NO ! PAZZIA PUNTI DI RIFERIMENTO
presentiamo il primo capitolo del libro di Judi Chamberlin ON OUR OWN - prima ediz Usa 1977; ediz inglese MIND 1988; ediz ital Da Noi Stessi 1990 Primerano. Judi è una survivor Usa, attualmente collaboratrice dell'organizzazione NARPA (Associaz. Naz. Usa per la Protez. e la Difesa dei Diritti) del cui sito cura un settore Il libro contiene nei capitoli successivi le sue vicessitidini di internata a più riprese, sempre cliniche disumane e disumanizzanti; poi una disamina spietata delle Comunità terapeutiche eterogestite in cui capitata e infine una attenta analisi delle comunità gestite dai 'pazienti'; il tutto sempre riferito ad esperienze vissute in prima persona, sulla propria pelle di 'utente'. "Da Noi Stessi", gestire le nostre comunità da noi stessi, è l'appello accorato che rivolge attraverso tutto il libro agli altri "utenti mentali". Libro che ha ottenuto un grande successo specialmente in Inghilterra, ed è base di esperienza per le comunità cogestite da pazienti. In Italia purtroppo è una rarità trovarlo nelle librerie a causa della piccola casa editrice. Bisogna ordinarlo direttamente : Aldo Primerano, Roma (£ 25.000), www.editriceprimerano.com . Anche può essere ordinato per posta alla libreria Anomalia , via dei Campani 73 Roma , http://utenti.tripod.it/anomalia/
Judi Chamberlin : DA NOI STESSI (ed. ital. Aldo Primerano, Roma 1990)
pag. 7-8 CAPITOLO 1
II sistema psichiatrico secondo il punto di vista del paziente
Salute mentale e malattia mentale sono termini che sono ormai en-
trati a far parte del vocabolario comune. Tuttavia, sono termini di cui
pochi sanno dare una definizione. Sia la gente comune che gli psichia-
tri tendono a definire mentalmente sane le persone delle quali appro-
vano il comportamento e malate di mente le persone il cui comporta-
mento non è accettato. Adolescenti ribelli, casalinghe infelici, lavora-
tori insoddisfatti o anziani soli, per esempio, vengono spesso classifi-
cati come malati di mente. Questa diagnosi non ha tanto un valore
medico e scientifico, ma è piuttosto un giudizio espresso sulla persona
così etichettata, che si è, in qualche modo, comportata impropriamen-
te.
Possiamo capire come agisce questo tipo di giudizio considerando
gli effetti che una diagnosi di malattia mentale ha sulla vita di un in-
dividuo. A differenza delle malattie fisiche, che colpiscono determina-
te parti del corpo, la malattia mentale colpisce quell'astrazione nota
come la mente. Una volta che sia stato deciso che una persona ha una
mente malata, si manifestano enormi conseguenze a livello sociale.
Una diagnosi di malattia mentale costituisce un atto, che spesso com-
porta conseguenze giuridiche oltre che mediche e, frequentemente, ri-
sulta in una perdita della libertà. Le persone così etichettate sono ge-
neralmente ritenute incapaci di esercitare il potere decisionale nei lo-
ro propri interessi. Il trattamento psichiatrico obbligatorio, ad essi ri-
servato, comporta solitamente il ricovero in strutture ospedaliere ap-
posite, che i più considerano come una spiacevole ed ineluttabile fata-
lità.
I pazienti che protestano contro tale reclusione sono considerati
incapaci di capire ciò che è fatto nel loro interesse; e spesso, una vol-
ta che a qualcuno sia stata attribuita una diagnosi di malattia menta-
le, persino la sua percezione del luogo di reclusione come posto spia-
cevole e indesiderabile, è considerata un segno di malattia mentale.
Qualsiasi cosa può venire considerata sintomo di malattia menta-
le. Nella comune accezione medica, la parola sintomo indica una di-
sfunzione a livello di una parte o di un sistema dell'organismo. Solo
un dizionario definisce il sintomo come «la manifestazione soggettiva di
una malattia o di un disturbo fisico osservato dal paziente»1. I sintomi
fisici non sono sempre manifestati, ma sono quasi sempre evidenti (e
dolorosi) per le persone che li accusano. Nella pratica psichiatrica, il
sintomo è costituito dal comportamento di un individuo e, spesso, il
disagio è avvertito meno dalla persona etichettata come malata di
mente, che da quanti le sono vicini. Alcuni avvertono un tale disagio,
in conseguenza delle proprie azioni, da spingerli a rivolgersi sponta-
neamente a cllniche psichiatriche o a posti di Pronto Soccorso, ma
frequentemente i futuri pazienti sono accompagnati da familiari, da
amici o dalla polizia. Costoro non si ritengono malati; i loro «sintomi»
provocano disturbo agli altri. Lavarsi le mani troppo spesso, rimanere
svegli fino a tardi di notte, piangere, sperperare denaro, manifestare
idee religiose anticonformiste, volere il divorzio, avere problemi a
scuola o nell'ambiente di lavoro, cambiare improvvisamente il proprio
stile di vita: tutti questi e molti altri comportamenti sono stati consi-
derati sintomi di malattia mantale.
