forum-familiari chiedono (e amici e
amiche) - ......per ripararsi dal vento della follia raoul - 01 Gen 2007 - 03:11 PM Oggetto: ......per ripararsi dal vento della follia
Ho trovato questo articolo sul
manifesto.Poiche' l'ho trovato interessante,ve lo propongo.
Forme di cura
Esperimenti di calore terapeutico per ripararsi dal vento della follia
Lo sguardo agli antichi guaritori, per andare oltre l'etnopsichiatria
Studi di Alfredo Ancora L'esperienza della psichiatria transculturale,
in un libro edito da Franco Angeli
Franco Voltaggio
La tradizione popolare più antica, in Italia e non solo in
Italia,
associa gli accessi di melanconia e l'aura di un incipiente disordine
mentale all'influenza che su talune persone ha la tramontana, per cui
chi «perde la testa» sarebbe vittima di un vento
maligno e violento.
L'universalità di questo contenuto nell'immaginario
collettivo trova
riscontro in una credenza della medicina sapienziale cinese che
definisce «vento» ogni forma di follia e fa delle
strategie
terapeutiche attivate dal «medico scalzo»
«trappole» per catturarlo.
Accogliendo questa fantasia come metafora della malattia mentale, uno
psichiatra romano, Alfredo Ancora, definisce «costruttori di
trappole
del vento» tutti gli psicoterapeuti, lui compreso, alle prese
spesso
con pazienti «difficili», soggetti i cui problemi,
non meno dolorosi
che complicati, configurano una sorta di tempesta incombente sulla loro
testa di rifugiati, richiedenti asilo, migranti economici, che abitano
nella «città del papa».
Di qui il tema del suo ultimo libro, I costruttori di trappole del
vento. Formazione, pensiero, cura in psichiatria transculturale (Franco
Angeli, 2006, pp. 234, euro 23) nelle cui pagine riconosce che la
condizione di uno psichiatra istituzionale non è molto
dissimile, nella
sostanza, da quella dei guaritori primitivi (traditional healers),
assumendosi una precisa responsabilità, conoscitiva e
terapeutica, che
corre a molti livelli. Sotto il profilo conoscitivo, infatti, Alfredo
Ancora accoglie come doveroso impegno il fatto di non considerare
sufficiente rifarsi al bagaglio di conoscenze proprie della psichiatria
praticata in Occidente, giacché si tratta di cimentarla con
le
suggestioni che vengono da altre culture. Il fatto che queste siano
lontane dal nostro modo di stare al mondo e, conseguentemente, non
abbiano nulla a che vedere con gli strumenti concettuali della
psicoterapia scientifica, è di per sé
irrilevante. Lo è per due buone
ragioni: essendo il malato soprattutto una vittima della più
atroce
delle sofferenze, il dolore e la bruciante solitudine della mente, poco
importa quale sia la teoria di riferimento cui fare ricorso per
attivare la cura; se il soggetto appartiene a un mondo idealmente
diverso, è impensabile poterlo incontrare senza in qualche
modo
colludere con credi e orientamenti che pure sono estranei alla cultura
e allo stile di pensiero del terapeuta. Di qui la necessità
di quella
speciale forma di psicoterapia che è la psichiatria
transculturale. Ma
che cosa è propriamente la psichiatria transculturale? Per i
profani, e
forse persino per qualche esperto, è l'equivalente
dell'etnopsichiatria, una disciplina, dallo statuto concettuale quanto
mai incerto, che si fonda su due assunti di base: a) vi sono forme di
disordine mentale che sono peculiari di talune specifiche etnie; b) la
conoscenza del retroterra culturale di un'etnia è condizione
necessaria
e sufficiente per mettere a punto la strategia terapeutica adeguata.
Sotto certi aspetti, i due assunti parrebbero trovare giustificazione
nelle osservazioni delle ricerche sul campo. A una attenta riflessione,
tuttavia, essi mostrano di essere tanto fragili da non meritare di
essere considerati veri assunti di base.
