forum-base - stregoneria e follia malega_1 - 26 Nov 2004 - 02:47 AM Oggetto: stregoneria e follia
Stregoneria e Follia
intervista di R. jaccard a M. Foucault (anno 1979)
D. Da una ventina d'anni Thomas S. Szasz ha sviluppato il tema delle
analogie fondamentali tra la persecuzione degli eretici e delle streghe
nei tempì passati e la persecuzione dei folli e dei malati
mentali
oggi. Questo è il soggetto principale del suo libro,
«Fabbricare la
follia» (1), che mostra come lo Stato Terapeutico si sia
sostituito
allo Stato Teologico. Gli psichiatri e, più in generale, gli
addetti
alla salute mentale sono riusciti a far risorgere l'Inquisizione ed a
spacciarla per nuova panacea scientifica. Storicamente, il parallelo
tra l'Inquisizione e la psichiatria le sembra fondato?
M.F. Le streghe, queste malate di mente non riconosciute come tali,
che una società alquanto sfortunata (perché
ancora priva di psichiatri)
destinava al rogo ... quando ci si libererà di questo luogo
comune che
tanti libri ripropongono ancora oggi?
Ciò che vi è di significativo e di «
forte » nell'opera di Szasz,
è l'aver mostrato che la continuità storica non
va dalla strega alla
malata, ma dall'istítuzione-stregoneria alla
istituzione-psichiatria.
La questione non è certo che la strega, con le sue povere
fantasticherie e le sue potenze occulte, deve essere finalmente
riconosciuta come alienata da una scienza benefica ma ritardataria.
Szasz mostra piuttosto che un particolare tipo di potere veniva
esercitato attraverso la sorveglianza, gli interrogatori, i decreti
dell'Inquisizione e che è ancora lui, per trasformazioni
successive,
che ci interroga ancora adesso, indaga sui nostri sogni e desideri, si
preoccupa delle nostre notti, incalza i nostri segreti e traccia i
confini, definisce gli anormali, provvede alle correzioni e assicura le
funzioni dell'ordine,
Szasz ha definitivamente, spero, spostato la vecchia questione:
gli stregoni erano dei folli? e l'ha posta in questi termini: in che
cosa gli effetti di potere legati al lavoro da faina degli inquisitori
musi lunghi e denti aguzzi - si ritrovano ancora oggi nell'apparato
psichiatrico? « Fabbricare la follia » mi sembra un
libro importante
nella storia delle tecniche congiunte del potere e del sapere.
D. In « Fabbricare la follia », Thomas Szasz
descrive la curiosità
insaziabile degli inquisitori verso i fantasmi sessuali e le
attività
delle loro vittíme - le streghe - e la paragona a quella
degli
psichiatri. Questo paragone le sembra giustificato?
M.F. Bisognerà pure sbarazzarsi delle «
marcusianerie » e delle «
reichianerie » che ci hann sempre impacciato e che vogliono
farci
credere che la sessualità è, fra tutte le cose,
quella più
ostinatamente « repressa » e «
super-repressa » dalla nostra società «
borghe"," capitalistica", "ipocrita " e " vittoriana "- Mentre, fin dal
Medioevo, non c'e' niente di più studiato, interrogato,
capito,
illustrato e dibattuto, obbligato alla confessione, sollecitato ad
esprìmersi ed encomiato dal momento in cui riesce finalmente
a
costruire il suo proprio linguaggio. Nessuna civiltà ha
conosciuto una
sessualità più ciarliera della nostra. E molti
credono ancora di
comportarsi da sovversivi quando in realtà non fanno che
obbedire a
questa ingiunzione a confessare, a questa requisitoria secolare che ci
costringe, noi altri occidentali, a rivelare tutto del nostro
desiderio.
Dall'Inquìsizione, attraverso la penitenza, l'esarne di
coscienza,
la direzione spirituale, l'educazione, la medicina, l'igiene, la
psicanalisi e la psichiatria, si è sempre insinuato che la
sessualità
custodisse, al di là di noi stessi, una verità
profonda e determinante.
Dicci qual'è il tuo piacere, non ci nascondere nulla di
ciò che passa
nel tuo cuore e nel tuo sesso; noi potremo sapere cosa sei e noi ti
diremo quello che
vali.
Szasz ha visto bene,credo,che questo mettere « all'ordine del
giorno » la questione sessualità non era
semplicemente legato
all'interesse morboso degli inquisitori sconvolti dal proprio
desiderio; ma che con ciò prendeva forma un tipo moderno di
potere e di
controllo sugli individui. Szasz non è uno storico e
può darsi che si
possa polemizzare con lui. Ma nel momento in cui il discorso sulla
sessualità affascina tanti storici ha un significato
senz'altro
positivo che uno psicanalista abbia riproposto in termini di storia gli
interrogativi su di essa. E le intuizioni di Szasz sono proprio quelle
che ben si ricollegano a ciò che rivela il notevole libro di
Le Roy
Ladurie: « Montaillou » (2).