Non è neppure necessario che un comportamento sia particolar-
mente bizzarro perché qualcuno venga considerato severamente mala-
to di mente e internato in un ospedale psichiatrico. Leonard Roy-
Frank di San Francisco aveva trenta anni ed abitava in un apparta-
mento di sua proprietà. Fu licenziato e, invece di trovarsi un altro la-
voro, decise di vivere dei propri risparmi e prendersi un periodo di
tempo per leggere e studiare. Si interessò particolarmente allo studio
della Bibbia e alla pratica dell'ebraismo ortodosso. Si lasciò crescere la
barba, secondo le prescrizioni del credo ortodosso e iniziò una stretta
osservanza delle restrizioni dietetiche; molti mesi dopo, i suoi genitori
gli fecero visita da New York e rimasero inorriditi per il tipo di vita
che conduceva.
Avevo cominciato ad entrare in quella fase che definisco dei miei
cambiamenti. Non provavo paura per quanto mi andava accadendo
Ero deliziato dalle nuove prospettive che mi si aprivano per quanto ri-
guardava la mia identità e su cosa fosse la società. Leggevo, studiavo e
___________________
1. Webster's New Intemational Dictionary, terza edizione: "symptom".
pag. 9-10 IL SISTEMA PSICHIATRICO cap 1
meditavo.
Quando la mia famiglia mi fece visita, mi fecero ricoverare contro la
mia volontà, dal momento che non intendevo collaborare con loro, ac-
cettando di farmi curare. La cosa più oltraggiosa consisteva nel fatto che,
mentre stavo attraversando questo periodo di esplorazione di me stesso e
di crescita intcriore, il mio comportamento veniva interpretato come se-
gno di un grave disordine mentale2.
Nel 1974, Leonard Frank ottenne il permesso di pubblicare i da-
ti clinici del suo periodo di reclusione obbligata sul Madness Network
News, un giornale alla cui fondazione aveva collaborato3. Le cartelle
cliniche mostrano che i soli «sintomi» che gli psichiatri riuscirono a
trovare, e di cui si servirono, per giustificare il fatto che gli avevano
somministrato, contro la sua volontà, cinquanta sedute di insulino-
terapia e trenta di elettroshock, furono la sua dieta vegetariana, la
sua barba e il suo diniego di essere pazzo. Durante gli otto mesi del
ricovero, la cartella mostra che gran parte dell'attenzione dei medici
era concentrata sul problema della barba. Dopo mesi di rifiuto di ra-
dersi spontaneamente, la barba di Leonard fu rasata, mentre questi
era privo di coscienza, durante un trattamento convulsivante. Nella
sua cartella cllnica, pagina dopo pagina vi è anche la solenne narrazio-
ne del problema della barba. La cartella indica che, tutte le volte che
Leonard fu sottoposto ad esami riguardanti il suo stato mentale, egli
rispondeva correttamente a tutte le domande su questioni di fatto; in
termini psichiatrici era «bene orientato». La diagnosi dei medici che
egli fosse uno schizofrenico-paranoide si basava sulle abitudini alimen-
tari, sulla lunghezza dei capelli e della barba, e sul suo rifiuto di am-
mettere di essere malato di mente: una «carenza di auto-percezione».
L'articolo "The Frank Papers" costituisce una lettura davvero ter-
rificante. La colpa di Frank consisteva nel vivere la propria vita se-
condo le proprie e non quelle dei suoi genitori o degli psichiatri
scelte. Dopo che i suoi genitori ebbero fatto i passi necessari per au-
torizzare il ricovero e le terapie convulsivanti, essi fecero ritorno a
New York. La cartella clinica contiene copie di lettere scritte dai me-
dici ai genitori di Leonard per informarli sulle sue condizioni. Una
lettera, in particolare, dimostra che gli psichiatri non si sarebbero ac-
contentati di nulla che non fosse un cambiamento completo della sua
personalità: «Presenta ancora tutte le convinzioni deliranti a proposito
della sua barba, del regime dietetico e dell'osservanza religiosa che presen-
tava prima del trattamento. Speriamo continuando il trattamento, di riu-
scire a modificare akune di queste convinzioni, in modo che possa con-
durre un'esistenza ragionevole»4. Fu considerato un progresso quando
«chiese una scodella di minestra di frutti di mare e prese del pane e vi
spalmò sopra del burro»5. Le sue «idee deliranti» di dover essere ve-
getariano, di portare la barba e di osservare le prescrizioni della sua
religione furono sufficienti perché il tribunale ordinasse il ricovero
coatto, richiesto dai medici con la motivazione che «in queste condi-
zioni è pericoloso a sé ed agli altri»6. Ma quale pericoloso? E di chi
erano i deliri?
Le persone etichettate come malati di mente entrano a far parte
di un sistema che, come cura, le priva della possibilità di avere il con-
trollo della propria vita. Gli ospedali psichiatrici sono stati definiti
«istituzioni totali»7, in cui persino decisioni banali come quando man-
giare, andare al gabinetto e andare a letto vengono prese da altri.
Una conseguenza ovvia del fatto di essere sottoposti ad un tale regi-
me è il sentimento di depersonalizzazione. Sentimenti di questo tipo
sono spesso considerati sintomi primari di malattia mentale 8. Per
completare il quadro, gli psichiatri di solito attribuiscono i sentimenti
di depersonalizzazione dei loro pazienti alle loro condizioni intcriori e
non alle condizioni prevalenti nelle istituzioni psichiatriche.
