò che lo orienta
è il principio etico secondo il quale la nostra
soggettività è irriducibile a ogni forma di determinismo.
Principio che resta valido anche quando l'esperienza clinica coi
bambini ci pone di fronte a casi limite: il rifiuto precoce e
innaturale della vita, le malformazioni costituzionali, i fenomeni
psicosomatici gravi, la rianimazione neonatale, l'abbandono o
l'autismo. Nemmeno l'estrema traumaticità di queste situazioni
cancella mai la singolarità di ogni persona, afferma con
insistenza Ansermet. La particolarità di ogni soggetto è
una costante ineliminabile, il luogo, per usare le parole di Lacan, di
una «insondabile decisione».
Attualmente gli
psicofarmaci sono propagandati come il rimedio più adeguato per
rispondere a una esigenza di utilità immediata, che orienta non
solo la domanda di cura ma, più in generale, la dimensione
stessa dell'esistenza e dei legami sociali contemporanei. Lei cosa ne
pensa?
Una tra le costanti della mentalità contemporanea è
modellata sul bisogno indotto di oggetti che si suppone possano
soddisfare tutti i desideri, in modo utilitario e immediato: anche gli
psicofarmaci rientrano in questa prospettiva. Ansietà, turbe del
sonno, dell'umore, e altri disturbi si vuole «guarirli» in
modo rapido e soprattutto senza implicare l'unicità delle
persone coinvolte. Sbarazzandosi del loro sintomo ci si sbarazza, in un
solo colpo, anche di loro stessi. Allo stesso modo con i bambini, fare
fronte farmacologicamente alle manifestazioni della loro sofferenza
significa anche, in un certa misura, liquidare la complessità
delle loro persone e il dolore mentale che ci impongono. Si pensa di
agire in modo concentrato sul sintomo-bersaglio, si vogliono fare
sparire i disturbi che infastidiscono i genitori, la scuola, la
società, come il comportamento iperattivo, il deficit
d'attenzione, l'aggressività, la violenza. Si isola un disturbo,
ci si mette d'accordo sulla sua definizione e poi si cerca una sostanza
che sarebbe supposta agire in maniera esclusiva sul comportamento, al
di là della storia del bambino, del suo funzionamento psichico e
della dinamica interna alla sua famiglia. Non ci si domanda più
chi è il bambino, che cosa esprime attraverso quel disturbo, non
ci si interroga sulla sua disperazione o sulla sua speranza, non ci si
chiede quali questioni siano trattenute in ciò che il sintomo
manifesta. È così che lo psicofarmaco può
escludere la personalità del soggetto in questione. Tutto
ciò non significa che i farmaci non vadano mai usati: non
bisogna nemmeno rischiare un atteggiamento oscurantista.
Normalizzare è,
attualmente, l'obiettivo terapeutico che orienta non solo la
prescrizione farmacologica ma più in generale le procedure delle
cosiddette terapie cognitivo-comportamentali. Foucault aveva insistito
sul carattere repressivo-disciplinare di questa finalità. Cosa
significa dunque normalizzare un bambino?
Non si può normalizzare un bambino. La norma è ciò
che c'è di più antinomico alla particolarità
individuale. Tuttavia le terapie cognitivo-comportamentali, che
pretendono di fare a meno della soggettività, di ignorarne la
storia, hanno come unica mira proprio la modificazione del
comportamento, la sua normalizzazione, dunque una deriva
«repressivo-discilplinare». Forse il fatto che oggi proprio
questa prospettiva sia la più diffusa è anche la
conseguenza di un declino della clinica, ovvero di quella disposizione
terapeutica che fa esperienza della singolarità in quanto tale,
che rovescia l'appiattimento universalizzante degli individui sul quale
si fonda l'intervento cognitivo-comportamentale. Non si può
incontrare l'altro sulla base di un prêt-à-porter
terapeutico che rigetta l'unicità e l'inatteso, dimensioni che
costituiscono ciò che è più proprio dell'essere
umano. Noi tutti siamo fondamentalmente caratterizzati dal fatto di non
essere comparabili, programmabili, universalizzabili...
