Metti un cip nel cervello
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Inviato da malega di 26 Feb 2004 - 06:06 AM
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Metti un chip nel cervello
Processori di silicio che si mescolano ai neuroni. Per aumentare le
capacità di imparare. Con un rischio: che cambino la nostra
etica
di Paola Emilia Cicerone
(
L'Espresso del 24.2.04 )
Computer attivati con il pensiero, cervelli direttamente collegati alle
macchine che devono comandare, superuomini dotati di memoria
eccezionale e capaci di reazioni rapidissime. Sembra fantascienza,
invece è quasi realtà: almeno è quello che sperano
i ricercatori che lavorano per Darpa - acronimo per Defense Advanced
Research Projects Agency - l'agenzia di ricerche finanziata dal
Pentagono che ha la missione di mantenere la superiorità
tecnologica della macchina bellica americana, ma è anche
disposta ad investire nella ricerca di base. Ed ha appena avviato un
ambizioso programma, il Brain Machine Interface, con uno stanziamento
di quasi 24 milioni di dollari. Mettendo in moto i migliori laboratori
del paese per sviluppare tecnologie in grado di far inteargire macchine
e cervelli, per ora solo animali, in attesa di poter dotare i propri
soldati di strumenti in grado di renderli ciberneticamente superumani.
Ma gli americani non sono i soli a lavorare in questo settore. L'Unione
Europea ha investito cifre analoghe nell'ambito dei FET (Future and
Emergent Technologies), a cavallo tra il quinto e il sesto programma
quadro di finanziamento alla ricerca. Proprio poche settimane fa ad
Alicante si sono riuniti i rappresentanti di una decina di gruppi di
ricerca europei di neuroingegneria, spiega Pietro Morasso, responsabile
del corso di laurea specialistica in bioingegneria attivato da due anni
a Genova, che prevede proprio una specializzazione in neurongegneria:
Dato che ogni gruppo comprende cinque o sei università, la
comunità scientifica che ne emerge è paragonabile a
quella americana. Quanto all'Italia, meglio non parlarne: su queste
tematiche si spende poco, e gli scarsi finanziamenti arrivano con
ritardi epocali.
I 24 milioni di dollari stanziati dal Darpa non sono neanche il 20 %
dei fondi previsti per la ricerca di base. Ma sono arrivati subito a
destinazione, e si sono già visti risultati interessanti. Come
il "roborat" realizzato dal bioingegnere Sanjiv Talwar della State
University di New York: un topo in grado di ricevere istruzioni
attraverso tre elettrodi impiantati nel cervello attraverso i quali
è possibile comunicargli direttamente la direzione da prendere e
perfino il percorso da seguire per uscire da un labirinto.
<<La vera rivoluzione è l'ingresso dell'ingegneria nel
campo delle funzioni cognitive, sensoriali e motorie>>, spiega
Vincenzo Tagliasco, docente di bioingegneria all'Università di
Genova. Adesso il termine neuroingegneria è usato genericamente
per definire vari tipi di protesi. Ma l'ingegneria neurale è
nata con il tentativo di inserire neuroni vivi nei calcolatori. E il
problema centrale resta proprio l'interfaccia tra il neurone e il
supporto di silicio. Da cui nascono tutte le potenziali ricadute,
militari ma anche civili: molte delle ipotesi più interessanti
per venire incontro alle esigenze dei disabili derivano proprio da
applicazioni nate in ambito militare.
Gli apparecchi voluti da Darpa per creare superuomini, insomma, sono
gli stessi che in futuro potrebbero restituire la speranza ai pazienti
tetraplegici o affetti da malattie neurologiche: << L'idea di
elettrodi impiantati nel cervello può fare impressione, ma
è il metodo normalmente usato dall'elettrofisiologia>>,
spiega Morasso, << La novità consiste nel fatto che oggi
si riesce ad impiantarne decine, che nel prossimo futuro diventeranno
centinaia, per avere informazioni più dettagliate
sull'attività cerebrale, una sorta di analogo elettrico del
brain imaging >>. Con la risonanza magnetica ad esempio si
possono avere splendide immagini dell'interno del cervello, ma si perde
l'informazione temporale. Che si cattura con l'elettroencefalografia,
che però non dà quella spaziale. <<Con le matrici
di elettrodi si potrà avere l'uno e l'altro>>, spiega
Morasso,<<E anche modificare l'attività dei neuroni
attraverso un'opportuna stimolazione>>. Qualche esempio?
