Psicofarmaci? Psichiatri? Un'esperienza sconvolgente contraria
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Inviato da A8dmin di 10 Dic 2004 - 12:33 AM
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Ecco il racconto autobiografico
di come Peter Lehmann si è salvato dagli psicofarmaci e dalla
psichiatria. - Peter Lehmann è l'attuale segretario
dell'associazione Rete Europea (ex-) Utenti e Sopravvissuti alla
Psichiatria - Enusp
Peter Lehmann:
Relapse into Life - da "Coming off Psychiatric Drugs" pagg 46 - 56 - traduz di Anusca Mantovani
Ricaduta nella vita
Neurolettici: Haldol, Imap, Orap, Semap, Taxilan, Triperidol, Truxal
Antiparkinsoniano: Akineton
Terapia diurna: 3x 200 gocce Haldol al dì
Akineton retard 2x 1 compressa al dì
Terapia notturna: 40 gcc Haldol
50 mg Truxal
Questa è la prescrizione medica che si legge, per esempio in
corrispondenza della data del 24 maggio 1977, sul modulo della terapia,
a me intestato, della clinica psichiatrica di Winnenden presso
Stoccarda, dove sono stato ricoverato dal 6 aprile al 1 giugno 1977.
Haldol 1, Truxal 2, Triperidol 3, Orap 4 e Akineton 5 sono i farmaci
che mi sono stati somministrati, con l'uso della forza, tramite
fleboclisi, iniezioni, compresse, ma anche fatti ingurgitare, volente o
nolente, sotto forma di "cocktail", e questo in base alle diagnosi, che
paiono copiate pari pari da un manuale, di "psicosi paranoide" e
"schizofrenia ebefrenica".
Vita da vegetale
Venendo meno, col passar del tempo, la mia resistenza contro le psicodroghe
"Il quadro clinico mutò considerevolmente mostrando in
prevalenza uno stupore catatonico", così recitava la mia
cartella clinica.
All'inizio, dopo che i miei genitori, a quel tempo residenti a Fellbach
(in provincia di Stoccarda), ritennero necessario farmi ricoverare, mi
ribellavo con tutte le mie forze al fatto di essere tenuto prigioniero
nella clinica, privo di indumenti, contenuto e costretto a ricevere le
cure contro la mia volontà. Poi, sotto l'effetto degli
psicofarmaci la resistenza svanì. Sintomi del morbo di
Parkinson, assenza di volontà, irrigidimenti muscolari
assimilabili a paralisi, movimenti involontari ed incontrollati della
mandibola (rabbit-syndrome ovvero tremore periorale), senso di
soffocamento, incapacità di esprimermi in maniera vivace ed
efficace, obesità e alopecia furono le manifestazioni che mi
indussero a credere di essere davvero diventato infermo di mente e di
"avere bisogno delle mie medicine", in quanto senza cure avrei "subito
avuto una ricaduta" - argomento principe dei miei colloqui con gli
psichiatri.
Avevo 27 anni e il mio grande timore era di diventare un lungodegente,
così come era capitato a molti altri. Nel maggio del '77 chiamai
quindi in aiuto mia moglie, dalla quale mi ero divorziato tre mesi
prima, la quale, incurante del lungo viaggio, partì subito da
Berlino, dove ero residente, alla volta del sud della Germania.
Convenimmo che mi avrebbe aiutato ad uscire dalla clinica prima di
Natale oppure che, in caso di fallimento, mi avrebbe procurato una
quantità di barbiturici sufficiente a porre termine alle sevizie
psichiatriche di cui ero oggetto.
Ritornata a Berlino si mise in contatto con la mia vecchia amica Ellen
la quale mi procurò un "letto" presso la clinica psichiatrica
universitaria di Berlino-Charlottenburg, ubicata nel viale
Nussbaumallee. E' là che fui trasferito il 1 giugno 1977.