L'intera esperienza della ospedalizzazione psichiatrica favorisce
debolezza e dipendenza. Non solamente le vite dei pazienti vengono
tenute sotto controllo, ma viene continuamente ripetuto loro che tale
controllo è necessario per il loro bene, anche se non sono in grado di
rendersene conto a causa della malattia. I pazienti divengono incapaci
di aver fiducia nelle loro capacità di giudizio, divengono incerti, sot-
tomessi all'autorità, impauriti nei confronti del mondo esterno. La
_______________
2. Intervista personale con Leonard Roy Frank, 7 Dicembre, 1976.
3. Frank, Leonard Roy (dicembre 1974), "Thè Frank Papers". Madness Network
News, 2, nr. 5, pp. 12-17. L'articolo è stato nuovamente pubblicato in Friedberg, John
(1976), Shock Treatment Is Not Good for Your Brain. Glide Pubblications, San Franci-
sco, pp. 62-81.
4. Frank, Leonard Roy (1974), The Frank Papers. Madness Network News, p. 15.
5. Ibid., p. 16.
6. Ibid., p. 14.
7. Goffman, Erving (1962), Asylums. Aldine Publishing Company, Chicago. Si
veda, in particolare il primo capitolo: «On the Characteristics of Total Institutions».
L'edizione italiana è pubblicata da Einaudi.
8. Si veda, ad es., la definizione di episodio di schiwfrenia acuto che elenca, tra gli
altri sintomi, la dissociazione onirica, in: The Committee on Nomenclature and Stati-
stics of the American Psychiatric Association (1974), Diagnostic and Statistical Mauual
of Mental Disorders. American Psychiatric Association, Washington, DC, ed. 2, p. 34.
pag 11-12 IL SISTEMA PSICHIATRICO cap 1
natura anti-terapeutica del ricovero in ospedale psichiatrico è stata ri-
conosciuta già da tempo9.
Un terribile abisso separa i pazienti e il personale nelle istituzio-
ni psichiatriche. I primi sono considerati malati, persone inaffidabili,
che necessitano di una tutela costante. I secondi sono considerati per-
sone competenti e quindi esperti. Un ampio numero di pazienti e di
membri del personale crede in questo stereotipo. La comunicazione è
resa difficile proprio a causa di questa distanza abissale. I membri del
personale non credono a quanto viene loro detto dai pazienti. Questi
ultimi non credono in ciò che dicono gli altri pazienti.
I ricoverati cominciano a dubitare delle loro percezoni riguardo
alla situazione, incluso la percezione molto precisa di essere guardati
dall'alto in basso e di venire spiati dal personale.
Undici anni fa, ho trascorso circa cinque mesi come paziente in
sei ospedali psichiatrici. L'esperienza mi aveva completamente demo-
ralizzata. Non avevo mai creduto di essere una persona particolar-
mente forte, ma dopo quell'esperienza, mi convinsi della mia totale
nullità. Mi avevano detto che non sarei riuscita a sopravvivere fuori
dall'ospedale. Ero terrorizzata all'idea che la gente avrebbe capito che
ero un'ex-paziente e mi avrebbe guardata con disprezzo, proprio co-
me io facevo con me stessa. Per anni ho vissuto nel timore che un
qualunque affaticamento, qualunque difficoltà mi avrebbe portata al
completo collasso. Ma lentamente ho dovuto riconoscere che non ero
la fragile conchiglia che avevo pensato. Fu un processo lungo. Ho do-
vuto lottare contro le striscianti convinzioni sulla mia inferiorità, un
retaggio che mi era stato lasciato dalle persone che un tempo avevo
creduto miei salvatori. Passarono degli anni prima che concedessi a
me stessa di esprimere sentimenti di rabbia nei confronti di un siste-
ma che mi aveva imprigionata, che mi aveva negato affetto e contatti
con gli altri esseri umani, che mi aveva riempita di tarmaci fino al
punto di rendermi talmente confusa da considerare quel trattamento
come un aiuto. Di enorme aiuto nella ricerca attraverso gli strati di
questa mistificazione è stato il mio coinvolgimento, negli ultimi sei
anni, in alcuni gruppi di liberazione di malati di mente, nei quali ex-
pazienti si riuniscono per denunciare la nostra sofferenza e la nostra
rabbia.
Da questa rabbia è scaturita l'azione: lavorare per cambiare la
legge sul ricovero coatto, per informare i pazienti dei loro diritti lega-
li, per aumentare il numero delle garanzie costituzionali per tutelare i
pazienti, per porre fine ad un sistema psichiatrico umiliante e nocivo
e sostituirlo con vere case di ricovero, strutture in cui la gente possa
ritirarsi a curare le sofferenze della propria esistenza. Noi immaginia-
mo un sistema in cui queste sofferenze non siano etichettate come
malattia, ma vengano riconosciute come conseguenze naturali di un si-
stema sociale che antepone la ricchezza, la proprietà e il potere ai bi-
sogni fondamentali degli esseri umani10. Questi ricoveri non dovreb-
bero essere soltanto degli ospedali più umani, ma dovrebbero rappre-
sentare delle vere e proprie alternative all'attuale sistema psichiatrico
dovrebbero essere ad ammissione volontaria, di piccole dimensioni,
pronte a rispondere ai bisogni della comunità e dei residenti. Alcune
iniziative alternative esistono già in alcune zone ed altre sono a livello
di progettazione.