Gli psicofarmaci sembrano allinearsi a quella stessa cultura del
rimedio al dolore di esistere che ritroviamo anche nelle diverse forme
di tossicomania. E più in generale, sembra rispondere alle
stesse esigenze anche l'offerta maniacale di oggetti di consumo che
caratterizza quello che Lacan ha chiamato il «discorso del
capitalista»: ovvero, un tipo di legame sociale che pretenderebbe
di escludere la dimensione della mancanza e del desiderio in nome di un
consumo compulsivo di oggetti. Un consumo indotto costantemente dalla
produzione di pseudomancanze, che questi oggetti avrebbero il compito
di colmare...
Ha ragione. Tutto accade, nel mercato contemporaneo, come se si potesse
trovare l'oggetto del proprio desiderio nell'oggetto di consumo, a
condizione di porgli un prezzo. Si pensa che si possa avere tutto
subito per nutrire una soddisfazione immediata. La rappresentazione che
si dà degli psicofarmaci è completamente intrappolata in
questa logica. Si pensa di avere a disposizione un oggetto il cui
potere è quello di ridurre la propria insoddisfazione o quella
dell'altro. È così che la logica del farmaco si
congiunge, in un certo modo, alla logica della tossicomania: il
tossicomane non troverà mai sollievo nella sostanza dalla quale
dipende e che, paradossalmente, lo lascerà all'infinito in preda
alla sua avidità. La psicoanalisi, al contrario, si orienta a
partire dalla questione del desiderio, del suo oggetto oscuro che ella
riconosce come inafferrabile, dunque come il contrario dell'oggetto di
consumo. L'idea di un farmaco che verrebbe a modificare il
comportamento rimanda effettivamente a ciò che Lacan chiama il
«discorso del capitalista», nel quale ci si trova attaccati
all'oggetto illudendosi di essere padroni di ciò che si consuma.
Tutto questo avviene in un totale misconoscimento, che conduce il
soggetto stesso a confondersi con l'ordine sociale nel quale
s'inscrive; ordine sociale alla cui riproduzione egli partecipa senza
averne la minima coscienza.
Iperattivismo, panico,
anoressie, bulimie, obesità, fenomeni psicosomatici: la
sensazione è che il quadro dei sintomi che affliggono il bambino
occidentale diventi sempre più drammatico. È una
sensazione giustificata? E se lo è qual è la sua causa?
È vero che questi disturbi assumono oggi un aspetto drammatico.
Sono come delle storie senza parole che ricercano i loro spettatori,
fanno appello a un intervento dell'altro; di un altro a cui ci si
rivolge disperatamente perché intervenga. Il bambino si trova
allora, in una certa misura, medico di se stesso, si cura attraverso il
suo disturbo. Si potrebbe anche aggiungere il problema della violenza,
che è un tentativo di restaurazione soggettiva, una ricerca
vitale giocata all'insaputa di chi la mette in atto, il quale si
ritrova lui stesso oggetto di una violenza che gli rimbalza contro sino
al limite estremo del suicido. La violenza diventa così un
disturbo del comportamento fissato e desoggettivato, attorno al quale
tutto si cristallizza; sia per il bambino violento che per tutti coloro
che lo circondano. Per uscire da questo circolo vizioso si tratta di
creare le condizioni di un incontro dove sia possibile rimettere in
gioco ciò che tormenta il bambino, per andare oltre il disturbo
che patisce e che rappresentava, sino a quel momento, la sola soluzione
che egli era riuscito a trovare per far fronte alla sua sofferenza.
Un bambino, affermava
Lacan, è un sintomo o un oggetto del desiderio dell'Altro. Le
sembra una affermazione ancora attuale? E come la si potrebbe spiegare?
Con il fatto che tutto ciò che il bambino manifesta può
in effetti essere il sintomo delle dinamiche giocate nella famiglia o
nella coppia dei genitori, e cioè essere il risultato del fatto
che egli si ritrova a avere a che fare con i loro fantasmi. In questo
caso, più il bambino è assoggettato e meno esiste come
soggetto. E questo vale anche per le strategie sociali nelle quali il
bambino rimane preso quando lo si vuole educare, normalizzare, ridurlo
alle coordinate iscritte in quelle che dovrebbe essere le tappe
prefissate dal suo sviluppo, piuttosto che ricercare la
singolarità di ciò che egli manifesta. Il bambino emerge
come individuo solo liberandosi dagli effetti delle dinamiche che lo
rendono oggetto di ciò che, appunto, si mette in gioco attorno a
lui. È una contraddizione difficile da accettare nelle strategie
educative o nei programmi terapeutici fondati su degli apriori,
applicati in maniera sistematica e indistinta. Le affermazioni di Lacan
che lei ricorda sono centrali per orientarsi nella clinica. Si tratta
di slegare il bambino dalla presa dell'altro perché possa
percorrere il suo proprio cammino.