La terapia si differenziò solo per quanto attiene il dosaggio e
quindi gli effetti degli psicofarmaci permasero anche in presenza di
una dose dimezzata di Haldol e dell'aggiunto Taxilan 6. (E' assai
probabile che non mi sia stata detta la verità in merito al
dosaggio e al tipo di neurolettici. Mi è stato infatti negato -
con ogni possibile mezzo legale - di prendere visione della mia
cartella clinica e perciò è anche del tutto lecito
supporre il ricorso a sotterfugi illegali o all'affermazione del
falso). Sempre più frastornato, e non più in grado di
farmi la barba o di lavarmi i denti, venni infine dimesso, il 10
agosto, dal direttore della clinica, Sig. Hanfried Helmchen, senza
essere stato prima interpellato e contro quel poco che restava della
mia volontà, in quanto credevo fermamente di non essere
più in condizioni di condurre la mia vita in maniera
autosufficiente.
Siccome "avevo bisogno delle medicine", così come mi veniva
continuamente inculcato, mi recavo, da bravo scolaretto,
all'appuntamento settimanale con lo psichiatra Adolf Pietzcker
incaricato di sorvegliare l'evoluzione clinica post-ricovero
(catamnesi), per farmi iniettare la fiala di Imap 7. Accadde poi che la
coppia che mi aveva inizialmente ospitato mi comunicasse - senza tanti
complimenti - che dovevo lasciare la stanza da me occupata. Avevano
bisogno dello spazio per il loro bebé, che sarebbe nato di
lì a pochi giorni. Devo tuttavia riconoscere che con il mio
continuo tic nervoso alla mandibola e il mio ottuso mutismo non ero
certamente un ospite gradevole.
In tutta fretta trovai un vecchio appartamento. I coniugi, con cui
avevo coabitato, furono ben lieti di aiutarmi a trasportare le mie
poche cose nella nuova casa. A questo punto ero praticamente lasciato
in balia di me stesso, se si vuol prescindere dall'appuntamento
settimanale con lo psichiatra - l'unico punto fermo ovvero contatto
periodico che mi restava in un mondo ormai assolutamente privo di
contenuti, di speranza e di gioia.
In libertà vigilata
Giacevo a letto da mattina a sera, triste e sconsolato. Non mi andava
nemmeno di accendere il televisore e non mi sentivo certo in grado di
cucinarmi qualcosa. Una volta al giorno mi recavo nel negozio sotto
casa per comprare due tavolette di cioccolata e alcune bottiglie di
birra. E' così che mi sono nutrito per alcune settimane. Quando
Ellen venne a farmi visita inorridì nel constatare che dormivo
sul nudo materasso, senza lenzuola e coperte. Cornelia, un'altra delle
mie amiche che avevo messo a parte delle miserande condizioni in cui mi
trovavo, si offrì di aiutarmi a sistemare l'appartamento.
Tuttavia, dopo che provammo insieme ad affiggere un poster alla parete,
rinunciò per sempre all'impresa.
