Il potere psichiatrico
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Inviato da malega_1 di 31 Mar 2005 - 01:05 AM
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il filosofo Michel Foucault,
rappresentante principale della filosofia francese e mondiale del fine
millennio appena trascorso, in questo brano dà un compendio
della sua visione totalmente negativa della psichiatria. (qui
appoggiandosi -in chiusura- all'antipsichiatria versione Laing Cooper
Basaglia)
Il potere psichiatrico
di M. Foucault -
Per lungo tempo, e in buona misura ancora ai giorni nostri, la medicina, la
psichiatria, la giustizia penale e la criminologia si sono attestate ai
confini fra una manifestazione della verità attraverso le norme della
conoscenza e una produzione della verità nella forma della prova [épreuve],
con la seconda che tende sempre a nascondersi sotto la prima e a farsi
giustificare da essa. La crisi attuale di queste "discipline" non mette
semplicemente in discussione i loro limiti o le loro incertezze nel campo
della conoscenza, ma anche la conoscenza stessa, la forma della conoscenza,
la norma "soggetto oggetto", oltre a interrogare i rapporti tra le strutture
economico politiche della nostra società e la conoscenza (non nei suoi
contenuti veri o falsi, bensì nelle sue funzioni di potere sapere). Una
crisi, di conseguenza, storico politica.
Prendiamo l'esempio della medicina, con lo spazio che le è connesso,
l'ospedale. Sino a tempi relativamente recenti l'ospedale è rimasto un luogo
ambiguo: di constatazione per una verità nascosta e di prova per una verità
da produrre.
Un'azione diretta sulla malattia: non permetterle soltanto di rivelare la
sua verità agli occhi del medico, ma anche di produrla. L'ospedale, luogo in
cui la vera malattia si schiude. In effetti, si supponeva che il malato
lasciato allo stato libero nel suo "ambiente", nella famiglia, tra i
familiari, con la sua dieta, le sue abitudini, i pregiudizi, le illusioni
potesse essere affetto solo da una malattia complessa, aggrovigliata,
intricata, una sorta di malattia contro natura che era, a un tempo, la
mescolanza di varie malattie e l'ostacolo che impediva alla vera malattia
di prodursi nell'autenticità della sua natura.
Il ruolo dell'ospedale consisteva quindi, una volta scartate questa
vegetazione parassitaria, queste forme aberranti, non soltanto nel lasciar
vedere la malattia per ciò che è, ma anche nel produrla finalmente nella sua
verità, sino a quel momento chiusa e velata. La sua natura specifica, i suoi
caratteri essenziali e il suo sviluppo particolare sarebbero infine, grazie
all'effetto dell'ospedalizzazione, divenuti realtà.
Dall'ospedale del secolo XVIII ci si attendeva la creazione delle condizioni
che rendono possibile lo schiudersi della verità del male. Era quindi un
luogo di osservazione e di dimostrazione, ma anche di purificazione e di
messa alla prova. L'ospedale costituiva una sorta di attrezzatura complessa
tesa a far apparire insieme a produrre realmente la malattia: luogo
botanico per la contemplazione delle specie, ma anche luogo alchemico per
l'elaborazione delle sostanze patologiche.
E' questa doppia funzione a essere stata assunta e fatta propria ancora a
lungo dalle grandi strutture ospedaliere allestite nel xix secolo. E, per un
intero secolo (1760 1860), la pratica e la teoria dell'ospedalizzazione,
nonché, a un livello generale, la concezione della malattia, sono state
dominate da questo equivoco: l'ospedale, struttura di accoglimento della
malattia, deve essere uno spazio di conoscenza o un luogo di prova?
Sorgono di qui tutta una serie di problemi che hanno attraversato il
pensiero e la pratica dei medici. Eccone alcuni:
1) La terapia consiste nel sopprimere il male, nel ridurlo all'inesistenza
ma, affinché questa terapia sia razionale e possa fondarsi sulla verità, non
deve forse lasciare che la malattia si sviluppi? Quando bisogna intervenire?
E in che senso? E si deve proprio intervenire? Si deve agire affinché la
malattia si sviluppi o affinché si blocchi? Per attenuarla o per portarla
sino al suo esito?
