Da Irene Lizza "Invito al manicomio"
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Inviato da malega_1 di 17 Feb 2005 - 06:12 PM
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Inoltro questo passaggio -
trovato in internet - per farvi comprendere come la relata' sia
cambiata poco, nonostante l'abbellimento estetico -
malega
Da Irene Lizza "Invito al manicomio", Macchia, Roma, 1952. [note su Irene Izza in fondo]
Mi sono proposta di fare opera obbiettiva, senza mai perdere di vista
lo scopo che è solo quello di riuscire a smuovere e a ottenere
di svecchiare i regolamenti manicomiali che ancora vigono su leggi da
Medio Evo.
Chi esce dal Manicomio ha il certificato penale sporco, e le leggi sono
ancora quelle del 1904. Il manicomio, per quanto bello possa sembrare
di fuori e nelle sue attrezzature cliniche e chirurgiche, è
tutt'ora una morta gora dove migliaia di dannati affogano nella
dimenticanza e dove le loro grida non sono udite e le loro ribellioni
sono frenate dalle camicie di forza o dalle stringhe dei letti. Gli
infermieri sono ramazzati negli strati sociali più bassi e non
viene richiesto loro che di essere in buona salute e di robuste membra.
E' una schiera di rozzi uomini e donne dal camice bianco, le cui mani
han conosciuto il badile, e che credono che le chiavi che loro
tintinnano alla cintura siano un attributo di potere e di
autorità. E ciò accresce le sofferenze senza fine degli
infelici rinchiusi in un doppio girone, come neanche Dante ha saputo
immaginare: il male che stritola loro la testa e i sensi e le porte
serrate.
CAPITOLO PRIMO.
<<Il tassì si fermò. Mi fecero scendere ed entrare
di corsa in una larga portineria dalle pareti gialle, macchiate di
umidità, dove mi fermarono e diedero in fretta le mie
generalità. Subito dopo due enormi uomini mi afferrarono per le
braccia e mi portarono di peso, attraverso un tristissimo cortile, fino
ad un cancello che fu dischiuso avaramente e serrato dietro di me.
Una coppia di grasse infermiere mi prese in mezzo e mi ingiunse di
spogliarmi. Ero all'Ospedale Civile, reparto Astanteria dei pazzi,
centro di raccolta e di osservazione dei candidati al manicomio.
Portavo una sciarpetta fermata con una spilla; mi cominciarono a
tremare le mani e, nell'affrettarmi, non riuscivo ad aprire la piccola
molla. Dovevo spogliarmi in presenza loro e delle ricoverate, non ebbi
modo di indugiare: mi strapparono gli abiti di dosso, non badando a che
cosa si lacerasse: capo per capo, tutto mi fu tolto e buttato su di un
tavolo.
Una terza infermiera elencava ogni cosa su di un gran registro; ogni
cosa, compreso le scarpe, le calze e quanto avevo nella borsetta,
osservando ogni oggetto con commenti peregrini. Ero nuda. Continuavo a
tremare, non di orgasmo soltanto, ma anche di vergogna.
Scrutandomi la pelle e indagando tra i capelli, un'infermiera
osservò con evidente compiacimento che ero pulita. Mi diedero
delle pianelle che puzzavano di creolina e mi spinsero nel bagno dove
mi aspettava una densissima nuvola di vapore che offuscava l'ambiente e
la vasca d'acqua caldissima, sul bordo della quale era un pezzo di
sapone nero.
La nettezza della mia pelle e il fatto di non avere insetti non mi
risparmiarono da una densa saponata sul capo dal cui impeto tentai
invano di difendermi strizzando forte gli occhi. Ripetuti rovescioni
d'acqua mozzafiato: evidentemente avevano, più che un fine
igienico, la funzione di calmante preventivo pel caso di una mia
eventuale ribellione.
Io ero, purtroppo, assai più che calma, al punto che ero finita
lì affetta dalla morbosa calma tipica della depressione nervosa.
Mi rizzarono alfine in piedi e il bagno finì.
