No!Pazzia interattiva

E' scomparsa Janet Frame

Articoli / Notizie di attualità (area pazzia)
Inviato da redazione_nopazzia di 09 Feb 2004 - 09:34 PM

Janet Frame, scrittrice neozelandese, 'sopravvissuta' alla psichiatria, autrice di "Un angelo alla mia tavola", autobiografico delle vicessitudini centrali della sua vita, da cui tratto film omonimo vincitore di premio al Festival Cinematografico di Venezia 1990, è scomparsa all'età di 78 anni. Da "Il Manifesto" del 31 genn 004, ricopiamo:

Un angelo della scrittura
La scomparsa della scrittrice neozelandese Janet Frame. Dalla sua autobiografia, «Un angelo alla mia tavola», Jane Campion aveva tratto il film che aveva reso famosa questa donna tormentata e fragile che aveva attraversato la follia e ne era uscita grazie alla scrittura. Sospesa tra due mondi, quello reale e quello dell'immaginazione
MAURIZIO BARTOCCI
Inutile dire che se fosse nata nel nostro emisfero, avrebbe ottenuto la fama e la gloria a lei dovute. Ma il caso volle che Janet Frame nascesse il 28 agosto 1924 ai margini dell'universo, in Nuova Zelanda, e sebbene la critica anglosassone l'abbia più volte definita un «genio incompreso», lei genio non si è mai sentita. Anzi, non si è mai vergognata di ammettere che trascorreva le giornate lavorando all'uncinetto o scorrendo le pagine di una rivista femminile - la «New Zealand Women's Weekly» era quella che amava di più. La sua attenzione era dunque volta alle occupazioni di tutti i giorni, lavare i piatti, spolverare e... scrivere. Sì, perché la scrittura, per lei, è sempre stata al pari di una quotidiana faccenda domestica, mettendola però in cima a tutte le altre ed esercitandola con grande passione e precisione. «Scrivo le mie parole in modo che siano perfette. Il tono, la forma e la consistenza delle parole devono essere il massimo della perfezione», raccontava in un'intervista di qualche anno fa. E sempre parlando di scrittura, affermava che «narrativa e autobiografia non sono modalità così diverse fra loro; entrambe richiedono la grande abilità di forgiare, selezionare e comporre una serie di motivi e modelli che rappresentano, o danno l'illusione di rappresentare, la completezza. Non c'è superiorità di una forma rispetto all'altra; la superiorità o non superiorità dipende dalla passione e dall'immaginazione». E sono proprio la passione e l'immaginazione i fili conduttori di tutta la sua letteratura.

Il «genio dimenticato» che nasce a Dunedin, trascorre la sua infanzia fra Wyndham e Oamaru (la Waimaru dei suoi romanzi) e decide di diventare insegnante, si trova a fare esperienza non solo dell'isolamento fisico e geografico, ma di un isolamento peggiore, quello dell'anima. Un esilio interiore, il suo, che sommato alle disgrazie familiari (tra le quali la morte per annegamento di due sorelle), la segnerà per sempre e la condurrà a un forte esaurimento nervoso, costringendola a diversi soggiorni nei «manicomi» dell'isola dal 1947 al 1955. La diagnosi - peraltro sbagliata - è di schizofrenia e il rimedio, dopo svariate sedute di elettroshock, la lobotomia.

Janet però si salva e riesce a scampare all'intervento proprio grazie alla sua passione per la scrittura e a una serie di racconti - La laguna e altre storie - che, pubblicati nel 1951, le fecero conquistare il Premio Hubert Church, portandola allo stesso tempo all'attenzione della critica. Questi racconti non rappresentano solamente la sua salvezza fisica o il suo esordio in letteratura, ma sono soprattutto la ricerca scrupolosa e attenta della realtà; l'indagine di ciò che è verità attraverso il filtro dell'immaginazione. E da quel momento in poi si cimenterà con le più diverse forme letterarie, passando dal racconto al romanzo, dalla poesia ai libri per bambini e all'autobiografia.