Lei ha scritto nel suo
Clinica dell'origine che un bambino «obbliga coloro che lo hanno
concepito, o che lo accolgono, a confrontarsi con una dimensione
inabbordabile, con qualcosa d'impensabile, d'irrappresentabile che,
può persino provocare, in alcuni, un effetto traumatico».
Gli psicofarmaci non sono forse un modo, per i genitori, di evitare il
confronto con questo trauma?
Il bambino è sempre al di là di ciò che si vuol
fare di lui, compreso quando lo si tratta con dei farmaci. È
altrove da dove si pensa che lui sia. Non si lascia afferrare.
Già fin dalla sua origine, che è irrappresentabile, come
la morte. Il confronto con questo dato di realtà può
effettivamente essere traumatico. Ma il vuoto dal quale il bambino
proviene è anche l'occasione di una libertà potenziale:
tocca a lui diventare l'interprete del suo proprio desiderio di
esistere. Se la psicoanalisi ha una funzione non è certo quella
di ricondurre il bambino ai disturbi che lo affliggono, ma piuttosto
quella di aprire il campo del possibile per lasciare che il bambino
possa inventare se stesso. Non si può sapere cosa sia bene per
l'altro, ciascuno si inventa a suo modo, fa le sue scelte, trova le
proprie risposte che non possono essere conosciute in anticipo.
È così che lo psicoanalista, piuttosto che essere un
corvo nero del determinismo, è innanzitutto un praticante
dell'imprevedibile.
Dolori irriducibili a un sintomo
MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA
In questi giorni molti neuropsichiatri dell'infanzia vivono un grande
sconcerto e imbarazzo: il 25 aprile infatti l'Emea - European Agency
for the Evaluation of Medicinal Products - l'agenzia europea che valuta
i farmaci, ha diffuso la decisione del suo comitato scientifico a
proposito di due particolari classi di farmaci antidepressivi, che
hanno la funzione di bloccare il riassorbimento della serotonina e sono
oggi prescritti in Italia a circa trentamila giovanissimi, tre ogni
mille. Test clinici, sostiene l'Emea «hanno dimostrato che i
tentati suicidi ... e i comportamenti aggressivi sono più
frequenti tra i bambini e gli adolescenti trattati con questi
farmaci», che i ragazzi sono raccomandati, perciò, di non
usare. Forti sospetti erano diffusi già da diversi anni, specie
da quando era venuto alla luce il fatto che la potente multinazionale
Glaxo aveva nascosto l'evidenza di questi non banali
«controeffetti» della somministrazione di antidepressivi ai
minori. Eppure proprio negli ultimi cinque anni in Italia si è
triplicato l'uso di questi farmaci, prescritti in prevalenza a ragazze
tra il quattordici e i diciassette anni. Certo, siamo ancora lontani
dalle cifre sull'abuso di psicofarmaci documentato negli Stati Uniti e
in Canada, ma non si deve trascurare il consistente
«sommerso» rappresentato dall'uso di altri psicofarmaci
come le benzodiazepine, che il nostro servizio sanitario nazionale non
rimborsa e che quindi sfuggono al lavoro di monitoraggio delle
prescrizioni farmacologiche ai minori, che l'istituto Mario Negri e il
consorzio interuniversitario di Bologna stanno conducendo da oltre
cinque anni, sul campione di un milione di bambini e di adolescenti. Le
cifre citate sin qui fanno parte del «terzo rapporto sulle
prescrizioni dei farmaci rimborsabili dal servizio sanitario nazionale
ai bambini non ricoverati in ospedale», presentato alla fine
dello scorso anno, e segnato dalla previsione di un ulteriore aumento
delle prescrizioni in coincidenza con l'arrivo in farmacia, al primo
gennaio di quest'anno, del Ritalin, uno psicostimolante su cui è
accesa da tempo, negli Stati Uniti, quasi una guerra di religione tra
chi ne propaganda gli effetti benefici sui quasi dieci milioni di
bambini trattati, e chi viceversa mette in questione l'esistenza stessa
della «sindrome del bambino iperattivo» che questo farmaco
dovrebbe trattare.
