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disagio mentale ed esclusione sociale

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Inviato da malega di 08 Mar 2004 - 10:52 PM

Disagio mentale ed esclusione sociale

(pubblico qui una parte - quella del disagio mentale - di un lungo saggio che riguarda l'esclusione sociale e il carcere.
Chi e' interessato al problema,puo' andare al sito che vi indico:


http://www.filiarmonici.org/quadrelli.html#p12 )
Malega

Nonostante i dinieghi di facciata, un certo "positivismo" di ritorno, nell'ambito del "disagio mentale", sembra aleggiare tra gli addetti ai lavori(44). A riguardo abbiamo raccolto testimonianze di operatori impegnati contemporaneamente in carcere e sul territorio. Infine abbiamo ascoltato alcuni ex detenuti. Palesemente, almeno questa è la sensazione che abbiamo ricevuto, un notevole imbarazzo è presente tra gli operatori predisposti al servizio:

Negli ultimi anni, all'interno del carcere, è notevolmente aumentata la richiesta di supporto psichiatrico. Può delinearmi da che cosa è causata questa richiesta?

Innanzi tutto, bisogna precisare, la richiesta di intervento psichiatrico non è soltanto legata all'ambito carcerario. In molte aree urbane c'è un aumento costante del cosiddetto disagio mentale. In carcere è prevalentemente legato alla presenza di detenuti stranieri. La stragrande maggioranza di interventi sono richiesti e rivolti a loro.
Detta molto semplicemente l'aumento di servizi psichiatrici in carcere è dovuto alla presenza di detenuti stranieri.
Molti dei detenuti stranieri mostrano segni evidenti di disagio mentale. Spesso il disagio è provocato dal carcere e dalle sue condizioni. Noi siamo chiamati a tamponare e contenere gli effetti di una situazione. Questo, per noi, è un paradosso.
In carcere, ma anche sul territorio, negli ambiti sociali meno protetti, il "disagio mentale" conosce una nuova fiorente stagione. Tra i detenuti stranieri la cosa ha caratteristiche più marcate perché la loro condizione di vita ha tutti i presupposti per sfociare nel disagio psichico.
Il carcere è un luogo che ha sempre favorito la produzione di forme marcate di disagio psichico. Per i detenuti stranieri queste condizioni sono ulteriormente amplificate. Con la loro presenza le richieste di intervento sono aumentate continuamente.

Buona parte degli addetti ai lavori intervistati è cresciuta o ha respirato il clima innovativo e non ortodosso della "scuola basagliana". (45) Basaglia, nell'ambito del suo lavoro, era riuscito a incrinare, fino a dissolvere, almeno in parte, la contrapposizione secolare tra il medesimo e l'altro, (46) riportando il folle all'interno della società. La malattia mentale veniva alla fine rivisitata come specchio e non aporia del vivere sociale. Riconsegnando il folle alla società, sottraendolo quindi al sapere - potere (47), inappellabile, della medicina, Basaglia riconsegnava l'attore sociale, tout court, alla sfera del diritto e dei diritti. Figlio di un'epoca che presupponeva i diritti come qualcosa di permanentemente inclusivo e estensivo, il medico italiano, individuava nella lotta (48) per i diritti la miglior cura e medicina. Non a caso l'uovo di colombo della sua strategia curativa era l'approdo del folle al mondo del lavoro. Su questo aspetto vanno spese alcune parole.
Indubbiamente, il lavoro come cura ricorda molto da vicino, al contempo, la pedagogia socialista e calvinista. Parlando di accesso agli ambiti del lavoro, Basaglia, ha in mente non l'inserimento della follia in un circuito di lavoro differenziato, marginale, appositamente costruito per, come si direbbe oggi, ipotetiche fasce deboli e/o svantaggiate; ma la presenza dei folli nell'ambito del salario. Il salario, in quanto materializzazione monetaria del lavoro sociale astratto (49), ricompone, oggettivamente, la frattura tra medesimo e altro, ne generalizza l'alienazione (50). Nella sua nudità, il salario, annulla ogni differenza. Parlando del lavoro, il medico di Gorizia, in realtà parla dei diritti che il lavoro, in quel contesto storico, esercita. Essere un lavoratore significava diventare cittadino. Non a caso tutti coloro che vivevano una condizione di esclusione e marginalizzazione sociale o erano totalmente estranei al ciclo produttivo o si collocavano alla sua estrema periferia. Per tutta un'epoca il lavoro include (51). L'eclisse dell'equazione lavoro/diritti ha molto a che fare con il ripristino di pratiche fortemente esclusive. (52)

Che tipi di interventi vi vengono richiesti?

Un intervento che rovescia le logiche in cui per anni eravamo abituati a operare: non trasformare il disagio in esclusione sociale.. Anche se non è detto in modo esplicito, il servizio oggi, è chiamato a svolgere un ruolo di esclusione sociale.
In poche parole invece che liberare la malattia o, come sarebbe sensato fare, rimuoverne le cause, quasi sempre esterne ai soggetti trattati, siamo chiamati a rinchiuderla e a differenziarla. In altri termini il disagio mentale torna a essere trattato come fatto puramente individuale, organico. In questa logica il malato per prima cosa deve essere separato dal mondo dei sani e, se la malattia non è grave, risocializzato in un ambito estremamente circoscritto

Inoltre l'essere o meno inseriti e classificati come folli, poco ha a che fare con la patologia in sé. Lo stesso tipo di disturbo, a seconda della condizione sociale, veicola in un ambito piuttosto che in un altro. In altre parole diventare folli o meno dipende dalla concreta condizione sociale, giuridica e, non ultimo dal colore della pelle. Classe, nazione, razza diventano i profili decisivi di ogni cartella clinica. Vediamone un caso concreto incontrato nel corso della ricerca.