Non riuscivo nemmeno lontanamente ad immaginare come sarei
sopravvissuto all'imminente inverno. Come sarei riuscito a procurarmi
il carbone? Chi doveva pensare al riscaldamento? Io? Vero è che
avevo già abitato in appartamenti con la stufa a carbone, ma ora
mi sembrava impossibile riuscire ad occuparmi di questa mansione. E il
lavaggio della biancheria? Come sarei mai riuscito a lavare gli
indumenti che portavo da settimane e settimane e che diventavano sempre
più sporchi? Ma ancor peggio andava con il mucchio delle mie
scartoffie. Fino a quel momento, ovvero per tutto il tempo in cui ero
stato ricoverato, qualcuno si era occupato di pagare l'assicurazione
malattie, l'affitto, altre simili spese ed inoltre delle pratiche per
il mio rientro in università. Come sarei riuscito a sbrigare
tutto questo, se non ero nemmeno capace di aprire la posta? Come avevo
già fatto nella clinica di Berlino, sita nel viale
Nussbaumallee, riflettevo sull'opportunità e sulle
modalità con cui avrei potuto porre fine a quella mia vita da
vegetale. Quando ero nella clinica di Berlino avevo paventato
più volte di venire trasferito, prima o poi, in un qualche
istituto per incapaci. Di un simile istituto, non lontano da lì
e chiamato "Phoenix", avevo sentito dire che alcuni ricoverati si erano
dati la morte gettandosi, per disperazione, dai piani superiori. Per il
momento abitavo in un mio appartamento, e non in un istituto, e quindi
stavo spesso alla finestra, osservando la strada in basso. Quello che
mi preoccupava era la certezza di morire, qualora mi fossi buttato dal
quarto piano. Non volevo fare la fine del malato a vita che si spegne
lentamente, perché mi era del tutto chiaro che la mia vita era
rovinata, che non mi sarebbe mai più accaduto qualcosa di bello,
per non parlare del verificarsi di una svolta. Quello che temevo era di
fratturarmi "solo" la colonna vertebrale e di essere conseguentemente
costretto in una sedia a rotelle. Questo timore e il dispiacere che
avrei procurato a mia madre e al mio amico Ricci mi trattennero, almeno
momentaneamente, dal fare l'ultimo passo. Pensavo anche agli altri
amici ed amiche, ma per loro sarebbe stata una liberazione se io, ormai
mentalmente minorato, fossi sparito dalla faccia della terra - per loro
ero diventato solo un peso.
In quel frattempo mia madre mi aveva proposto di ritornare a Fellbach.
Questa sì che era una soluzione. Mia madre si sarebbe occupata
del mio vestiario, avrebbe cucinato per me ed anche sbrigato la mia
corrispondenza e il riscaldamento non era certo affar mio.
Successivamente mio fratello mi comunicò che mi avrebbe fatto
visita all'inizio dell'ottobre 1977. Da tifoso che seguiva sempre la
squadra del cuore in trasferta sarebbe venuto a Berlino per una partita
della VfB Stuttgart. Pensai subito di riordinare la casa, ma non ci
riuscii. L'unica cosa che riuscii a fare fu quella di cucinare qualcosa
di caldo. Per terminare la serata mio fratello si aspettava che gli
facessi conoscere la vita notturna di Berlino. Invece mi riuscì
solo di trascorrere con lui un'oretta nella prima taverna che
incontrammo. Infatti, intorno alle 20, mi sentii così spossato
ed esaurito che dovetti rientrare a casa e mettermi subito a letto.
Prima di continuare da solo il suo giro per conoscere Berlino "by
night" mio fratello mi propose di andare ad abitare con lui e sua
moglie Ingrid.
Dopo la sua partenza mi misi subito alla ricerca di un subinquilino, in
quanto, subaffittando, non sarei stato costretto a pagare da solo, nei
successivi mesi invernali, l'intera pigione di DM 180 (= € 92,03).
Spronato dalla possibilità di poter presto lasciare il mio
squallido e freddo bugigattolo riuscii a mettere un annuncio sul
giornale. Ebbi due risposte, da un ragazzo e da una ragazza, tra cui
dovetti, non senza qualche imbarazzo, scegliere. Mi decisi infine per
Erwin che, a differenza della ragazza, possedeva una auto, il che
avrebbe potuto facilitare le compere.
Poco prima della partenza incontrai, per caso in metropolitana, una mia
vecchia conoscenza, Brigitte R. Sebbene sembrasse dimostrare interesse
nei miei confronti non ebbi il coraggio di approfondire l'amicizia,
perché, se la relazione si fosse fatta più intima, non
sarei riuscito a nascondere la mia fiacchezza, anche in campo sessuale.