<<Il Deep brain stimulator, una specie di pacemaker cerebrale che
si utilizza nella malattia di Parkinson, e funziona impiantando un
elettrodo nell'area del cervello che risente della carenza di dopamina
per ridurre il tremore>>. Ma anche neuroprotesi come gli impianti
cocleari che si applicano in caso di sordità profonda,
trasformando i rumori in segnali elettrici che arrivano direttamente al
cervello. <<Si sta cercando di fare qualcosa del genere anche per
chi soffre di degenerazione maculare, creando impianti retinici che
dovrebbero funzionare con un casco e una telecamera, per inviare le
informazioni al nervo ottico, o secondo alcuni progetti particolarmente
audaci, direttamente alla corteccia cerebrale>>, spiega Morasso:
<<Ma si tratta di un problema molto più complesso rispetto
a quello dell'impianto cocleare, e i problemi da risolvere sono ancora
molti>>.
Oggi i migliori neuroingegneri si dividono i compiti per capire il
rapporto tra l'attivazione dei diversi neuroni e le funzioni cognitive
o motorie. Un lavoro gigantesco che è l'inevitabile premessa ai
progetti più ambiziosi. Miguel Nicolelis della Duke University
sta lavorando sul movimento: gli elettrodi impiantati nel cervello di
una scimmietta dovrebbero servire a decodificare i comandi motori, e in
prospettiva a realizzare protesi azionabili con il pensiero. <<Ma
si tratta di un percorso lungo e complesso: anche dietro ad un
movimento semplice come quello di allungare un braccio ci sono
moltissime informazioni che devono essere codificate e
decodificate>>, spiega Morasso. C'è poi chi come Tomaso
Poggio del Massachusetts Institute of Technology studia la percezione
visiva, mentre Jon Kaas della Vanderbilt University di Nashville sta
lavorando con i macachi per cercare di decifrare i codici utilizzati
dalla corteccia uditiva. Con l'obiettivo di inviare agli animali
stimoli che possano essere percepiti come suoni reali. <<Stiamo
tutti lavorando per risolvere due problemi fondamentali: quello della
codifica/decodifica dei messaggi e quello dell'apprendimento>>,
spiega Morasso, che collabora a Genova al progetto europeo Neurobit,
coordinato da Sergio Martinoia che insieme a Morasso promuove anche una
scuola annuale di neuroingegneria.
<<Come dire che siamo ancora all'ABC, e con moltissimi problemi
da risolvere che richiedono un importante sforzo
interdisciplinare>>. Non ultimo, quello della reazione
fisiologica dell'organismo che tratta gli elettrodi impiantati come
corpi estranei compromettendo l'esito della raccolta e trasmissione
dati. I risultati promessi dagli scienziati americani ai finanziatori
del Pentagono sembrano dunque ancora lontani. E forse non è un
caso che le prime applicazioni stiano arrivando dai progetti meno
invasivi. Già oggi è possibile "addestrare" un computer a
riconoscere i segnali emessi dal cervello di chi lo deve utilizzare, in
una specie di biofeedback guidato che può consentire ad un
tetraplegico, con un allenamento adeguato, di utilizzarne alcune
funzioni. Come la sedia a rotelle cui stanno lavorando i ricercatori
dell'IDIAP di Martigny, del Politecnico di Losanna e del Centro di
Ingegneria Biomedica di Barcellona, ancora in fase sperimentale, che
una volta a regime dovrebbe essere comandabile attraverso un casco che
trasmette i messaggi direttamente emessi dal cervello del paziente.