Un ruvido pettine fitto tuffato in una densa soluzione disinfettante,
mi appiccicò i capelli sulla cuticagna. Mi fu infilato un ruvido
camicione spaccato di dietro, senza neppure il bottone dell'unico e
vedovo occhiello alla collottola. Ogni volta che dovevo scendere dal
letto, non potevo evitare l'esibizione involontaria del dorso.
Fui stesa nel letto n° 7. Avevo le spalle gelate. In tutto quel
tempo le infermiere non avevano scambiato che qualche parola tra loro,
ignorandomi come persona e manipolandomi come un oggetto. Da parte mia
non ero stata capace di aprir bocca dall'istante del mio ingresso.
*
La corsia, stretta, con una trentina di letti di ferro addossati alle
pareti, aveva tre grandi tavoli rettangolari nel mezzo, sui quali si
svolgeva tutto quanto era attinente a quel genere approssimativo di
vita; non c'era altro, all'infuori delle <<comode>> o
seggette a foggia di poltrona, in ferro smaltato di bianco, poste tra
un letto e l'altro, e qualche sedia; non un armadio, non un tavolino da
notte, non uno specchio; non un quadretto né un vaso di fiori,
nulla; soltanto, dalla parete di fondo, pendeva l'agonia di un bruno
Cristo in Croce. Ai ferri dei letti, celate dalle coperte: le
<<manette>> e le <<gambette>> per legare i
polsi e le caviglie delle donne furiose o delle povere illuse di poter
compiere una qualsiasi reazione.
Tenute a dovere per le braccia del nerboruto personale, inizialmente
quasi tutte le internate si dibattono mugghiando, urlando, come animali
che recalcitrino all'ingresso del mattatoio; finiscono poi, con la bava
alla bocca, assicurate a far corpo unico con il letto, ansimanti, gli
occhi strabuzzati o chiusi.
L'infermiera che mi aveva rastrellato i capelli, grata forse che io non
ero di quelle <<che fanno tribolare>>, mi portò un
bicchiere di latte freddo. Il recipiente di alluminio puzzava di
rancido; ma bevvi con gratitudine; la gola mi si disserrò, ma le
mani non smisero di tremare e fecero così traboccare parecchio
latte sul camicione. Imparai ben presto che il <<latte
bianco>> era prezioso perché di solito veniva distribuito
un insipido e lungo caffellatte. Qualcuno cominciava ad avere
pietà di me, della mia faccia pallida di ragazza smarrita in
mezzo a visi precocemente senili, tormentati dal male, erosi,
cincischiati ed inieme nodosi come torcioni strizzati.
Più tardi, mentre ad occhi chiusi tentavo di <<non
vedere>> quanto sentivo di intravvedere, una vecchia ubriaca
fradicia fu proiettata più che sospinta verso il letto accanto
al mio. I suoi capelli grigi erano un impenetrabile casco di lana
infeltrita. Fu impossibile penetrarlo col pettine, impossibile epurarlo
del brulichio immondo che evadeva sui cenci, dei quali tre infermiere
fecero un cumulo di brandelli in terra. Il logoro corpo completamente
nudo, rossastro, flaccido, deturpato dalla ramaglia delle vene
varicose, si contorceva nei conati del vomito; e il vomito eruppe sul
piancito e sul tavolo, sopra uno dei tavoli dove si faceva tutto: dal
posarvi pettini e bacinelle di disinfettanti al pane e ai piatti.
Tuttavia la vecchia, sia pur conciata com'era, trovò il modo di
ingiuriare le infermiere che le rispondevano a tono e ridevano a
crepapelle: era per esse un diversivo allegro che rompeva la cupa
monotonia dell'ambiente. Il fetore di quel corpo striato di vomiticcio
di vino, schiumante, inacidito, mi arrivava a zaffate corrosive.
Trascinata dalle infermiere, l'ubbriaca saltabeccava riluttante verso
il bagno: nel dimenarsi a destra e a sinistra i seni cascanti e gialli
e le natiche flosce ondeggiavano come ghirbe sciacque a dorso di ciuco.