2) Ci sono malattie e modificazioni di malattie. Malattie pure e impure,
semplici e complesse. Non c'è in fondo un'unica malattia, di cui tutte le
altre sarebbero forme più o meno lontanamente derivate? 0 dobbiamo ammettere
categorie irriducibili? (Controversia tra Broussais e i suoi avversari a
proposito della nozione di irritazione. Problema delle febbri essenziali.)
3) Che cos'è una malattia normale? Che cos'è una malattia che segue il suo
decorso? Una malattia che porta alla morte o una malattia che guarisce
spontaneamente, una volta portata a termine la sua evoluzione? Sono queste
le domande che Bichat si poneva circa la pqsizione della malattia tra la
vita e la morte.
E' nota la prodigiosa semplificazione che la biologia pasteuriana ha
introdotto in tutti questi problemi. Determinando l'agente del male e
fissandolo come un organismo singolo, essa ha permesso che l'ospedale
divenisse un luogo di osservazione, di diagnosi, di individuazione clinica e
sperimentale, ma anche di intervento immediato, di contrattacco volto nei
confronti dell'invasione microbica.
Quanto alla funzione della prova, si constata che essa può venir meno. Il
luogo in cui si produrrà la malattia sarà il laboratorio, la provetta; ma,
qui, la malattia non si effettua in una crisi; se ne riduce infatti il
processo a un meccanismo che si ingrandisce; la si riconduce a un fenomeno
verificabile e controllabile. L'ambiente ospedaliero non deve più essere per
la malattia il luogo favorevole a un evento decisivo; esso permette
semplicemente una riduzione, un trasferimento, un ingrandimento, una
constatazione; la prova [épreuve] si trasforma in prova [preuve] nella
struttura tecnica del laboratorio e nella rappresentazione del medico.
Se si volesse fare un "etnopsicologia" del personaggio medico, occorrerebbe
dire che la rivoluzione pasteuriana l'ha privato del suo ruolo millenario
nella produzione rituale e nella prova [épreuve] della malattia. E la
scomparsa di questo ruolo è stata probabilmente drammatizzata dal fatto che
Pasteur non si è limitato a affermare che il medico non doveva essere il
produttore della malattia "nella sua verità", ma ha mostrato anche che, per
ignoranza della verità, ne era divenuto, migliaia di volte, il propagatore e
il riproduttore: il medico ospedaliero che passava da un letto all'altro era
uno dei principali agenti del contagio. Pasteur infliggeva una formidabile
ferita narcisistica ai medici, che l'avrebbero perdonato solo molto tempo
dopo: le mani del medico che dovevano percorrere il corpo del malato,
palparlo, esaminarlo, quelle mani che dovevano scoprire la malattia,
portarla alla luce, Pasteur le ha bollate come portatrici del male. Lo
spazio ospedaliero e il sapere del medico avevano sino a quel momento avuto
il ruolo di produrre la verità "critica" della malattia; ed ecco che il
corpo del medico e l'affollamento ospedaliero apparivano come i produttori
della realtà della malattia stessa.
Disinfettando il medico e l'ospedale, si è conferita loro una nuova
innocenza, da cui hanno tratto nuovi poteri e un nuovo statuto
nell'immaginazione degli uomini. Ma è un'altra storia.
Queste poche osservazioni possono aiutare a capire la posizione del folle e
dello psichiatra all'interno dello spazio manicomiale.
Tra i due fatti esiste certamente una correlazione storica: prima del secolo
XVIII la follia non era soggetta a internamento sistematico; veniva
piuttosto considerata essenzialmente come una forma di errore o di
illusione. Ancora all'inizio della cosiddetta "età classica", la follia era
percepita come appartenente alle chimere del mondo; poteva vivere tra di
esse e doveva esseme separata solo quando assumeva forme estreme o
pericolose. In queste condizioni appare evidente che il luogo privilegiato
in cui la follia poteva e doveva esplodere nella sua verità non poteva
essere lo spazio artificiale dell'ospedale. Tra i luoghi terapeutici
riconosciuti vi era innanzitutto la natura, in quanto forma visibile della
verità; la natura racchiudeva il potere di dissipare l'errore, di far svanire le chimere.
