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Artaud il deportato

Articoli / libro (segnalaz. o recensione)
Inviato da malega_1 di 19 Apr 2005 - 05:10 PM

Conoscere Artaud vuol dire conoscere lo strazio del corpo. Corpo lacerato.
Leggerlo e' una di quelle poche esperienze che ti tolgono il sonno-
Non si puo' essere indifferenti alla parola di Artaud. La sua parola ha il pregio di illuminarci sulla perversita' del potere - La sua parola e' piu' di un grido:e' rivolta contro la barbarie.....
malega

Lettere sulle deportazioni

A Pierre Bousquet

Rodez, 16 maggio 1946

Essendo stato deportato dall'Irlanda, internato a Le Havre, trasferito da Le Havre a Rouen, da Rouen al manicomio Sainte Anne a Parigi, dal manicomio di Sainte - a quello di Ville Evrard, dal manicomio di Villetvrard a quello di Rodez, conosco le deportazioni, poiché la medicina si conosce attraverso i dolori e per curare i dolori bisogna averli sofferti, e non mi sarei azzardato a parlare della sua deportazione in Germania nel 1942, anche se è stato lei stesso a chiedermelo, se le circostanze non avessero posto anche me in stato di deportazione. Effettivamente, essere deportato è un fatto ed una condizione che non affronterò dal punto di vista medico o scientifico, perché odio tanto la medicina, quanto la scienza, ma della quale posso parlarle come qualcuno che ne abbia lungamente e oserei dire: meticolosamente sofferto.
Meticolosamente vuol dire che mi sono visto obbligato, come lei, a non perdermi nulla dei tormenti della mia deportazione, perché deportato, mi sono inoltre visto internato, ed ho avuto, in effetti, molto tempo in anni di celle e pagliericci, accovacciato sui pagliericci nelle celle, di pensare alla mia condizione di sradicato e di esiliato. Infine, caro signor Pierre Bousquet, noi abbiamo un corpo: a tutti è stato dato un padre, e una madre, data, voglio dire attribuita, ma in realtà non ce ne ricordiamo affatto. I ricordi del bambino cominciano verso i 18 mesi o i 2 anni, in generale, e prima non sappiamo affatto dove ci trovavamo. In me, i primi ricordi ufficiali cominciano a 18 mesi, prima se dicessi dove mi trovavo e che lo ricordo, mi si tratterebbe ancora da pazzo, poiché i miei ricordi personali non concorderebbero con quelli del mio stato civile, perché i bambini costruiti dalla società non sono quelli che fa la natura. Andiamo avanti. Dunque anche lei, signor Pierre Bousquet, ha sempre creduto di chiamarsi Pierre Bousquet ed è allora che Pierre Bousquet e per il fatto che lei si chiamava Pierre Bousquet, uscito dal nulla, in Francia, in una famiglia di francesi, essendo la Francia stata in guerra ed avendo perso, lei si è trovato obbligato, un certo giorno, a sottomettersi senza protestare ad un provvedimento di deportazione preso contro tutti i giovani della sua età dopo la fine dell'ultima guerra, sotto lo schifoso governo di Vichy. Lei non c'entrava nulla coi battibecchi tra Daladier e Hitler, ma colui che l'ha messa nella situazione di essere deportato prima di essere silurato
come un imboscato, il suo successore Pierre Laval, si incaricò di legarle le mani alle esigenze del vincitore. Anche voi, tutti voi, siete dunque stati vinti, ma no, no, eravate troppo giovani, e fu necessario pagare il prezzo al posto della fuga dei soldati francesi che preferirebbero farsi rompere il culo piuttosto che combattere come il sacrosanto dovere li obbligherebbe.
Ma forse avevano pensato che non fosse più loro dovere combattere, viste le condizioni in cui il governo Daladier li aveva acconciati per il massacro.
Qualsiasi cosa sia successa, un bel giorno lei si è visto strappato dal suo domicilio non dalla forza della tempesta, del mistral, dei tornadi, della burrasca, di un temporale elettrico o dei venti, ma da quella specie di forza senza nome, che non ebbe mai altro volto che quello, meschino, degli indifferenti che la rappresentano e non marciano se non perché sono stati comandati o salariati per farlo, e non viene, questa forza, che dalla decisione unilaterale di un certo numero di borseggiatori che rappresentano il governo, la polizia, l'amministrazione, e nel suo caso l'inadempienza dell'esercito. Essere violentemente cacciati dal proprio Paese, per essere trapiantati in un altro come si fa con una pianta per prevenire una carie è spaventoso, ed è spaventoso essere brutalmente, e dietro un ordine, improvvisamente spaesati. Come un subacqueo che perdesse l'asse del paesaggio e nel paesaggio un brandello del proprio corpo, come se improvvisamente vedesse il proprio corpo passare come il cerchio di un caleidoscopio che ruota. E un'immagine, una metafora, ma che traduce una mostruosa e infamante realtà. Il fatto è che non siamo padroni dei nostri corpi. I nostri padre madre ne disposero per la scuola, quando l'amministrazione non ne dispone per i riformatori o gli istituti di rieducazione, e la società per le prigioni e per i manicomi, poi la società ne dispone per la visita di leva, i preti per il "viatico" e l'estrema unzione del feretro; e la società ne dispone per la guerra, mentre se ne resta nelle retrovie per trafficare al mercato nero. E il governo di Vichy vende chissà quante volte per 30 denari chissà quante migliaia di corpi di giovani, per servire da servi in un paese straniero.
Ma l'aspetto orribile della faccenda, signor Pierre Bousquet, non è per me nel trapianto, e non è neppure nel fatto di non essere padroni di sé, è, piuttosto, nell'insolito potere di questa cosa senza nome che in superficie, ma solo in superficie, si chiama società, governo, polizia, amministrazione e contro la quale non è servito a nulla, nella storia, neppure ricorrere alla forza delle rivoluzioni. Perché le rivoluzioni sono scomparse, ma la società, il governo, la polizia, l'amministrazione, le scuole, voglio dire le trasmissioni e i contagi di credenze attraverso i totem dell'insegnamento sono sempre rimasti in piedi. E potremmo anche credere che non ci sia nulla da fare.
Il giorno della sua deportazione in Germania, nel mezzo di quella piccola angoscia che coglie per il solo fatto di essere condotto non si sa dove, e trasportato fuori di casa, lei si è trovato inquadrato. Passato, si potrebbe dire, di mano in mano, da parte di uomini che, per la parte che, in quel momento, toccava loro, rappresentavano quell'indefinibile potere.
Che la polizia venga a sedersi davanti a lei in un caffè come è stato fatto con me, o che gente pagata dal governo le fissi un appuntamento un certo giorno, se non un certo mattino, ad una certa ora, ed in un certo posto, per portarla via con sé in Germania, è una di queste obbligazioni immorali, una di queste costrizioni, di questi tranquillanti oppressivi coercitivi contro i quali non c'è nulla da fare.
E possiamo domandarci da dove viene tutto ciò?