Iniziative alternative sotto il diretto controllo dei pazienti posso-
no fornire servizi alle persone senza le demoralizzanti conseguenze
della struttura gerarchica, autoritaria dei tradizionali servizi psichia-
trici. Quando si tiene in speciale considerazione l'aiuto reciproco tra
le persone, la distanza abissale tra i pazienti e il personale scompare.
Si può chiedere l'aiuto degli altri senza essere considerati malati o in-
capaci. La stessa persona che ha bisogno di aiuto può, a sua volta,
darne agli altri. Coloro che sono stati pazienti psichiatrici sanno per
esperienza personale che il calore e il sostegno degli altri (quando ve-
nivano dati) erano d'aiuto, mentre l'essere considerati e trattasti co-
me incompetenti non lo era affatto. Anche quando una persona si
trova in una situazione di disagio, può essere di aiuto agli altri. Una
persona, in stato di estrema sofferenza, può temporaneamente aver
bisogno di prendere soltanto e di non dare, ma queste situazioni non
durano eternamente (anche se il fatto di venire maltrattati, come ac-
cade di frequente negli ospedali psichiatrici, può prolungare la loro
durata). Essere capaci di interessarsi ad un'altra persona anche
quando noi stessi ci sentiamo infelici dimostra a chi soffre di non
essere incapace e privo di valore. Prendere parte alle decisioni, persi-
no a quelle cosi semplici come la scelta del cibo, dimostra alla persona
che è ancora in grado di controllare la sua vita e le fornisce la fiducia
necessaria per partecipare a decisioni più importanti come, ad es.,
scelte nel settore della politica economica e delle assunzioni di perso-
nale.
Ci sono innumerevoli problemi pratici quando si tenta di orga-
___________
9. Si veda: Goffman, Asylums; W.M. Mendel, On the abolition of the Psychiatric
Hospital, in Roberts C.M., Greenfield N.S. e Miller M.H., a cura di, (1968), Compre-
hensive Mental Health. University of Wisconsin Press, Madison; King, J.K. e Brown
G.W. (1970), Institutionalism and Schizophrenia. Cambridge University Press, Cambrid-
ge Mass.
10. Questa espressione viene usata dal: Meritai Patients Liberation Front di Boston.
pag. 13-14 Judi Chamberlin: da noi stessi
nizzare dei servizi alternativi posti sotto il controllo dei pazienti. E’
difficile reperire il denaro necessario. Le resistenze degli operatori del
settore, abituati a controllare la situazione e a considerare i pazienti
degli incapaci, possono essere fortissime. Alcuni ex-pazienti possono
avere sfiducia nelle proprie capacità.
Nei capitoli seguenti, vengono considerate alcune alternative già
esistenti e il modo in cui gli organizzatori hanno affrontato queste
difficoltà.
L'etichetta malato di mente implica che una persona presenta un
problema clinico, un problema che può essere trattato propriamente
soltanto dai medici. Nell'espressione malattia mentale è implicito il
concetto che la mente si trovi in stato di disagio. Il modello medico
di malattia mentale basato sulla convinzione che le malattie menta-
li siano direttamente analoghe alle malattie fisiche è il modello
prevalentemente seguito da psichiatri e dal pubblico in generale, come
dimostra l'uso di termini quali malattia mentale, malato di mente e
ospedale psichiatrico. Ma esiste un altro modo di considerare la malat-
tia mentale. L'idea che la malattia mentale non esiste è stata avanza-
ta, tra gli altri, da Thomas Szasz, dai sociologi Thomas Scheff e Er-
ving Goffman e dallo psicologo Theodore Sarbin. Szasz ha scritto che
«nonostante il concetto di malattia mentale possa essere stato utile nel di-
ciannovesimo secolo, oggi è privo di valore dal punto di vista scientifico e
dannoso dal punto di vista sociale»11.
Scheff ritiene che «il concetto di malattia mentale possa essere più
utile se considerato come uno status sociale piuttosto che una malattia,
dal momento che i sintomi della malattia mentale sono definiti in manie-
ra vaga e sono ampiamente diffusi, e la definizione di comportamento co-
me sintomatico di malattia mentale è di solito dipendente da contingenze
sociali piuttosto che mediche»12.
Goffman ha sotolineato come: «Il punto di vista ufficiale della so-
cietà considera che gli internati negli ospedali psichiatrici siano stati rico-
verati soprattutto perché malati di mente. Tuttavia, nella misura in cui il
numero dei malati di mente fuori dagli ospedali si avvicina e addirittura
sorpassa quello degli intemati, si potrebbe dire che i pazienti psichiatrici
chiaramente soffrono non per la malattia mentale, ma per le
circostanze»13.
Sarbin ritiene che: «le malattie mentali non siano facilmente defini-
bili come patologie somatiche... La definizione di un comportamento pa-
tologico è fondamentalmente un fenomeno culturale, collegato con cre-
denze locali e consuetudini... Anche all'intemo della nostra cultura, è
possibile trovare definizioni di malattia mentale largamente divergenti»14.