I rimedi che i medici amavano prescrivere erano quindi i viaggi, il riposo, le
passeggiate, il ritiro, la separazione dal mondo artificiale e vano della
città. Esquirol avrà ancora presente questa situazione quando, nel
progettare la planimetria di un ospedale psichiatrico, raccomanderà che ogni
cortile preveda un'ampia apertura con vista su un giardino. L'altro luogo
terapeutico attivato era il teatro, natura rovesciata: al malato si faceva
recitare la commedia della sua stessa follia, la si metteva in scena, le si
prestava per un attimo una realtà fittizia, si faceva finta, a colpi di
fondali e travestimenti, che fosse vera, ma in modo che, caduto in quella trappola,
l'errore finisse per esplodere agli occhi stessi di colui che ne era la vittima.
Anche questa tecnica, peraltro, non era del tutto scomparsa nel secolo
xix. Esquirol, per esempio, raccomandava di intentare finti processi ai
melanconici per stimolare la loro energia e
il loro gusto di combattere.
La pratica dell'internamento, all'inizio del xix secolo, coincide con il
momento in cui la follia viene percepita in rapporto non tanto all'errore
quanto alla condotta regolare e normale; quando essa appare non più come
giudizio per turbato ma come disturbo nel modo d'agire, di volere, di
provare passioni, di prendere decisioni e di essere liberi; insomma,
quando si inscrive non più sull'asse verità-
errore-coscienza ma su quello passione volontà libertà.
E' il momento di Hoffbauer e
Esquirol. " Vi sono alienati il cui delirio è appena visibile
ma non ve n'è alcuno che non abbia le passioni, le affezioni morali
disordinate, pervertite o annientate 1 ... ]. La diminuzione del delirio è
un segno certo di guarigione solo quando gli alienati ritornano
alle loro prime affezioni. "' Qual è, in effetti, il processo della
guarigione? forse il movimento attraverso il quale l'errore si dissipa e
la verità viene di nuovo alla luce. Certamente no. E' il rientro delle
affezioni morali nei loro giusti limiti, il desiderio di rivedere gli amici,
i figli, le lacrime della sensibilità, il bisogno di effondere il proprio
cuore, di ritrovarsi in seno alla famiglia, di riprendere le vecchie
abitudini".
Quale potrà essere allora il ruolo del manicomio in questo movimento di
ritorno ai modelli di comportamento regolari? Naturalmente, il manicomio
assumerà la funzione che si assegnava agli ospedali verso la fine del secolo
xviii: quella di scoprire la verità della malattia mentale, di allontanare
tutto ciò che, nell'ambiente del malato, può mascherarla, confonderla, darle
forme aberranti, alimentarla e rilanciarla. Ma, più ancora che
un luogo di disvelamento, l'ospedale di cui Esquirol ha delineato il modello
è un luogo di scontro, dove la follia, volontà
disturbata, passione pervertita, deve affrontare una volontà
retta e passioni ortodosse. Il loro faccia a faccia, il
loro scontro inevitabile, e per la verità auspicabile, produrrà due effetti:
la volontà malata, che poteva benissimo restare inafferrabile poiché non si
esprimeva in alcun delirio, porterà sotto gli occhi di tutti il suo male
attraverso la resistenza che opporrà alla volontà retta del medico; d'altra
parte, la lotta che si scatena a partire da ciò dovrà, purché sia ben
condotta, portare alla vittoria della volontà retta, alla sottomissione,
alla rinuncia da parte della volontà turbata. Un processo, quindi, di
opposizione, di lotta e di dominio' "Occorre applicare un metodo
perturbativo, spezzare lo spasmo con lo spasmo [ ... ]. Occorre soggiogare
l'intero carattere di certi malati ' vincere le loro pretese, domare il loro
impeto, spezzare il loro orgoglio, e insieme eccitare, incoraggiare gli
altri."