Tutto, in primo piano, passa per così dire alla buona e dapprima non si viene picchiati. Per quanto abietta sia la misura presa contro di lui, colui che si sottomette fiaccamente e docilmente può sperare per prima cosa in una specie di commutazione della pena e che la pena, come un commutatore di elettricità ritorto sulle tenebre dell'odio, cambi, proprio grazie alla sua disponibilità. C'è anche da considerare che i violentati eludono lo spirito dello stupro offrendosi con gli arti aperti alla brama dei violentatori. E non c'è nella deportazione una violenza, un'entrata per effrazione lenta (lenta all'inizio) di un'orda di corpi estranei nel vostro, dapprima quelli della polizia traditrice i quali vi spediscono all'estero, quelli di tutte le popolazioni del mercato nero che vi conducono e vi respingono all'estero, e all'estero infine, in principio i corpi degli uomini stranieri.
Mi sono sempre domandato che cosa provoca nella storia la sottomissione di noi individui a questa specie di coercizione disarmata, che cosa fa in modo che quando l'apparato sociale, amministrativo o poliziesco si muove non pensiamo per prima cosa a protestare. Ci sono qua e là delle rivolte, certamente, ma sempre il vecchio ordinamento ritorna come se fosse sottinteso che la rivolta non ha altro fine che quello di un riaggiustamento dell'ordine, mentre è l'ordinamento stesso: la società che deve andarsene perché le persone possano vivere in pace. La società ha contro di noi la forza, beninteso, ma da dove le viene se non dalla nostra adesione alla forza della società, e questo non è un fatto, è un'idea. E' una semplice, falsa idea dei nostri corpi che da così tanto tempo ci opprime, e che cosa aspettiamo a farla saltare?