D. Cosa pensa dell'idea di Szasz secondo la quale per comprendere
la psichiatria istituzionale - e tutti i movimenti d'igiene mentale -
conviene studiare gli psichiatri e non i pretesi malati?
M.F. Se si tratta di studiare la psichiatria istituzionale,
è evidente. Ma io credo che Szasz vada più
lontano.
Tutti sognano di scrivere una storia dei folli, tutti sognano di
passare dall'altra parte e di mettersi sulle tracce delle grandi
evasioni e dei sottili ritratti del delirio. Cosi, col pretesto di
mettersi ad ascoltare e di lasciar parlare i folli stessi, si accetta
la partizione (partage) come già avvenuta. Sarebbe molto
meglio invece
piazzarsi nel punto dove il macchinario che assegna qualifiche e
squalifiche funziona, mettendo gli uni di fronte agli altri, i folli e
i non folli. La follia è una conseguenza del potere quanto e
non certo
meno della non-follia; non sfreccia attraverso il mondo come una bestia
furtiva la cui corsa sarà arrestata dalle gabbie del
manicomio.
Rappresenta invece, in una spirale senza fine, una risposta tattica a
quella tattica da cui è investita. In un altro libro di
Szasz, « Il
mito della malattia mentale » (3) c'è un capitolo
che mi sembra
esemplare a questo proposito: l'isteria vi viene analizzata nella sua
intima struttura come prodotto del potere psichiatrico, ma anche come
la contromossa che ad esso viene opposta e come la trappola in cui
cade.
D. Se lo Stato Terapeutico ha sostituito lo Stato Teologico e se la
medicina e la psichiatria sono diventate oggi le forme più
costrittive
e al tempo stesso più subdole di controllo sociale, non
sarebbe
necessario, in una prospettiva individualista e libertaria come quella
di Szasz, lottare per una separazione tra Stato e medicina?
M.F. C'è qui una difficoltà per-me. Mi domando se
Szasz non identifichi, in un fondo un po' forzato, il potere con lo
Stato.
Questa identificazione può forse spiegarsi con la duplice
esperienza di Szasz: esperienza europea, in una Ungheria totalitaria
dove tutte le forme e tutti i meccanismi di potere erano gelosamente
controllati dallo Stato, ed esperienza in un'America impregnata della
convinzione che la libertà inizia là dove finisce
l'intervento
centralizzato dello Stato. In effetti, io non credo che il potere sia
soltanto lo Stato o che il non-Stato sia già la
libertà. E' vero (Szasz
ha ragione) che i circuiti della psichiatrizzazione, della
psicologizzazione, anche se passano attraverso i genitori, i familiari,
l'ambiente immediatamente circostante, sono sostenuti sempre alla fine
da un vasto complesso medico-amministrativo. Ma il medico «
libero »
della medicina « liberale », lo psichiatra nel suo
studio o lo
psicologo nella propria stanza, non rappresentano una alternativa alla
medicina istituzionale. Essi fanno parte dello stesso sistema
reticolare anche nel caso in cui si pongono al polo opposto di quello
dell'istituzione. Tra lo Stato Terapeutico di cui parla Szasz e la
medicina in libertà c'è tutto un gioco di
sostegni e di rimandi
complessi.
L'ascolto silenzioso dell'analista nella sua poltrona non è
estraneo al questionario pressante, alla sorveglianza stretta del
manicomio. Non penso che si possa attribuire l'aggettivo di
«libertaria» - Szasz lo fa? non mi ricordo
più - ad una medicina che
non è che « liberale », cioè
legata ad un profitto individuale che lo
Stato protegge, tanto più che per altro verso ne trae
vantaggio. Szasz
cita giustamente degli interventi anti-statuali di questa medicina
liberale ed essi sono stati effettivamente salutari. Ma mi sembra che
questo rappresenti l'utilizzazione in versione combattiva - «
l'estremizzazione generosa » - di una medicina la cui
finalità è
comunque quella d'assicurare, insieme allo Stato e addossandosi a lui,
il tranquillo corso di una società normalizzatrice.
Piuttosto che lo
Stato Terapeutico, è la società della
normalizzazione, con i suoi
ingranaggi istituzionali o privati, che bisogna studiare e criticare.
Il libro « Lo Psicanalismo » di Robert Castel (4)
mi sembra abbia fatto
luce in termini davvero esatti su questa grande trama ininterrotta che
va dal triste dormitorio al remunerativo divano