Ero certo di essere diventato impotente. Devo dire che già
all'inizio del mio ricovero a Winnenden non sentivo più nessun
stimolo sessuale. Durante tutto quel tempo non avevo avuto né
un'erezione né una polluzione notturna. Raccontai a Brigitte R.
di essere stato in una non meglio precisata "clinica" e di sentirmi
ancora molto male. Ci accordammo che ci saremmo scritti durante il mio
periodo di permanenza a Fellbach.
Quando mi recai per l'ultima volta da Adolf Pietzcker non gli raccontai
nulla dei miei timori sessuali (durante tutto il periodo in cui sono
stato psichiatrizzato nessun psichiatra e nessun terapeuta ha mai
trattato questo tema), bensì della mia decisione di ritornare
dai miei genitori. Mi diede una lettera per il neurologo di Fellbach,
da cui sarei dovuto andare. Adolf Pietzcker temeva che l'irregolarita
nel "trattamento farmacologico" avrebbe potuto comportare risvolti
negativi.
Il 20 ottobre 1977, con la valigia piena di biancheria sporca e con la
lettera informativa per il neurologo di Fellbach partii alla volta di
Rommelshausen (nelle vicinanze di Fellbach) dove abitava mio fratello.
Nello studio del neurologo
Siccome mi avevano inviato da un neurologo significa che ero malato di
nervi. Di quando in quando in quel periodo avevo cercato di pensare a
cosa mi ero successo e perché ero così sofferente. Ma
riflettere mi riusciva difficile. Il Dott. Becher, neurologo e
psichiatra, sembrava invece sapere il fatto suo a questo riguardo.
Lesse la lettera informativa di Adolf Pietzcker, mi chiese brevemente
che cosa avessi fatto prima del ricovero e dove abitavo adesso. A quel
punto sembrava avere apparentemente tutte le informazioni necessarie.
Il suo interesse verso la mia persona era così esaurito. Durante
lo pseudocolloquio, come prima di giovedì, mi iniettava una
fiala di Imap nel posteriore. Non posso giurare che l'iniezione
settimanale non sia mai stata preceduta da un dialogo. E' del tutto
possibile che le iniezioni siano state precedute da un "Come va Sig.
Lehmann?" a cui io ribattevo "Non ancora meglio".
I miei genitori si preoccupavano per me e facevano molta attenzione al
fatto che io non mancassi gli appuntamenti col neurologo. Nel periodo
in cui abitai presso mio fratello lavoravo nella piccola tipografia di
mio padre, dove svolgevo semplici mansioni ausiliarie. Ogni
giovedì a mezzogiorno mia madre telefonava in azienda per
ricordarmi l'appuntamento. Anche mio padre si dava un gran da fare e
stava attento a che non dimenticassi la visita di controllo.
Il lavoro che svolgevo era molto semplice e veramente molto noioso,
tuttavia ero felice di avere qualcosa da fare, che ero in grado di
eseguire sia intellettualmente che fisicamente e che mi distoglieva dai
miei pensieri depressivi e strazianti. In qualità di figlio del
titolare, e per di più in via di (supposta) convalescenza, tutti
i collaboratori erano molto gentili con me e particolarmente gentile lo
era mio padre stesso. Esaudiva i desideri, invero pochi, che sapeva
leggermi negli occhi, mi portava dei Brezeln (NdT: ciambelle salate) e
mi prestava perfino la sua auto. In quel periodo non mi furono mai
rivolte parole scortesi o di punzecchiamento. Tutti erano comprensivi
con me anche se, come spesso accadeva, la mattina non riuscivo a
scendere di buon ora dal letto e mi presentavo al lavoro solo dopo la
pausa per il pranzo.
Ero sempre apatico, continuavo a provare un senso di soffocamento alla
gola, mi sentivo male e non era certo stimolato dall'idea di dover,
forse eternamente, arrivare fino a sera di giornate - a parte qualche
eccezione - sempre uguali e senza senso.
Una variazione sul tema era costituita dalla mia partecipazione
all'allenamento bisettimanale di ping pong nella palestra di Fellbach.