Dopo poco la trassero fuori dal bagno, rapata, lustra, congestionata;
la legarono sul letto con <<manette>> e
<<gambette>> e le praticarono una buona iniezione di
sonnifero. Dopo dieci minuti, sia pure col respiro affannoso degli
addormentati per forza, russava della grossa.
Le ore passarono così fra alternative di grida e di silenzi,
finché vidi scurire pian piano la cieca parete giallognola di
fronte al mio letto e il lucore della finestra alle mie spalle si
spense nella sera. E con la sera arrivò il medico.
*
L'aver trascorsi molti anni nella cura di ogni sorta di pazzi non aveva
giovato all'espressione del volto ampio, piatto, con orecchie a
ciabatta, bocca larga, irta di residuati dentoni gialli. La divisa
degli ospiti dell'astanteria gli si sarebbe adattata a pennello. Mi
accorsi in seguito che aveva il cuore grande come una casa, sia pure
affogato nella nevrastenia. Non gli era sopravanzato fra migliaia di
individui squilibrati, un pizzico di pazienza; ed era rude e gridava
per dissimulare talvolta la pena che gli facevamo quando non ci poteva
evitare di spedirci al manicomio.
Mi squadrò: il medico che mi aveva dichiarata idonea alla
Astanteria (definendomi <<pericolosa a sé e agli
altri>>) aveva scritto sui miei <<benserviti>> che
ero <<allucinata>>, che <<sentivo le voci>>, in
ciò confortato dalla diagnosi di un collega che mi dichiarava
<<deficiente dalla nascita>>.
Non potevo, dunque, illudermi.
Il Dottore, comunque, mi chiese nome e cognome, quanti anni avessi, in
che giorno, anno e mese fossi nata e vivessimo, il che valse a far
segnare sulla mia <<posizione>> che ero <<lucida,
orientata nel tempo e nello spazio>>.
<<Tu senti delle voci, vero?>>.
<<No, Dottore, non sento nessuna voce>>.
<<Allora, com'è che sei andata all'estero e poi non sapevi come ritornare?>>
<<Le assicuro che non sono mai uscita dall'Italia>>.
<<Ora, dici così. Ma tu senti <<le voci>> che
ti danno comandi, e tu vai dove ti dicono di andare...>>.
<<No, Dottore, non ho mai sentito voci; non sono mai andata in nessun posto che non ricordi esattamente...>>
Parlavo, sì, cercavo di dire <<quanto era vero>>.
Ma, naturalmente, il medico dava più credito a ciò che,
per sciagura mia, stava scritto sulle carte che aveva dinanzi.
<<Allora, che cos'hai?>>.
Mi era impossibile definire alcun che:
<<Sto male, Dottore, qui, nella testa...>>.
Lo sforzo, il turbamento, la consapevolezza dell'impotenza, avevano
ormai distrutto in me la facoltà di spiegarmi oltre. Non avevo
più che un enorme gomitolo di ferro spinato compresso
nell'angustia del cranio, lì lì per scoppiare.
Sapevo che il tacere equivaleva ad una condanna; ma parlare mi era
impossibile. Per salvarmi avrei dovuto, al contrario, raccontare la mia
battaglia di ogni giorno contro la forma depressiva che man mano mi
aveva portato a ricercare una forma di suicidio, avrei dovuto narrare
il lungo vagare per trovare il coraggio d'uccidermi. Il gomitolo di
ferro spinato urgeva dall'interno della fronte, mi dilaniava con gli
aculei le meningi, mi inibiva la formulazione di una sola parola; le
idee si accavallavano e mancava in me la forza per esprimerle. Dopo
mesi di inutili sforzi, era arrivata la depressione che mi aveva
impossibilitata a lavorare e, priva di danaro, priva di assistenza, non
potendo più affrontare la vita, solo rifugio mi parve la morte.