Viene così a instaurarsi la stranissima funzione che l'ospedale psichiatrico
assume nel secolo xix; luogo di diagnosi e di classificazione, rettangolo
botanico in cui le specie di malattie vengono suddivise in cortili la cui
disposizione fa pensare a un ampio orto; ma anche spazio chiuso per uno
scontro, luogo di una gara, campo istituzionale in cui sono in gioco
vittoria e sottomissione. Il grande medico di manicomio, si chiami Leuret,
Charcot o Kraepelin, è a un tempo colui che può dire la verità della
malattia grazie al sapere che ha su di essa e colui che può produrre la
malattia nella sua verità e sottometterla alla realtà, attraverso il potere
che la sua volontà esercita sul malato stesso. Tutte le tecniche o le
procedure impiegate nei manicomi del xix secolo l'isolamento,
l'interrogatorio privato o pubblico, i trattamenti castigo come la doccia, i
colloqui morali (incoraggiamenti o rimostranze), la disciplina rigorosa, il
lavoro obbligatorio, le ricompense, i rapporti preferenziali tra il medico e
alcuni dei malati, le relazioni di vassallaggio, di possesso, di domesticità
e a volte di schiavitù tra il malato e il medico avevano lo scopo di fare
del personaggio medico il "padrone della follia": colui che la fa apparire
nella sua verità (quando si nasconde, quando resta celata e silenziosa) e
colui che la domina, la allevia e la riassorbe dopo averla sapientemente
scatenata.
Diciamo quindi schematicamente: nell'ospedale pasteuriano la funzione
"produrre la verità" della malattia è andata progressivamente sfumando; il
medico produttore di verità scompare in una struttura di conoscenza.
Nell'ospedale di Esquirol o Charcot, invece, la funzione "produzione di
verità" diventa ipertrofica, si esalta intorno al personaggio del medico. E
questo in un gioco nel quale a essere in discussione è l'iperpotere del
medico. Charcot, taumaturgo dell'isteria, è sicuramente il personaggio più
altamente simbolico di questo tipo di funzionamento.
Ora questa esaltazione si produce in un'epoca in cui il potere Medico
trova le sue garanzie e le sue giustificazioni nei privilegi della
conoscenza: il medico è competente, il medico conosce le malattie e i
malati, è detentore di un sapere scientifico dello stesso tipo di quello
del chimico o del biologo; ecco ciò che ora lo autorizza a intervenire
e a decidere. Il potere che il manicomio conferisce allo psichiatra
dovrà quindi giustificarsi (e contemporaneamente mascherarsi come iperpotere
primordiale) producendo fenomeni integrabili alla scienza medica. Si capisce
così perché la tecnica dell'ipnosi e della suggestione, il problema della
simulazione e la diagnosi differenziale tra malattia organica e malattia
psicologica siano stati per un periodo tanto lungo (dal 1860 al 1890 almeno)
al centro della pratica e della teoria psichiatriche. Il punto di
perfezione, di una perfezione quasi miracolosa, è stato toccato quando i
malati del reparto di Charcot si sono messi a riprodurre, su richiesta
del potere sapere medico, una sintomatologia tarata sull'epilessia,
cioè suscettibile di essere
decifrata, conosciuta e riconosciuta nei termini di una malattia organica.
Un episodio decisivo, questo, in cui si ridistribuiscono e vengono a
sovrapporsi esattamente le due funzioni del manicomio (prova e produzione
della verità, da una parte; constatazione e conoscenza dei fenomeni,
dall'altra). Il potere da lui detenuto permette al medico o di produrre ormai
la realtà di una malattia mentale, che ha la prerogativa di riprodurre
fenomeni interamente accessibili alla conoscenza. L'isterica era la malata
perfetta perché permetteva di conoscere: ritrascriveva da sola gli
effetti del potere medico in forme che il medico stesso poteva
descrivere secondo un discorso scientificamente accettabile. Quanto al
rapporto di potere che rendeva possibile questa
operazione, non poteva essere individuato nel suo ruolo determinante dal
momento che virtù suprema dell'isteria, docilità impareggiabile, autentica
santità epistemologica le stesse malate se ne facevano spontaneamente
carico assumendosene la responsabilità: esso appariva, nella sintomatologia,
come suggestionabilità morbosa. Tutto si dispiegava ormai nella limpidezza
di una conoscenza purificata da ogni potere, tra il soggetto conoscente e
l'oggetto conosciuto.
Ipotesi: la crisi è stata aperta, e l'era ancora vagamente delineata
dell'antipsichiatria inizia quando qualcuno comincia ad avere il sospetto, e
ben presto la certezza, che Charcot in realtà producesse la crisi d'isteria
che descriveva. Un po' l'equivalente della scoperta fatta daPasteur:
il medico trasmette le malattie che si presumeva dovesse combattere.