Perennemente sospesa fra due mondi, «this world» - il mondo reale - e «that world» - il mondo dell'immaginazione, nel quale secondo lei dimorano gli artisti, i bambini e i pazzi - nei suoi libri Janet Frame mette in discussione le regole della comunicazione ordinaria, le scardina del tutto e si arrende a un gioco linguistico rischioso e destabilizzante. E come Vera Glace, la protagonista di Giardini profumati per ciechi, si domanda: «a cosa serve la parola? Non è forse un continuo bla-bla che non dice nulla, una grandiosa svendita della trivialità segnalata da bandiere rosse, con le parole sbrindellate a prezzi stracciati e la mente che prima della chiusura definitiva elimina tutta la merce?».

E' tra la parola e il silenzio, inteso come esperienza suprema del possibile, che si gioca l'esperienza narrativa di Janet Frame. E così Vivere nel Maniototo, Gridano i gufi, Dentro il muro e ogni suo romanzo, racconto o poesia, rappresentano un'indagine sull'esperienza che l'essere umano vive all'interno del linguaggio. I suoi libri sono un coro di voci, le voci dei personaggi e le voci che nascondo dentro di essi. Voci che si sprigionano da un'anima in fase di disgregazione e che sono il frutto della mente umana quando arriva a vivere l'esperienza limite della follia. Che non è più onta, non è più ignominia, ma elemento di rottura in un mondo che impedisce con le sue regole e convenzioni la crescita interiore degli individui.

«La pazzia», dichiara la Frame attraverso le parole di Vera Glace, «è il solo giorno di apertura al pubblico della fabbrica della mente. Possiamo camminarci dentro e attraversare, curiosare e ficcare le dita dappertutto, fare domande e restare incatenati di fronte agli innumerevoli ordini di estraneità che una volta intrecciati e trattati, impacchettati e distribuiti, non serbano alcuna somiglianza con i materiali originali, benché li contengano e siano parte di essi». E la salvezza giacerà nella parola ritrovata, l'unica dimora possibile sarà l'alfabeto. Vivere dentro le parole significa ammettere il carattere di reificazione del linguaggio stesso e cercare quella lingua originaria che si dà oltre il tempo e lo spazio; che non conosce le barriere delle convenzioni e riconosce e dichiara legittima la condizione di non-normalità.

«Mi piacciono i fiori», dichiara la Frame, ma preferisco le erbacce. E' un sentimento basso, ma io sto assolutamente dalla parte degli esclusi. Proprio come i personaggi delle mie storie». E come i personaggi delle sue storie che senza far troppo rumore passano inosservati, Janet Frame ci ha lasciati senza clamore all'età di 79 anni, stroncata da una leucemia mieloide, a Dunedin, nell'Isola del Sud della Nuova Zelanda. E chissà se morendo, avrà ripensato a quel suo straordinario racconto che chiudeva così: «E' la mia ultima storia. Metto tre puntini di sospensione con la macchina da scrivere, solennemente, così... Mi sento gelata dentro senza un cuore con cui parlare. Devo avere un modo sbagliato di guardare le cose».

Considerata la più grande narratrice neozelandese dopo Katherine Mansfield, Janet Frame ha scritto undici romanzi, cinque raccolte di racconti, poesie e diversi libri per bambini. Per conoscere la sua opera, al lettore italiano sono disponibili in traduzione Un angelo alla mia tavola. Autobiografia (trad. di Lidia Conetti Zazo, Einaudi, 1999), la celebre autobiografia in tre parti dalla quale Jane Campion ha tratto l'omonimo film; La laguna e altre storie (trad. di Antonella Sarti, Fazi, 1998); Gridano i gufi (trad. di Laura Noulian, Guanda, 1994); Giardini profumati per i ciechi (trad. di Monica Pavani, Guanda, 1997); Cuor di formica (trad. di Marina Baruffaldi, Mondadori ragazzi, 2001).