Alcuni giorni prima di essere interrogata dal Dottore dell'Astanteria,
avevo preso il trenino per E., per le montagne che conosco, sulle quali
mi figuravo che avrei facilmente trovato il modo di lasciarmi morire.
Era un vago pensiero il mio, e andai vagando per ore ed ore, verso
l'alto, nella solitudine; mentre l'istinto di conservazione lottava per
risospingermi verso la cittadina di E.. Esso ebbe, infine, il
sopravvento. Mi sentivo malissimo. Ero stremata dalla lotta interiore e
dal digiuno. Quando, tornata giù, le gambe mi portarono in una
farmacia per chiedere, mi pare, un calmante, non fui in grado di
domandarlo; mi lasciai andare su uno sgabello, appoggiai la fronte sul
refrigerio del balcone, senza proferire parola. Era un atteggiamento
preoccupante e, per giunta, m'ero imbattuta in una farmacista
esageratamente apprensiva la quale cominciò subito a chiamare
gente, come se la bottega andasse a fuoco.
Qualunque cosa si fosse fatto pro o contro di me, non avrei potuto
muovere un dito; ma la farmacista tanto urlò che due carabinieri
arrivarono in pochi minuti, mi condussero via e, issatami su di una
carrozzella, mi accompagnarono a C., in una stamberga sotterranea,
dov'erano un pancaccio, un bugliolo. Più tardi mi portarono una
pagnotta.
Avevano ragione: io ero muta, ed essi avevano fatto bene a mettere una
muta sotto custodia. Chi diceva loro che io non ero una delinquente
simulatrice, che fingevo uno smarrimento mentale per nascondere le
generalità? Finchè non avessero saputo qualcosa di me,
non avevano altro luogo, si vede, dove meglio rinchiudermi, per mia e
loro tranquillità.
Rimasi lì dentro tutta la notte, sola, ranicchiata sul
pancaccio, mentre mi sfioravano e mi urtavano le scorribande degli
enormi ratti delle cantine, dagli occhi feroci. Ogni donna avrebbe
urlato per lo spavento, il ribrezzo, il raccapriccio; io non venni
neppure meno: ero annientata già, non mi importava dove fossi e
ciò che avrebbero fatto di me; mi bastava di non essere lasciata
sola sui ciottoli, sola alle prese con la vita che persisteva. Pensavo
così perché non sapevo né potevo immaginare
ciò che mi sarebbe sopravvenuto. Fui tenuta rinchiusa lì
dentro (non rammento bene) per due giorni, ma sono certa che mi
passarono una ciotola di minestra, che mangiai. Devo anche aver dormito
qualche ora.
Di lì fui condotta nella locale sede della <<Protezione
della giovane>>; un paradiso in confronto della guardina. Le
suore mi posero in una stanzetta dov'era un duro divanetto
rococò rivestito diligentemente di stoffa a fiorami. Dalla
finestra si vedeva un vasto cortile quadrato sorriso di piccole dalie
rosse. Venne la Superiora e mi interrogò con molta pazienza. io
la guardavo, capivo e tacevo.
Dopo reiterati tentativi perchè io parlassi, la scoraggiata
suora se ne andò molto turbata. E me lo spiego: debbo dire anche
che l'unica cosa cui riuscissi a pensare era che quel mio silenzio mi
potesse aiutare a prolungare il mio soggiorno lì dentro. Vana
speranza!
Mi ero quasi appisolata sul divanetto rococò; ma mi dovetti
subito sollevare. Le suore introducevano una fila di ragazze loro
ospiti perchè potessero rendersi conto della loro fortuna e ne
ringraziassero Dio. Le fanciulle mi guardarono con facce curiose;
qualcuna ostentava uno smorfioso spavento, altre ridevano e ve ne erano
di quelle che manifestavano unicamente la meraviglia di essere al
cospetto d'un <<fenomeno>> da baraccone. Terminò
anche quella funzione spettacolare e fui lasciata sola fino a quando mi
portarono una fitta minestra di riso in una grossa ciotola da
caffellatte. Mi commossi perchè vaporava come roba cotta sulla
legna e quest'odore rustico mi dava la nostalgia delle mie passate gite
in campagna.