Mi sembra in ogni caso che tutte le grandi scosse che hanno fatto
vacillare la psichiatria a partire dalla fine del secolo xix abbiano
essenzialmente messo in discussione il potere del medico. Il suo
potere e l'effetto che produceva sul malato, più ancora del suo sapere e della
verità di ciò che diceva sulla malattia. Per meglio dire, da Bernheim e
Laing a Basaglia, a essere messo in discussione è stato il modo in cui il
potere del medico entrava nella verità di ciò che egli diceva e,
ìnversamente, il modo in cui quest'ultima poteva essere fabbricata e
compromessa da quel potere. Cooper ha detto: 'La violenza è nel cuore del
nostro problema". E Basaglia: "Quello che caratterizza le istituzioni
[scuola, fabbrica, ospedale] è la separazione netta tra chi ha il potere e
chi non ne ha". Tutte le grandi riforme, non soltanto della pratica ma
anche del pensiero psichiatrico ruotano intorno a questo rapporto di potere.
Esse costituiscono altrettanti tentativi per spostarlo, mascherarlo,
eliminarlo, annullarlo. La psichiatria moderna nel suo insieme è in fondo
attraversata dall'antipsichiatria, se con questo termine si fa riferimento a
tutto ciò che rimette in questione il ruolo dello psichiatra, un tempo
incaricato di produrre la verità della malattia nello spazio ospedaliero.
Si potrebbe quindi parlare delle antipsichiatrie che hanno attraversato la
storia della psichiatria moderna. Ma sarà forse meglio distinguere con cura
due processi che sono totalmente distinti dal punto di vista storico,
epistemologico e politico.
Si è avuto, in principio, il movimento di "depsichiatrizzazione". E' il
movimento che appare immediatamente dopo Charcot. E si tratta in questo caso
non certo di annientare il potere del medico, bensì di spostarlo in nome di
un sapere più esatto, di dargli un altro punto di applicazione, e nuove
misure. Depsichiatrizzare la medicina mentale per ristabilire nella sua
corretta efficacia un potere medico che l'imprudenza (o l'ignoranza) di
Charcot aveva indotto a produrre abusivamente malattie, cioè false malattie.
1) Una prima forma di depsichiatrizzazione comincia con Babinski, che ne
diviene l'eroe critico. Invece di cercare di produrre teatralmente la verità
della malattia, sarà meglio tentare di ridurla alla sua stretta realtà, che
forse è spesso solo la disposizione a lasciarsi teatralizzare: è questo
appunto il cosiddetto "piziatismo". Ormai, non soltanto il rapporto di
dominio del medico sul malato non perderà nulla del suo rigore, ma piuttosto
quel rigore verterà sulla riduzione della malattia al suo minimo necessario:
i segni necessari e sufficienti affinché possa essere diagnosticata come
malattia mentale, e le tecniche indispensabili affinché queste
manifestazioni scompaiano.
Si tratta in qualche modo di pasteurizzare l'ospedale psichiatrico, di
ottenere in manicomio lo stesso effetto di semplificazione che Pasteur aveva
imposto negli ospedali: articolare direttamente l'una sull'altra la diagnosi
e la terapia, la conoscenza della natura della malattia e la soppressione
delle sue manifestazioni. Il momento della prova,
quello in cui la malattia si manifesta nella sua verità e giunge al suo
compimento, non deve più figurare nel processo medico. L'ospedale può
divenire un luogo silenzioso in cui la forma del potere medico si mantiene
in ciò che ha di più tipico, ma senza dovere incontrare o affrontare la
follia stessa. Chiameremo questa forma "asettica" e "asintomatica" di
psichiatrizzazione "psichiatria a produzione zero", una forma che ha nella
psicochirurgia e nella psichiatria farmacologica le due forme più notevoli.
2) Altra forma di depsichiatrizzazione, esattamente opposta alla precedente.
Si tratta di portare al massimo dell'intensità la produzione della follia
nella sua verità, ma facendo in modo che i rapporti di potere tra medico
e malato siano esattamente investiti in questa
produzione, che rimangano adeguati a essa, che non se ne lascino travolgere
e che possano mantenerne il controllo. La prima condizione affinché sia
mantenuto questo potere medico "depsichiatrizzato" è data dall'espulsione
dal circuito di tutti gli effetti legati allo spazio manicomiale. Occorre
evitare prima di tutto la trappola in cui era caduta la taumaturgia di
Charcot; occorre impedire che l'obbedienza ospedaliera si prenda gioco
dell'autorità medica e che, in quel luogo delle complicità e degli oscuri
saperi collettivi, la scienza sovrana del medico non finisca invischiata in
meccanismi da essa involontariamente prodotti.