Gli psichiatri E. Fuller Torrey e Roland Leifer hanno punti di
vista concordanti con questa tesi. Secondo Torrey: «lo stesso termine
malattia mentale è privo di significato, si tratta di un errore seman-
tico. Le due parole non possono essere accostate insieme se non con valo-
re metaforico; non è più possibile avere una malattia mentale dì quanto
sia possibile avere un'idea purpurea o uno spazio intelligente»15.
Leifer sostiene che: «la relazione tra psichiatrìa e medicina ha fon-
damenti storici e sociali piuttosto che logici e scientifici»16.
Non è necessario essere operatori psichiatrici per esprimere la
propria opinione su queste problematiche. La questione principale che
si pone, riguarda il fatto se le persone con certi tipi di comportamenti
disturbanti siano affette da malattie. Nonostante molti psichiatri pro-
clamino che la loro formazione fornisce loro gli strumenti per diagno-
sticare i sintomi delle varie malattie mentali, è proprio l'esistenza del-
la malattia mentale che viene posta in dubbio. Lasciare che siano sol-
tanto gli psichiatri a decidere se la malattia mentale esista o meno,
equivale a lasciare che siano gli astrologi a decidere della validità
dell'astrologia.
Mentre occasionalmente psichiatri (o astrologi) possono mettere in
dubbio proprio le basi della disciplina che praticano, tale comporta-
mento è comprensibilmente raro, dal momento che le persone non so-
no interessate a mettere in dubbio le implicazioni e i fondamenti teo-
rici della professione che esercitano e dalla quale traggono, general-
mente, ampie soddisfazioni a livello economico ed emotivo.
L'equivalenza tra malattia mentale e malattia somatica non costi-
tuisce una novità. Alcuni tipi di comportamento, come le allucinazio-
ni, sono state etichettate come malattie in molte culture e periodi sto-
rici. Ma si tende a dimenticare che invece altre culture forniscono
spiegazioni alternative. Un'allucinazione può costituire un segno del
fatto che una persona possiede particolari capacità e dovrebbe essere
consultata in caso di decisioni importanti; oppure può essere definita
una visione, una manifestazione religiosa (se chi attribuisce la defini-
_________________
11. Szasz, Thomas S. (1961), The Myth of Menta! Illness. Harper & Row, New
York, p.x. Si vedano ancora numerosi altri libri ed articoli di Szasz.
12. Scheff, Thomas J. (1966), Being Mentally III. Aldine Publishing Company, Chi-
cago, pp. 128-129.
13. Goffman, Asylums, p. 135. 14. Sarbin, Theodore R., a cura di, (1961), Studies in Beheviour Pathology. Holt,
Rinehart and winston, New York, p. 7.
15. Torrey, E. Fuller (1974), The Death of psychiatry. Chilton Book Company,
Radnor, Pa, p. 36.
16. Leifer, Ronaid (1969), In the Name of Mental Health. Science House, New
York.
pag 15-16 IL SISTEMA PSICHIATRICO cap 1
zione possiede lo stesso credo religioso del visionario). Di recente, un
numero sempre maggiore di comportamenti sono stati etichettati co-
me malattie mentali di gran lunga più di quanti siano stati tradi-
zionalmente definiti come pazzi.
Il problema di che cosa sia la malattia mentale si ricollega diret-
tamente ai principali dubbi filosofici, che la razza umana si è posta
nel corso della storia: che cose la mente? qual'è la relazione tra mente
e corpo? qual'è la relazione tra mente e cervello? Queste domande so-
no troppo importanti per essere lasciate agli psichiatri, la cui forma-
zione clinica non è, da questo punto di vista, sufficiente. Purtroppo a
causa della loro formazione gli psichiatri partono dal presupposto che
la malattia mentale esista come corrispettivo a livello mentale della
malattia somatica.
La legge ha il potere di costringere la gente a sottoporsi a tratta-
menti psichiatrici. Questo non accade nel caso di malattie somatiche,
eccetto rari casi in cui il Tribunale dei minori impone a genitori, che
si siano opposti alle terapie mediche, di far curare i loro figli. Il Tri-
bunale, in queste circostanze, assume la patria potestà e agisce nelle
veci dei genitori per tutelare gli interessi del minore. Quando il Tri-
bunale sentenzia che una persona, di qualunque età essa sia, venga
costretta a sottoporsi a trattamenti psichiatrici, esercita nuovamente
la patria potestà. Questo collegamento tra sistema medico e sistema
giuridico pone il paziente psichiatrico in situazione di svantaggio, co-
sa che non avviene per il paziente che presenta malattie organiche. I
Tribunali sono soliti inchinarsi dinanzi alle perizie psichiatriche ed as-
sumono che pazienti potenziali siano malati e necessitino di un tratta-
mento esattamente quanto il tribunale dovrebbe, invece, dimostra-
re- In aggiunta alla nozione di patria potestà, che fa riferimento al
presupposto che un individuo malato di mente sia incapace di inten-
dere e di volere, viene utilizzata un'altra tesi che conferma il potere
poliziesco dello Stato e giustifica il ricovero coatto di persone etichet-
tate come malati di mente. Questa tesi si basa sulla assunzione che le
persone malate di mente possano essere pericolose a sé stesse ed agli
altri, se non vengono rinchiuse. La convinzione della pericolosità dei
malati di mente è profondamente radicata nella nostra cultura. In
particolare, viene favorita dai mezzi di comunicazione di massa, che
di frequente ospitano racconti, in cui reati di violenza vengono attri-
buiti a malati di mente. Se la persona è stata precedentemente ricove-
rata in ospedale, il fatto viene immediatamente menzionato; altrimen-
ti, spesso un poliziotto o un'altra figura istituzionale sarà citata per
dimostrare che l'accusato è un «caso psichiatrico» o un «matto». Co-
me se non bastasse, i delitti non risolti vengono spesso attribuiti a
«pazzi».