Più tardi mi rifecero il letto con buone lenzuola pulite. Dopo
il pancaccio di legno insozzato dai ratti, non mi pareva vero di
allungarmi su quella freschezza candida. Oltre la sottile parete sentii
che qualcuno andava a letto per vegliare, forse, da vicino sulle
incognite della mia nottata. Io ero tranquillissima: altro non potevo
desiderare che star cheta immota in silenzio.
Purtroppo quel soggiorno pacifico quasi irreale, fra suorette caute,
stoffe a fiorami, annosa mobilia tarlata e un tantino ammuffita, ornata
di mazzetti di dalie e di ricorrenti Gesù dal cuore
fiammeggiante, fu troncato bruscamente il giorno dopo. Ebbero l'idea di
mettermi davanti un foglio di carta e di ordinarmi di scrivere il mio
nome, le mie generalità e la mia provenienza. Obbedii e stupii
che né io né altri ci avessimo pensato prima. Un gran
fruscio di gonne involò il fatale biglietto e in men che non si
dica un agente di pubblica sicurezza in borghese venne a prelevarmi.
Dopo una breve corsa a piedi, mi spinse in uno scompartimento
ferroviario di terza classe. Ero muta spaventata, smunta; ma avevo
vent'anni, un corpo svelto sulle gambe, vestito d'abiti leggeri. Il mio
male non si vedeva, non poteva offendere nessuno e neppure l'agente il
quale, appena fummo soli nella carrozza, tentò di allungare le
mani. Non so dove trovai la forza del mio disgusto, ma feci un tale
salto e lo guardai con tali occhi che nonostante il mutismo che avrebbe
potuto incoraggiarlo, si ritirò e non mi degnò più
della sua attenzione preferendo prendere aria dal finestrino fino al
nostro arrivo a M..
Ero di nuovo a M. e in quale compagnia! di nuovo a M. donde ero evasa
per evadere dalla vita. Lo sgherro mi accompagnò alla Questura
centrale, mi consegnò al commissario di servizio e sparì.
Non so quante ore stetti su di una panca in quel grande stanzone.
Accanto a me, gomito a gomito, dei <<fermati>> o degli
arrestati si susseguivano di quando in quando; poveracci allampanati,
mal vestiti, barbuti, maleodoranti, laceri, smunti di fame e di paura.
Io mi tiravo in là il più possibile cercando di occupare
il minor posto possibile. Dopo ricerche lunghissime, riuscirono a
scovare una persona che mi conosceva e le ordinarono di venire alla mia
presenza per l'identificazione. La persona mi sbirciò, a
malapena mi riconobbe e, infine dichiarò che, comunque, non
poteva dare asilo ad una pazza, né essere a ciò tenuta.
<<Pazza?, chiese il commissario, è qui da ore e ore e non
ha dato nessun segno di pazzia. Ha piuttosto bisogno di una buona
assistenza...>>.
La sua perorazione cadde nel vuoto; l'onesto funzionario concluse:
<<Allora non rimane che il manicomio. Firmi qui>>.
Un grande modulo passò dalle sue mani a quelle di chi mi
respingeva. Esso fu letto, studiato, compilato riletto e sottoscritto.
Il percorso dalla questura all'Astanteria dei pazzi, compresa la
brevissima sosta nell'ambulatorio di un medico di via Agnello
specializzato nel compilare dichiarazioni di
<<pericolosità a sé e agli altri>>
(formalità di questura), non durò più di un quarto
d'ora.
Era questo che avrei dovuto raccontare al Dottor V.. Niente altro che
questo, per dimostrargli che ero in me e per smentire quanto si era
scritto sul mio conto. Poiché, invece, come ho detto, non
riuscii a rispondere, l'esame fu brevissimo. La diagnosi stesa dal
medico abitante vicino alla questura di <<ebefrenia
catatonica>> fu più tardi confermata nella sinistra
<<demenza precoce>>.