Mi faceva molto soffrire il fatto di avere ancora la mano per
così dire paralizzata e di giocare quindi come fossi stato un
principiante, ma il bello di quelle serate è che incontravo il
mio amico Ricci, che per il resto non aveva molto tempo in quanto si
doveva preparare per i suoi esami di elettrotecnica. Ricci si
comportava con me come ai vecchi tempi. Certo non si divertiva molto a
giocare con me, dato che erano poche le volte in cui riuscivo a
ribattere la palla sul tavolo, ma mi faceva coraggio. Sarei riuscito a
rigiocare bene, di questo lui era sicuro al cento per cento. Lui mi
conosceva bene, non potevo aver improvvisamente disimparato a giocare.
Quello che dovevo fare era provarci e riprovarci senza arrendermi mai.
Per mia cognata Ingrid, in stato di gravidanza avanzata, la mia
presenza divenne ingombrante e quindi nel dicembre 1977 andai ad
abitare presso i miei genitori. La mia situazione non era mutata. Il
Dott. Becher continuava a farmi le iniezioni di Imap. Tutto mi era
indifferente ed inoltre mi sentivo desolato, privato di ogni
contenuto… in poche parole un uomo completamente finito. Dopo
aver, in qualche modo, trascorso la giornata di lavoro dovevo ancora
far passare la sera. Mia madre si dava un gran da fare ad aiutarmi.
Giocava con me, mi sollevava di morale, veniva con me a fare delle
passeggiate e mi incitava ad occuparmi del mucchio delle mie
scartoffie, vale a dire assicurazione malattie, pratiche per il mio
rientro in università, sussidio per l'affitto e tanto altro
ancora, ed inoltre mi incitava a scrivere alla mia amica Brigitte R.
ecc. Il tic nervoso alla mandibola e il tremore della mano non erano
ancora scomparsi. Non avevo il coraggio di andare tra la gente e
praticamente non riuscivo più a scrivere. L'unica cosa in cui
ero un po' migliorato era lo stare seduto davanti alla televisione.
Riuscivo adesso a guardare fino in fondo le trasmissioni "Dalli dalli"
di Hans Rosenthal, "XY ungelöst" di Erich Zimmermann e "Grosser
Preis" di Wim Thoelk. Stavo migliorando? Mi costrinsi quindi a leggere.
Ma dopo aver ricominciato a leggere per la decima volta la prima pagina
di "Es muss nicht immer Kaviar sein" di Simmel, senza mai arrivare in
fondo, diedi di nuovo a monte. Non era certo il caso di farsi false
illusioni. Siccome non volevo dare a mia madre il grosso dispiacere di
avvelenarmi mentre ero a casa, decisi che prima o poi sarei tornato a
Berlino per poter colà, indisturbato, porre un fine a quella mia
esistenza da vegetale.
L'opportunità di sospendere i farmaci
A cavallo tra il 1977 e 78 il Dott. Becher mi cambiò la terapia,
passandomi dall'Imap al Semap 8. Dovevo assumere quella compressa a
lento rilascio una volta la settimana. Lo psichiatra andava per due o
tre settimane in ferie e voleva evitare di mandarmi da un collega. Non
ricevetti nessuna spiegazione sull'eventuale diverso effetto del Semap
rispetto all'Imap, il che non mi sorprese più di tanto, dato che
- per quello che ricordo - nessuno psichiatra si è mai sprecato
a spiegarmi alcunché sulle "sue medicine".
Siccome però, nella mia apatia, tutte le giornate erano uguali
ed i miei genitori erano distratti dalle festività natalizie, mi
dimenticai completamente del termine del giovedì. Solo il
venerdì mattina mi sovvenne che non avevo assunto la pastiglia.