C'è anche chi ha seguito una strada diversa, come i ricercatori
che in tutto il mondo studiano le applicazioni della stimolazione
magnetica transcranica. Una tecnica nata nel 1985 al Royal Hospital di
Sheffield, in Inghilterra, che si basa sull'applicazione di campi
magnetici potenti e di breve durata in grado di alterare
temporaneamente alcune funzioni cognitive. Apparentemente si tratta
dì uno strumento di studio - che ha già contribuito a
chiarire l'attività delle diverse aree cerebrali durante alcuni
processi cognitivi - o al più di un divertissement per
ricercatori curiosi in grado di regalare a chiunque il brivido di
acquisire - o perdere - in pochi secondi, e per tempi relativamente
brevi, competenze linguistiche. O più semplicemente di scoprirsi
improvvisamente disegnatori provetti. <<Ma oggi sappiamo che gli
effetti di questo strumento possono protrarsi nel tempo, e così
le modifiche funzionali ottenute stimolando o inibendo
l'attività di una determinata area cerebrale>>, spiega
Massimiliano Olivieri, neurologo specializzato negli Stati Uniti e oggi
impegnato tra l'Università di Palermo e l'IRCCS Santa Lucia di
Roma. <<Il che significa che possiamo usarlo, ad esempio, in
soggetti colpiti da ictus all'emisfero cerebrale destro che soffrono di
un disturbo di percezione dello spazio sinistro, per migliorare il loro
deficit riequilibrando l'attività dei due emisferi. E che, cosa
ancora più importante, applicando la stimolazione a giorni
alterni per due settimane si ottiene un miglioramento costante della
prestazione accelerando il recupero del deficit>>. Poco invasiva
e fino ad oggi relativamente priva di controindicazioni - la devono
evitare solo gli epilettici e i portatori di pacemaker e altri impianti
metallici - la stimolazione sembra in prospettiva uno strumento
terapeutico importante. Adesso si sta lavorando sulle funzioni spaziali
e linguistiche. Ma fino a che punto ci si potrà spingere?
<<I militari che vorrebbero usarla per accelerare i tempi di
reazione sembrano destinati ad essere delusi, dato che questa forma di
stimolazione migliora sì la velocità delle risposte, ma a
scapito dell'accuratezza. Però, almeno in teoria, la si potrebbe
usare per accentuare o attenuare caratteristiche o atteggiamenti
morali>>, ammette Olivieri. <<Sappiamo già che
lesioni cerebrali del lobo frontale possono cambiare radicalmente il
carattere di una persona>>. Il problema per ora sembra essere
solo teorico, visto che strumenti economici ed efficaci per rimuovere
le inibizioni sono già disponibili.
A preoccuparsi dei risvolti morali sono soprattutto gli americani che
hanno coniato il termine "neuroetica" per definire i problemi posti
dalle nuove ricerche. <<Per ora la possibilità di trovarci
di fronte a degli uomini-cyborg dotati di poteri eccezionali ci sembra
fantascienza, ma non dimentichiamo che fino a qualche decennio fa ci
sembrava tale anche la fecondazione artificiale, o i viaggi nello
spazio>>, sottolinea Marta Farah, direttore del centro di
neuroscienze cognitive alla University of Pennsylvania. E sono in molti
a chiedersi se gli scienziati americani che accettano i fondi del
dipartimento della difesa non stiano mettendo in gioco la loro
integrità professionale: <<I ricercatori dovrebbero
prestare più attenzione agli obiettivi di chi finanzia le loro
ricerche>>, avverte in un recente editoriale la rivista Nature.
<<Le interfacce basate su segnali raccolti all';esterno del corpo
sono meno efficaci ma sicuramente pongono meno problemi etici>>,
spiega Morasso, <<Ma la neuroingegneria può percorrere
anche un'altra strada, utilizzando non un sistema nervoso già
formato, ma una coltura di neuroni, che viene fatta crescere in un
ambiente in cui sono presenti delle matrici di elettrodi, ottenendo
così una rete neurale>>. A Genova si sta lavorando sul
progetto Neurobit, finanziato dall'Unione Europea, con cellule prese da
embrioni di ratti: <<lavoriamo con popolazioni di qualche decina
di migliaia di neuroni, una gelatina a mala pena visibile
nell'incubatore, un'inezia se paragonata al cervello umano che di
neuroni ne ha diecimila miliardi. Ma sufficiente per studiare i
meccanismi fondamentali che sono alla base dell'apprendimento
sensomotorio: in questo modo siamo riusciti a far interagire il
"cervello in provetta" con un piccolo robot in grado di muoversi e
raccogliere informazioni dall'ambiente esterno. Il robot manda al
cervellino informazioni captate dall'ambiente e lui risponde
trasmettendo comandi ai motori del robot. Una rivoluzione dietro
l'angolo? <<Ci vorrà del tempo, ma tra dieci anni possiamo
aspettarci risultati importanti>>, conclude Morasso. Forse, nel
frattempo i "neuroetici" avranno trovato una risposta per le nostre
paure.
L'Espresso del 24.2.04
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