C'è da attendersi, nei prossimi giorni, insieme al plauso anche
una ondata di reazioni critiche alla decisione dell'Emea, probabilmente
giocate, come da tempo è nella strategia comunicativa delle
multinazionali farmaceutiche, sul tema della diffusione delle malattie
mentali, in particolare delle depressioni, che sembrerebbe aver
raggiunto livelli allarmanti, tra i bambini come tra gli adulti. Si
riproporrà il problema di interpretare i dati che ciclicamente
ci arrivano attraverso i grandi media, spesso senza alcuna citazione
delle fonti di informazione e dei finanziatori delle ricerche e degli
screening, che in gran parte sono le stesse case farmaceutiche
produttrici dei rimedi alle malattie che fanno rilevare.
Ma cosa significa allora il fatto che siano prescritti oggi
antidepressivi a un così alto numero di adolescenti, in
particolare ragazze? Proprio nel momento in cui si vive, com'è
noto, una delle fasi più complesse della vita, in cui tutto
è fluido e si trasforma, dal corpo alle relazioni con sé
e il mondo? Certo alla base c'è una sofferenza, che arriva al
medico come domanda, verosimilmente generica, di aiuto da parte dei
genitori e anche degli insegnanti. Questa domanda oggi incontra sempre
più spesso una risposta chimica, che ha il vantaggio di
convalidare il medico come esperto e di rassicurare gli utenti senza
mettere in questione equilibri consolidati, in attesa che «passi
la nottata», cioè quel dolore che vorrebbe dire qualcosa
cui nessuno presta orecchio. C'è anche questo elemento, e forse
ha il maggior peso, dietro al triplicarsi della depressione tra gli
adolescenti. Che fare allora? È meglio rivolgersi allo
psicoterapeuta che non usa i farmaci e si offre all'adolescente e
magari alla famiglia nello spazio separato e ancora una volta tecnico
del suo ambulatorio? Credo che dovremmo, innanzi tutto, allargare il
ventaglio del possibile, di ciò che possiamo immaginare e
chiedere per la nostra vita. Dovremmo quindi ricominciare a discutere
tutti, esperti e non esperti, sui fatti della vita, sul dolore e i
conflitti che possono accompagnarli, nell'adolescenza come nella
menopausa, per citare un altro periodo che rende le donne più
degli uomini oggetto di definizioni diagnostiche e di prescrizioni
farmacologiche. Dovremmo discuterne negli spazi della convivenza, tra
amici, in famiglia e anche a scuola, opponendo resistenza alla
crescente tecnicizzazione di ogni spazio, che fa ad esempio
dell'insegnante sempre più un fornitore di informazioni per
preparare i giovani al mercato e sempre meno una persona che con altri
suoi simili convive e crea cultura e società.
Franco Basaglia scriveva nel Concetto di salute e malattia del 1975, un
tempo che sembra molto lontano, «che l'ideologia medica assume
per sé l'esperienza della malattia, neutralizzandola fino a
ridurla a puro oggetto di sua competenza», inducendo la persona
che sta male «a vivere la malattia come puro accidente
oggettivabile dalla scienza e non come esperienza personale».
Resta questa la questione chiave, su cui troppo poco si discute e si
lavora e che non entra affatto nella formazione dei medici: la
questione del sapere/potere del medico, il suo rapporto col mercato e
con la società, la medicalizzazione che aliena, che impoverisce
l'esistenza, che restituisce il dolore e la sua complessità come
puro insieme di sintomi.
La scelta tra farmaco e colloquio può essere una falsa
alternativa se in entrambi i casi si lavora su diagnosi, in spazi
separati, con linguaggi esoterici che fanno sentire poveri e deboli se
non si ha, come nei film di Woody Allen, la pillola giusta per la
propria angoscia o il numero di telefono del terapeuta.
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