Un improvviso terrore mi pervase. Da un momento all'altro avrebbe
potuto arrivare la tanto pronosticata ricaduta, e allora che cosa
sarebbe successo? Mi immaginai le cose più brutte. Avrei potuto
essere di nuovo ricoverato a Winnenden, per essere poi, presto o tardi,
rispedito a casa dai miei genitori. D'altra parte, visto che la
ricaduta non si era presentata dopo il primo giorno in cui non avevo
preso le "mie medicine", perché non rischiare, tanto più
che intorno a me avevo tante persone che mi volevano bene? Come avrebbe
potuto cambiare altrimenti qualcosa nella mia situazione se continuavo
ad essere sotto l'effetto degli psicofarmaci? Come avrei potuto
affrontare i miei esami finali? Presi la decisione di provare a stare
senza psicofarmaci, ma non dissi nulla a nessuno, perché nessuno
avrebbe certamente capito questo mio gesto, apparentemente,
irresponsabile. A quel punto ero dunque curioso di vedere quello che
sarebbe successo.
Per prima cosa, dopo pochi giorni, diminuì la frequenza del tic
nervoso alla mandibola. Col passare del tempo diminuì il senso
di spossatezza. Riprovai a leggere un libro, questa volta un altro. Ci
riuscii. In tre giorni lessi la storia della vita della vedova di Mao,
lunga più di cento pagine. A due settimane dalla sospensione del
farmaco il tic nervoso era completamente sparito. Notai inoltre di
quanto fosse migliorato il mio umore.
Anche mia madre si accorse che non muovevo più
incontrollatamente la mandibola e pensò che, a quanto pareva, le
cose andavano finalmente meglio. Era arrivato il momento di confidarle
che, in segreto, avevo sospeso i farmaci. Fu colta da una crisi di
terrore e ansia. Telefonò subito al neurologo, nel frattempo
rientrato dalle ferie, il quale le concesse un appuntamento immediato
e, premuroso com'era, le promise che non avrei dovuto nemmeno attendere
in sala d'aspetto e che mi avrebbe ricevuto subito. Avrei dovuto
perlomeno andare affinché potesse parlarmi. Ma io mi rifiutai di
andare da lui. Dissi a mia madre che poteva riempirmi a morte di botte,
ma che non sarei mai più andato, di mia spontanea
volontà, da un neurologo. Era terrorizzata ed impaurita.
Inorridito fu anche mio padre quando la sera rientrò a casa:
come potevo essere così insensato da non ascoltare le parole del
medico? La sera tardi mio padre venne nella mia camera, mia madre non
riusciva a prender sonno dalla paura, almeno per amor suo avrei dovuto
prendere le "medicine". Di nuovo mi rifiutai.
Man mano che miglioravo i miei genitori erano sempre più ben
disposti verso il mio atteggiamento di rifiuto, tanto più che la
tanto profetizzata ricaduta sembrava non annunciarsi affatto. Quello di
cui ancora soffrivo era l'irrigidimento muscolare della mano, simile ad
una paralisi. A quattro settimane dalla sospensione della terapia
questo inconveniente non era ancora scomparso. Dovevo forse accettare
il fatto che sarei rimasto uno storpio? Una sera - eravamo ormai a fine
gennaio 1978 - stavo giocando a ping pong con Ricci, come al solito con
la mano semiparalizzata, quando improvvisamente - nel bel mezzo di uno
scambio di palle - riacquistai il senso del tatto alla mano, da un
secondo all'altro. Adesso riuscivo a giocare come prima e a muovere la
mano in modo del tutto naturale. Gli altri giocatori presenti, che
prima non mi conoscevano e che mi avevano visto giocare solo con la
mano priva di forza, non riuscivano a capacitarsi di questo mutamento
improvviso. Se solo una settimana prima mi davano cappotto con gran
facilità ora il rapporto era esattamente il contrario. Cercai di
spiegare il "miracolo" e feci notare che avevo sospeso l'assunzione
delle "mie medicine", ma ovviamente, tranne Ricci, nessuno comprendeva
quello che intendevo dire. Mi guardavano attoniti.