Quindi, regola del testa a testa; quindi, regola del libero
contatto tra il medico e il malato; quindi, regola della limitazione di
tutti gli effetti del rapporto al solo livello del discorso ("ti chiedo una
sola cosa, di dire, ma di dire veramente tutto quello che ti passa per la
testa"); quindi, regola della libertà discorsiva ("Non potrai più vantarti
di ingannare il tuo medico, perché non risponderai più a domande poste;
dirai quello che ti viene in mente, senza che tu abbia neppure da chiedermi
che cosa io ne pensi e, se vuoi ingarmarmi infrangendo questa regola, non
sarò io a essere ingannato; ti sarai preso in trappola da solo, perché avrai
perturbato la produzione della verità e aumentato di qualche seduta la somma
che mi devi"); quindi,regola del divano che attribuisce realtà solo agli effetti prodotti in quel
luogo privilegiato e durante quell'ora singola in cui si esercita il potere
del medico, un potere che non può esser preso in alcun effetto di ritorno,
perché interamente ritirato nel silenzio e nell'invisibilità.
La psicoanalisi può essere storicamente decifrata come l'altra grande forma
della depsichiatrizzazione provocata dal trauma Charcot: ritiro dello spazio
manicomiale per cancellare gli effetti paradossali dell'iperpotere
psichiatrico; ma ricostituzione del potere medico, produttore di verità, in
uno spazio allestito in modo che questa produzione resti sempre adeguata a
tale potere. La nozione di transfert, inteso come processo essenziale alla
cura, è un modo di pensare concettualmente questa adeguazione nella forma
della conoscenza; il versamento dell'onorario, contropartita monetaria del
transfert, è un modo di garantirla nella realtà: un modo per impedire
che la produzione della verità divenga un contropotere che intrappola,
annulla, rovescia il potere del medico.
A queste due grandi forme di depsichiatrizzazione, entrambe conservatrici
del potere, l'una perché annulla la produzione di verità, l'altra perché
tenta di adeguarla al potere medico si oppone l'antipsichiatria. Si tratta
di operare non un ritiro, ma la distruzione sistematica dello spazio
manicomiale con un lavoro interno; e di trasferire al malato stesso il
potere di produrre la sua follia e la verità della sua follia, piuttosto che
cercare di ridurlo a zero. A partire di qui, si può capire, credo, la posta
in gioco dell'antipsichiatria, che non è affatto il valore di verità della
psichiatria in termini di conoscenza (di esattezza diagnostica o di
efficacia terapeutica).
Nel cuore dell'antipsichiatria, la lotta con, nella e contro l'istituzione.
Quando furono allestite, agli inizi del secolo xix, le grandi strutture
manicomiali vennero giustificate come portatrici di una meravigliosa
armonia tra le esigenze dell'ordine sociale che chiedeva di
essere protetto contro il disordine dei folli e le necessità della terapia
che esigevano l'isolamento dei malati. Giustificando l'isola
mento dei folli, Esquirol forniva cinque ragioni principali: 1) garantire la
sicurezza personale loro e delle loro famiglie; 2) liberarli da
le influenze esterne; 3) vincere le loro resistenze persona li; 4)
sottometterli a un regime medico; 5) imporre ai folli nuove abitudini
intellettuali e morali. Come si vede, il problema è tutto di potere;
dominare il potere del folle, neutralizzare i poteri esterni che possono
esercitarsi su di lui; stabilire sul folle un potere di terapia e di
addestramento, di "ortopedia". Ora, è proprio contro
l'istituzione, come luogo, come forma di distribuzione e meccanismo di
questi rapporti di potere, che si scaglia l'antipsichiatria. Con il pretesto
di un internamento che consentirebbe, in un luogo
purificato, di constatare ciò che è nonché di intervenire dove, quando e
come è necessario, l'istituzione fa sorgere i rapporti di dominio propri del
rapporto istituzionale: "Il puro potere del medico,"
scrive Basaglia, "aumenta vertiginosamente proprio perché diminuisce
vertiginosamente quello del malato che, per il fatto stesso di essere il
ricoverato in un ospedale psichiatrico, diventa
automaticamente un cittadino senza diritti, affidato all'arbitrio del