Sia l'esercizio della patria potestà che quello del potere poliziesco
si basano su stereotipi, secondo i quali il futuro paziente è malato,
imprevedibile, pericoloso, incapace di aver cura di sé ed incapace di
agire nel proprio interesse. Nessuna di queste convinzioni è scientifi-
camente verificabile.
È stato per tutelare gli interessi di Robert Friedman che lo Stato
dell'Illinois ha decretato, nel febbraio 1975, il suo ricovero coatto in
un ospedale psichiatrico di Chicago. La reclusione di Friedman rap-
presentò un fatto di risonanza nazionale perché fu fermato dalla poli-
zia per accattonaggio, mentre aveva in tasca quasi venticinquemila
dollari in contanti. Secondo le argomentazioni della Procura dello Sta-
_________________
17. Tra i numerosi studi che hanno raggiunto questa conclusione si sono: Cohen,
L.H. e Freeman, H. (9, sett., 1945), How Dangerous to the Community Are State Ho-
spital Patients? Connecticut State Medical Joumal, pp. 697-700; Rappeport, Jonas R. e
Gruenwaid, Frances (giù. 1962), Evaluation and Follow-up of State Hospital Patients
Who Had sanity Hearings. American Joumal of Psychiatiy, 118, pp. 1078-1086; Rappe-
port, Jonas R. e Lassen, George (feb. 1965), Dangerousness Arresi Rate Compari-
son of Discharged Patient' s and the General population. American Journal of Psychia-
try, 121, pp. 776-783; Rappeport, Jonas R. (1967), Thè Clinical Evaluation of the Dan-
gerousness of the Mentally Ill. Charles C. Thomas, Springfield, 111.
18. Dershowitz, Alan M. (feb. 1969), The Psychiatrist's Power in Civil Commit-
ment: A Knife That Cuts Both Ways. Psychohgy Today, 2, m. 9., pp. 43-47.
pag.17-18 IL SISTEMA PSICHIATRICO cap 1
to, questo dimostrava la sua scarsa capacità di giudizio e la sua inca-
pacità di badare a se stesso, nonostante egli avesse lavorato per molti
anni (era stato licenziato l'anno precedente), fosse vissuto da solo e
non fosse mai stato giudicato bisognoso di cure. Lo psichiatra che lo
esaminò, dopo il ricovero coatto, dichiarò al Tribunale che Friedman
era uno schizofrenico-paranoide. Friedman aveva accumulato il suo
denaro in anni di attento risparmio, ma lo Stato, che si presume vo-
lesse tutelare i suoi interessi, si dimostrò molto più incauto col suo
denaro di quanto fosse stato lui stesso. Fu, infatti, costretto a pagare
ottocento dollari al mese per la sua cura; una cura che lo danneggiò a .
tal punto che, sette mesi dopo, era incapace di vivere da solo e fu,
pertanto, ricoverato in una casa di cura. Come se non bastasse, fu ob-
bligato a pagare la parcella di un avvocato incaricato dai suoi genitori,
favorevoli alla sua ospedalizzazione, oltre a quella del suo avvocato,
che aveva cercato di farlo rilasciare. Durante il processo d'appello, lo
Stato dell'Illinois rilasciò una confessione di errore, in cui si ammette-
va che non vi erano state valide ragioni per il suo ricovero iniziale.
Friedman, a questo punto, soffriva per gli effetti debilitanti del rico-
vero e delle cure obbligatorie e fu dichiarato incapace di intendere e
di volere. Quattordici mesi dopo essere stato dichiarato malato di
mente, Robert Friedman moriva19.
I sintomi patologici di Robert Friedman erano il tipo di vita fru-
gale che conduceva e il fatto che chiedesse l'elemosina. A causa di
questi lo Stato lo privò della sua libertà, di quasi tutti i suoi risparmi,
della salute e, infine, della vita.
Secondo lo psichiatra Thomas Szasz, il solo ruolo indicato per la
psichiatria in una società libera consiste nel lavorare con clienti con-
senzienti. La psichiatria istituzionale, a parer suo, è sostanzialmente
coercitiva, in quanto lo psichiatra istituzionale agisce non per conto
del suo paziente, che desidera rimenere libero, ma nell'interesse di al-
tri che vogliono che questi venga rinchiuso: in alcuni casi lo Stato, in
altri i familiari o gli amici. Il paziente non ha motivo di aver fiducia
nello psichiatra e spesso quest'ultimo interpreta questa mancanza di
fiducia solo come un segno di paranoia del paziente. E cosi il pazien-
te ottiene soltanto una dose maggiore di quello stesso trattamento
contro il quale aveva protestato.