Visto che avevo riacquistato la salute decisi di ritornare prima
possibile a Berlino per recuperare gli esami non dati. Lavorai ancora
alcune settimane presso mio padre, dove guadagnavo bene. Poco dopo
Pasqua 1978 - a quasi un anno dal mio ricovero a Winnenden - ritornai a
Berlino guidando l'auto che i miei genitori mi avevano regalato a
Natale.
Post Scriptum
Nella primavera del 1978, dopo il mio rientro a Berlino, presi contatto
con Sabrina, che aveva cercato di sollevarmi di morale quando ero nella
clinica sita in Nussbaumallee. Le somministravano dei neurolettici.
Dubitando che mai qualcosa potesse cambiare nella sua situazione - a
quell'epoca veniva trattata farmacologicamente nel così detto
day hospital dell'Università - tentò di togliersi la vita
nell'estate del 1978. Il tentativo fallì. Nella primavera del
1979 mi fece visita insieme a Laura, anch'essa in terapia con
psicofarmaci. Alcune settimane più tardi venni a sapere che
Laura era morta. A lei il suicidio era riuscito. Di mestiere Laura
faceva l'attrice, un mestiere per il quale è particolarmente
importante possedere una mimica vivace ed espressiva. Sotto l'influsso
dei neurolettici la mimica è praticamente del tutto assente.
Alcuni mesi più tardi appresi da Ricci che mio padre aveva
tentato di persuaderlo, come mio miglior amico, di persuadermi a
riprendere le "medicine". Ma Ricci - comportandosi veramente da mio
miglior amico - contraddisse mio padre: l'unico a sapere se gli
psicofarmaci mi facevano bene o male ero io e quindi ero io l'unico a
poter decidere se assumerli di nuovo oppure no.
Dopo aver parlato a lungo coi miei genitori il loro atteggiamento verso
gli psicofarmaci e gli psichiatri cambiò radicalmente. In
occasione delle riprese di un documentario per la TV - girato all'epoca
del processo da me istituito per poter prendere visione delle mie
cartelle cliniche - ammisero entrambi di aver infine compreso come
fosse stato assurdo dare ascolto agli psichiatri e farmi tante
pressioni proprio nel momento in cui, dopo la sospensione dei
neurolettici, rifiorivo davanti ai loro occhi. Io ero presente quando i
miei genitori pregarono calorosamente i due redattori di mandare in
onda questa autocritica. Quando il documentario venne trasmesso mancava
proprio questo passaggio - per pura casualità.
NOTE:
1 Haldol: Neurolettico, principio attivo Aloperidolo, in commercio anche come Serenase
2 Truxal: Neurolettico, principio attivo Clorprotixene, all'epoca non ancora in commercio in Italia
3 Triperidol: Neurolettico, principio attivo Trifluperidolo, all'epoca non ancora in commercio in Italia
4 Orap: Neurolettico, principio attivo Pimozide
5 Akineton: Antiparkinsoniano; principio attivo Biperidene
6 Taxilan: Neurolettico, principio attivo Perazina, all'epoca non ancora in commercio in Italia
7 Imap: Neurolettico, principio attivo Fluspirilene, all'epoca non ancora in commercio in Italia
8 Semap: Neurolettico, principio attivo Penfluridolo, all'epoca non ancora in commercio in Italia
"Relapse into life" - Copyright di Peter Lehmann:
può essere diffuso in pubblicazioni non in vendita, citando che
è tratto da Peter Lehmann (ed.): "Coming off Psychiatric Drugs"
- Peter Lehmann Publishing - Berlin - Eugene - Shrewsbury , e citando
il sito:
http://www.peter-lehmann-publishing.com/withdraw/italian.htm
La traduz. dall'originale tedesco è di Anusca Mantovani trad-mo@libero.it che ce lo ha fatto gentilmente pervenire.
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