medico e degli infermieri che possono fare di lui ciò che vogliono, senza
possibilità di appello". Mi sembra che si potrebbero
situare le diverse forme di antipsichiatria secondo le strategie adottate in
rapporto a quei giochi di potere istituzionale: sottrarsi a essi nella forma
di un contratto duale e liberamente accettato da
entrambe le parti (Szasz); allestimento di un luogo privilegiato
in cui tali giochi devono essere sospesi o combattuti se finiscono
col ricostruirsi (Kingsley Hall); individuarli uno a uno e distruggerli
progressivamente all'intemo di un'istituzione di tipo classico (Cooper, nel
padiglione 2 1) 1'; legarli ad altri rapporti di potere che hanno già potuto
determinare all'esterno del manicomio la segregazione di un individuo come
malato mentale (Gorizia). I rapporti di potere costituivano l'a priori
della pratica psichiatrica: essi condizionavano il funzionamento
dell'istituzione manicomiale, distribuivano al suo interno i rapporti tra
gli individui, guidavano le forme dell'intervento medico. Il rovesciamento
proprio dell'antipsichiatria consiste invece nel porli al centro del campo
problematico, nel metterli in discussione in modo primordiale.
Ora, la prima cosa che questi rapporti di potere comportavano era il diritto
assoluto della non-follia sulla follia. Diritto trascritto in termini di
una competenza che si esercita sull'ignoranza, del buon senso (di accesso
alla realtà) che corregge gli errori (illusioni, allucinazioni, fantasmi),
della normalità che si impone al disordine e alla devianza. Per questo
triplice potere che costituiva la follia come oggetto di conoscenza
possibile per una scienza medica, che la costituiva come malattia,
nel momento stesso in cui il "soggetto" colpito da tale
malattia veniva squalificato come folle, cioè spogliato di ogni
potere e di ogni sapere relativo alla sua malattia: "Sulla tua sofferenza e
la tua singolarità sappiamo abbastanza cose (che tu neppure immagini) da
riconoscere che sono una malattia; ma questa malattia la conosciamo
abbastanza da sapere che tu non puoi esercitare su di essa e in rapporto a
essa alcun diritto. La tua follia, la nostra scienza ci permettono di
chiamarla malattia e, quindi, noi, in quanto medici, siamo qualificati a
intervenire e a diagnosticare in te una follia che ti impedisce di essere un
malato come gli altri: sarai quindi un malato mentale.
Questo gioco di un rapporto di potere che dà luogo a
una conoscenza, la quale di rimando fonda i diritti di tale potere,
caratterizza la psichiatria "classica". E' questo cerchio che
l'antipsichiatria intende rompere: dando all'individuo il compito e il
diritto di portare la sua follia a termine, di portarla sino in fondo, in
un'esperienza cui gli altri possono contribuire, ma mai in nome di un potere
che sarebbe loro conferito dalla ragione o dalla normalità; separando i
comportamenti, le sofferenze, i desideri dallo statuto medico che era stato
loro conferito, liberandoli da una diagnosi e da una sintomatologia che
avevano un valore non soltanto di classificazione ma anche di decisione e di
decreto; invalidando, infine, la grande ritrascrizione della follia nella
malattia mentale che era stata avviata nel secolo xvii e compiuta nel xix.
La demedicalizzazione della follia è correlativa a questa messa in
discussione primordiale del potere operata dalla pratica antipsichiatrica.
In ciò si misura l'opposizione di quest'ultima alla "depsichiatrizzazione",
che sembra caratterizzare tanto la psicoanalisi quanto la psicofarmacologìa,
entrambe legate a una ipermedicalizzazione della follia. Con ciò si apre il
problema dell'eventuale affrancamento della follia da quella forma
particolare di potere sapere che è la conoscenza. E' possibile che la
produzione della verità della follia possa effettuarsi in forme che non
siano quelle dei rapporti di conoscenza? Problema fittizio, si dirà, domanda
che appartiene alla sfera dell'utopia. Di fatto, essa si pone concretamente
tutti i giorni a proposito del ruolo del medico del soggetto statutario di
conoscenza nell'impresa di depsichiatrizzazione.
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