La prima asserzione, infatti, non tiene conto della circostanza per cui
il paziente diverso non fa il suo ingresso in ambulatorio in quanto
sofferente di una patologia originaria che il contatto con una
realtà
inedita ha semplicemente fatto esplodere, ma è piuttosto
malato di una
sindrome che, al di là della sua specificità,
è l'esito soprattutto di
una situazione generalizzata di «spaesamento». Vale
a dire che
l'interessato non parte già malato, ma si ammala qui e
adesso. Ne
consegue che la raccomandata conoscenza del suo retroterra culturale
può anche essere una condizione necessaria, ma non
è certo sufficiente
per far decollare il processo di cura. Che fare allora? Ci si
può
avvicinare a una soluzione praticabile, considerando la dimensione
transculturale alla stregua di un processo in cui lo psichiatra
transita tra diverse culture mediante una feconda contaminazione con il
mondo dell'altro. A questo punto, e qui sta la fecondità
della proposta
di Ancora, occorre individuare in quella terra di nessuno che
è la
turba mentale una soglia o confine in cui lo psichiatra incontra
l'altro, tenuto conto del fatto, in sé incontrovertibile,
che un
confine non serve solo a dividere, ma anche a mettere in comunicazione
gli esseri umani. Di fatto la cura può nascere non
già
dall'applicazione alla malattia di una prassi terapeutica consolidata e
magari raffinata da qualche nozione di etnopsichiatria, ma
dall'incontro tra paziente e psicoterapeuta. Detto così,
sembra
unicamente una mozione degli affetti, una mera irruzione dei buoni
sentimenti in ambulatorio, la spia del nascosto - tra l'altro neppure
tanto - terzomondismo dell'autore. In realtà non
è così e a dimostrarlo
sono i numerosi casi clinici esposti nei Costruttori di trappole del
vento, di cui uno è particolarmente significativo. Ha per
protagonista
Ahmad, un giovane fotografo iraniano fuggito dal suo paese per evitare
il carcere: è stato accusato dalla polizia di sovversione,
perché
sorpreso a fotografare un moto popolare. Ricevuto in Italia, in
qualità
di rifugiato politico, in un centro di accoglienza, manifesta ben
presto i sintomi di una depressione che si aggrava progressivamente
sino al punto di sfociare in un tentativo di suicidio. Dimesso, si
presenta nell'ambulatorio di Ancora con una cartella clinica in cui
è
riportata la diagnosi «sindrome depressiva grave con
tentativo di
suicidio». Il terapeuta, prima di iniziare il trattamento,
cerca di
entrare in contatto con il giovane fotografo, invogliandolo a parlare
di sé e del suo mondo e, per vincere il muro di diffidenza,
si spinge
sino ad accompagnarlo a visitare con lui una mostra di arte persiana.
Segue un periodo in cui Ahmad non si fa vivo e le notizie che arrivano
dal centro parlano di un ulteriore aggravamento della crisi depressiva
e di un nuovo tentativo di suicidio. Ahmad ritorna un ambulatorio e
parla con il terapeuta della moglie e della figlia, una bambina, che ha
dovuto lasciare in Iran. A questo punto Ancora ha un'idea, mettere in
comunicazione il paziente con il suo nucleo familiare, convincendo la
direzione della struttura a farlo telefonare direttamente in Iran.
Mentre la conversazione è in corso, Ancora, fa discretamente
per
allontanarsi, ma il paziente lo richiama, dicendogli «resta,
anche tu
fai parte della famiglia». Il trattamento può
davvero decollare.
Che cosa è avvenuto? La solitudine di Ahmad è
stata contrastata facendo
dell'ambulatorio una sorta di cabina telefonica che, resa una
«quasi
casa», simula le pareti domestiche della casa iraniana adatta
all'incontro del giovane con le persone che ama, sul filo di un
contatto che, se non è fisico, non è, per questo,
meno intenso. Resta
l'angoscia di Ahamad, la sua malinconia, che però, divenute
oggetto di
colloquio con un amico, non sono più irretite nella
solitudine della
depressione. Resta lo psichiatra istituzionale romano Alfredo Ancora,
che ha trasformato il suo bagaglio professionale, mettendolo alla prova
con il dolore del paziente, senza spocchia e senza faciloneria.