Lei è stato dunque condotto con la forza in Germania. Si è trovato costretto ad entrare in un convoglio di giovani francesi deportati, e il suo corpo che usciva di casa, andava nelle librerie, alle esposizioni di pittura, nei teatri, nei cinema, nei Caffè, che andava a pranzo o a cena dagli amici, che andava per biblioteche o musei, che comprava liberamente gli abiti che gli piacevano, si faceva tagliare i capelli dal parrucchiere secondo il taglio che preferiva, e sceglieva la lozione migliore (questa è l'aria della libertà), questo corpo, dice, si è trovato vestito da macchinista, è stato messo su un treno, e non c'erano più tagli o shampoo, né completi ben ripassati, né camice pulite ogni giorno (la capisco, poiché la camicia che ho avuto per sei anni d'internamento è quella che mi venne donata dalla signora Régis su ordine del dottor Ferdière. Una camicia borghese con un collo e una cravatta, perché il dottor Ferdière non voleva che fossi vestito come un internato).
Lei, come camicia e come completo, non ha avuto più altro che un bombardamento di braci, passando i giorni ad infornare carbone a palate nel ventre di una meccanica che avrebbe preferito si facesse timbrare altrove.
E alla sofferenza della deportazione si mescolava in lei la sofferenza dell'esilio.
C'è nell'esilio un maleficio, quello di questo spirito estraneo che schiaccia notte e giorno un uomo e gli domanda di trasudare la propria coscienza nel suo senso. Mi ha detto di non essere stato percosso. Poiché non si percuotono che i recalcitranti, non è il metodo o la maniera, voglio dire il procedimento segreto, il comportamento profondo dell'oppressore dinanzi all'oppresso che di questi rovina, per prima cosa, il corpo. Il conquistatore non distrugge il vinto, non ha interesse a sbarazzarsi del vinto ma a penetrarlo con un preciso veleno, fino al punto in cui il simile si assimili in lui al simile, e il vinto non sia più là, ma il suo corpo solo con la coscienza del solo vincitore; questa operazione è ricorrente nel mondo, ma ciò che non si sa è che essa è anche voluta e concertata ed è fatta, voglio dire vissuta da un certo numero d'individui, che non hanno altro compito se non quello di pensare alle individualità interessanti, e fanno di tutto per trasmettere loro il virus della deportazione, dell'internamento, dell'imprigionamento, della servitù, e quello della nazionalità.
Hitler praticava in grande questa operazione. A dire il vero, non si chiamava neppure Hitler, perché Hitler non è un nome che in yugoslavo, in moldo valacco, in ceco si possa mettere sullo stesso piano di hip hip hourra, alleluia, osanna, de profundis, ma una parola, una specie di esclamazione che si può mettere su quel piano quando il cognome non vi si mette
Ho dimenticato il suo cognome ma l'ho incontrato a Berlino nel 1932 in un caffè che avrebbe voluto essere ciò che era il Dóme a Montparnasse ma che non ci riusciva affatto, e che si chiamava Romanischès cafe. Caffè degli zingari. Poiché il sedicente Hitler si faceva passare per un sedicente bohémien.
Ho girato un film senza importanza intitolato Coup de feu a l'aube. Ne avevo girato una altro l'anno precedente al cui ricordo, al contrario, tengo molto e si chiamava: L'Opéra de quatsous, e in cui avevo ricevuto la visita di un gendarme che mi fece paura, poi si rivelò come un amico e mi disse di sputare sull'hitlerismo. Ma l'autentico Hitler del Romaníschès cafe, al contrario, mi disse di voler imporre l'Hitlerismo come si imporrebbe il hip hip urraismo, e come si è voluta creare un giorno l'Eurasia (Europe Asie).
Tutto alla lira, etc. Gli dissi che era un po' toccato ad avere idee del genere. E che d'altronde io lo conoscevo da tempo come un sedicente iniziato, come un megalomane ammaliatore, uno dei tipi più perfetti della razza di coloro che hanno la pretesa di condurre i popoli non con azioni, ma unicamente con idee, voglio dire movimenti come magnetiche d'ideazione, voglio dire onde psichiche, etc.
Ne seguì una spaventosa baruffa nel corso della quale il sedicente Hitler fece chiamare la polizia per farmi arrestare. Ed essa venne e nella ressa prese le mie difese contro questo ripugnante moldovalacco che in seguito si pose alla guida della Germania sotto il nome pretestuoso di Hitler. Poiché quel Hitler, l'Hitler della storia, era in realtà un moldo valacco, ossia figlio di una razza di vecchi impiccati ben noti per i propri tenebrosi traffici sul respiro degli antichi defunti. Hitler è morto ma la sua razza non ha finito di nuocere e lo vede e lo invoca dovunque).
Conoscete la leggenda della mandragora, questa specie di soffio semenza che cresce, si dice, ai piedi dei cadaveri degli impiccati, e che sarebbe uscita dalla proiezione del loro sperma al momento dello strangolamento. Hitler in segreto pretendeva di discendere.
Poiché non è solo la sua deportazione, signor Pierre Bousquet, che i moldo valacchi di Berlino avevano premeditato, ma molte altre. E non hanno finito con questa congiura, ma sono tornati in Moldo Valacchia. Poiché tutto il mondo ha sofferto dell'hitlerismo tranne gli autentici hitleriani i quali non si sono dichiarati vinti, ma servendosi di non so quale stratagemma sono giunti a svignarsela dalla Genmania e sono tornati nel proprio paese.
A causa dei loro maneggi e dei loro giochetti di prestigio una deportazione più grave minaccia tutti, qualcosa come un transfert di non so che cosa di noi stessi verso non si sa dove, quando noi, noi non saremo più qui, e l'hitlerismo avrà preso dappertutto il nostro posto, al posto di un'Europa e di un'Eurasia; in qualcosa come un'Eurasia. E' un mito ma ce ne sono altri. Poiché siamo circondati di Miti che vogliono partorirsi addosso a noi, che cosa fare?

Costruire un palcoscenico per danzare i miti che ci martirizzano e farne degli esseri veri prima di imporre a tutti la mandragora seminale della semenza delle idee"

Amichevolmente,
Antonin Artaud

P.S: Danzare è soffrire un mito, sostituirlo, quindi, con la realtà.


Tratto da CsO: Il corpo senz'organi
Misesis editore