Il Dottor V. chiuse la mia <<posizione>> dalla copertina
rosa, mi piantò lì, continuò il giro della corsia
e uscì dalla porta dond'era entrato.
NOTE di Giuseppe Leo:
Irene Lizza fu ricoverata nell'ottobre del 1931 nell'Ospedale
Psichiatrico di Mombello, in Provincia di Milano. Il 29 settembre 1936
(in realtà il primo ottobre) viene dimessa "per questura" con
diagnosi di "demenza precoce" (pare che nella cartella clinica un
medico però avesse formulato la diagnosi più verosimile
di "psicosi maniaco-depressiva"). La dimissione "per questura" si
poteva verificare quando, a fronte della guarigione clinica del
paziente, nessuno fosse stato disposto a prendersi cura e ad accogliere
il dimesso, <<assumendosi la responsabilità del (...)
mantenimento e del (...) procedere sociale>>. Irene tentò
di essere accolta a casa dai suoi familiari, ma questi la respinsero
all'istante. <<I miei non mi vollero. Dapprima non volevano
nemmeno aprire la porta, ma alle mie insistenze, si decisero titubanti
a farlo. Mi buttarono in faccia come prima accoglienza: "Torna da dove
sei scappata">>. Allora decise di stabilirsi a Roma, dove visse
per sedici anni (anni duri, quelli della guerra), e tra infiniti stenti
si rifece una vita, ed una famiglia. Nel 1952, però, quando
oramai il manicomio con i suoi drammatici ricordi sembrava essere un
capitolo definitivamente chiuso dell'autobiografia, ed Irene stava per
pubblicare il suo "Invito al manicomio", le giunge una richiesta, o
meglio un'ingiunzione, dal Comune di Roma di sottoporsi ad una visita
medica, per disposizione del Manicomio di Mombello, <<ai fini del
Controllo Sanitario sugli ammalati dimessi>>. Questa ingiunzione
apre ferite psicologiche immaginabili in Irene che così scrive:
<<Dunque, io che mi ero illusa di essere ormai rientrata nel
novero delle persone normali, mi accorgo invece che la società
ufficiale, il Comune di Roma, quelli che "contano" insomma e che pesano
sul calibro sociale di un individuo, mi considerano, né
più né meno di una "demente precoce" provvisoriamente in
vacanza>>. Irene, sostenuta dal marito, inizia quindi una dura
battaglia legale contro la direzione dell'O.P. di Mombello, ma al
contempo, <<stanca e avvelenata fin in fondo all'anima>>,
decide di abbandonare Roma. Il suo libro si conclude con una data ed un
luogo: Collalbo, 27 luglio 1952. Irene si è trasferita sulle
Dolomiti. Riportiamo le ultime righe del suo libro.
<<Son qui, sulle Dolomiti. Mi sto rifacendo l'anima nel silenzio,
sto ore e ore distesa tra questi boschi di pini, larici, abeti, faggi,
con la testa appoggiata sul terreno soffice di muschi. Seguo il volo
armonioso delle grandi lente poiane, delle grandi lente farfalle,
riinserendomi gradatamente nel ritmo delle leggi di natura. La natura
che non ha fretta, che fa tutto secondo un ritmo supernamente
prestabilito, che segue l'armonia dell'ordine divino, il quale giunge
sempre perfettamente a compiere i suoi cicli arcani.
Anch'io non ho più fretta, ormai. Attenderò, senza
volerci pensare più che il ciclo della mia terribile vicenda si
concluda, secondo giustizia. E Dio voglia che la mia storia stabilisca
un punto e che a nessun'altra creatura al mondo, in questo mondo che si
vanta di essere civile, possa avvenire più di cadere nei tragici
gironi di Malebolge che mi hanno derubato tutta la prima parte - se non
la migliore - della mia giovinezza, della mia anima e del mio
corpo.>>
Collalbo, 27 luglio 1952
Irene Lizza
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