Il trattamento psichiatrico istituzionale si basa prevalentemente
su terapie di natura fisica. I farmaci, che costituiscono il principale
metodo di trattamento, sono noti con il nome di «tranquillanti forti»
o «agenti antipsicotici». Come effetto principale inducono rallenta-
menti sia a livello psichico che motorio. I farmaci sono responsabili di
quella che è stata considerata una rivoluzione negli ospedali psichia-
trici, quando, fin dall'inizio degli anni cinquanta, il loro impiego si
diffuse enormemente. La vita all'interno delle istituzioni divenne più
quieta del solito, ma la parola impacciata e i corpi irrigiditi dei pa-
zienti rivelavano il costo di quella quiete. Il termine agente antipsicoti-
co implica che il farmaco corregge determinate disfunzioni di parti
del cervello, ma non esiste alcuna prova né della disfunzione, né del
potere curativo specifico del farmaco. Le farmaceutiche produttrici di
«Thorazine», il tranquillante maggiormente usato, confessano che «il
meccanismo preciso attraverso il quale vengono prodotti gli effetti tera-
peutici... non è noto»20.
Esiste un'altra considerazione, di gran lunga più negativa, da fa-
re sul largo uso di tarmaci, nelle istituzioni psichiatriche, specialmen-
te quando questi vengono somministrati a pazienti non consenzienti.
L'espressione «camicia di forza chimica» è diventata di uso comune
per descrivere gli effetti dei tranquillanti. Mentre può sembrare mol-
to più umano somministrare un farmaco a una persona, piuttosto che
legarla, in pratica si tratta soltanto di modi diversi per ottenere lo
stesso risultato. E per quanto essere legati possa risultare scomodo,
può essere preferibile ai comuni effetti collaterali dei tranquillanti,
quali (per quanto riguarda il «Thorazine» letargia, sonnolenza, pseudo-
parkinsonismo e la possibilità di sviluppare una sindrome cerebrale ir-
reversibile nota come discinesia tardiva (movimenti involontari e in-
controllabili della bocca, della lingua, della mascella e, in alcuni casi,
delle estremità)21. Altri tranquillanti forti hanno effetti collaterali si-
mili a quelli citati.
I tranquillanti sono utilizzati non soltanto negli ospedali psichia-
trici, ma in molti tipi di istituzioni dove un ampio numero di persone
sono assistite da personale sottopagato e scarsamente addestrato: isti-
tuti per ritardati, case di cura, centri di detenzione giovanile e prigio-
ni. Lo scopo è chiaramente quello di rendere più agevole la gestione
degli istituti. Uno studio, sull'uso dei tranquillanti in un istituto per
ritardati, arrivava alle conclusioni che i tarmaci avevano effetti positivi,
in quanto rendevano «la gestione del reparto più facile e più piacevo-
_______________________
19. Le informazioni su Robert Friedman sono state tratte da: The Docket: Test
Case Litigation. Montai Health Law Project Summary of Activities 2, nr. 1, (mar. 1976)
pp. 4-5; Franck, Leonard Roy (giù. 1976), Robert Friedman Is Dead. Madness Network
News 3, nr. 7, p. 11; Miller, Cercie (lugl.-sett. 1976), Robert Friedman Dead. State and
Mind 5, nr. 3, p. 17.
20. Physician's Desk reference, 30esima ediz. (Ordell, N.J.: Medical Economics
Company, 1976), pp. 1457-1458.
21. Ibid., p. 1458.
pag.19-20 IL SISTEMA PSICHIATRICO cap 1
le per il personale, che risultava essere più rilassato»22. Inutile dire che
erano i ricoverati, non il personale, ad aver ingerito i tranquillanti.
Nello stesso tempo, gli effetti collaterali dei tarmaci possono avere
aumentato, nei residenti ritardati, le difficoltà di apprendimento delle
abilità di base indispensabili per una vita autonoma al di fuori
dell'istituzione.
Gli ospedali psichiatrici sono simili alle prigioni, alle case di ripo-
so per anziani e ai riformatori tutti esistono per ospitare una va-
rietà di persone rifiutate dalla società, ma i primi hanno in più la giu-
stificazione di servire per la cura di malati di mente; un'affermazione
che può essere considerata del tutto retorica.
Una delle funzioni principali di un ospedale psichiatrico, come
per altre istituzioni «totali», consiste nell'esercizio del controllo. Le
vite dei pazienti sono costantemente tenute sotto sorveglianza. Come
scoprirono lo psicologo D. L. Rosenhan e i suoi colleghi quando, do-
po aver simulato sintomi di malattie mentali, si fecero ricoverare in
diversi ospedali psichiatrici:
La «privacy» personale è minima. Qualunque membro del personale
può entrare nell'alloggio di un paziente e rovistare tra le sue cose, per
qualunque motivo. La sua storia personale e le sue sofferenze sono acces-
sibili a qualunque operatore... che voglia leggere la sua cartella clinica...
Le sue pratiche igieniche e le sue abitudini evacuatorie vengono spesso os-
servate su teleschermo. Il gabinetto può non aver porte... gli pseudopa-
zienti avevano l'impressione di essere invisibili, o quanto meno di non
meritare alcun riguardo. Dopo essere stati ammessi, io e gli altri pseudo-
pazienti subimmo la prima visita medica in un stanza semipubblica, dove
membri del personale andavano avanti e indietro per sbrigare i loro affari,
come se noi non fossimo lì 23.
Tutti i volontarii che partecipavano allo studio ebbero esperienze
di depersonalizzazione, non perché fossero malati di mente, ma in
quanto «il contatto con i pazienti non è considerata una priorità signifi-
cativa negli ospedali psichiatrici tradizionali»24.
La maggior parte degli psichiatri definisce malattia mentale, ciò
che Thomas Szasz chiama «problemi esistenziali». Le persone che cer-
cano aiuto per risolvere i loro problemi esistenziali scoprono che spes-
so quell'aiuto non possono trovarlo nell'ambiente freddo e impersonale
degli ospedali psichiatrici. Avrebbero trovato maggiore soddisfazio-
ne appoggiandosi a piccole comunità di volontariato, dove tutti parte-
cipavano alle decisioni e nessuno veniva considerato meno che un es-
sere umano. Ma occorre volere essere aiutati. Robert Friedman, per
esempio, o Leonard Roy Franck avevano soltanto bisogno di essere
lasciati in pace. «Il mio unico problema esistenziale dice Leonard
Frank, consisteva nel fatto che gli altri non volevano lasciarmi in pa-
ce».
Quando le persone incontrano difficoltà nella vita, possono aiu-
tarsi reciprocamente. Gli psichiatri non possiedono il monopollo delle
conoscenze sulla solitudine, l'alienazione, la rabbia, o qualunque altra
difficoltà nella vita. Di fatto, gli psichiatri (che sono spesso esponenti
della classe media o superiore) possono non aver mai dovuto fronteg-
giare il tipo di problemi, che i loro pazienti più poveri affrontano
quotidianamente. L'ospedale psichiatrico, dove la comprensione del
contatto umano è una rarità e dove la psicoterapia (qualunque sia il
suo valore) è praticamente ignorata, non è certamente il posto in cui
le persone possano apprendere nuovi modi di affrontare la vita. Inve-
ce, sapendo che deve esistere un modo migliore, alcune persone si so-
no riunite per esplorare la possibilità di nuove alternative. Nel corso
degli anni sessanta, sono stati organizzati in molte zone servizi telefo-
nici di sostegno, centri per emergenze e centri di consulenza di ogni
tipo. Molti hanno fallito, ma molti altri si apprestano ad entrare nella
seconda decade di vita e altri ancora, nuovi, vengono continuamente
organizzati. È anche in rapida crescita il numero della case-ostello e
dei circoli sociali per pazienti psichiatrici non residenti.
Esistono alternative di tutti i tipi, ma qui diventa importante
specificare che cosa si intenda per alternativa. Alcune sono semplice-
mente mini-istituzioni, dove gli psichiatri sovrintendono al lavoro di
infermieri e di altro personale paramedico, dove le vite dei residenti
sono strettamente tenute sotto controllo e dove l'assunzione di farma-
ci è obbligatoria. Spesso è presente una venatura di democrazia, gra-
zie alla quale i residenti possono votare sulla scelta dei cibi e dei pro-
grammi televisivi, ma le vere decisioni, come quelle che riguardano
chi deve essere ammesso come residente o quali siano la regole da se-
guire, rimangono nella mani degli operatori. Altre strutture alternati-
ve sono più democratiche, anche se, in quasi tutte, sussiste ancora la
dicotomia tra personale e pazienti (personale/residenti o perso-
nale/clienti). Definisco un'alternativa reale, quella in cui il potere de-
cisionale sia effettivamente nelle mani di coloro che usufruiscono dei
servizi. Tali posti sono una rarità, ma quelli che ci sono, dimostrano
chiaramente con quali risultati positivi le persone possono aiu-
_____________________
22. Marker, Gail (1975), Institutional Drug Abuse. Meritai Health Laiv Project
Summary of Activities, p. 15.
23. Rosenhan, D. L. (19, gen. 1973), On Being Sane In Insane Places. Science,
179, p. 256.
24. Ibid.
pag 21-22 IL SISTEMA PSICHIATRICO cap 1
tarsi reciprocamente, in un ambiente organizzato in modo da massi-
mizzare le possibilità e le capacità di ciascun partecipante.
Permettetemi di precisare che cosa io NON considero modelli da
prendere in considerazione per il futuro. La tipica casa-ostello è orga-
nizzata seguendo le solite linee autoritarie gerarchiche dei tipici ospe-
dali psichiatrici, anche se su scala più piccola. Il dott. Richiard Bud-
son, psichiatra alla Harward Medical School, descrive il movimento
per l'organizzazione di case-ostello come un «programma basato su una
vera collaborazione tra medici, paramedici, la comunità e le sue agenzie
di servizi»25 i futuri residenti non sono neppure presi in considera-
zione. Secondo l'autorevole parere della rivista The Halfway Move-
ment «tutte le strutture definite come case-ostello (nella rivista) conserva-
no un orientamento medico»26 e si sottolinea che «se i residenti stessi in-
tendano dipingere un simile quadro (come quello fornito da amministra-
tori e dirigenti) è, ovviamente una questione aperta»27. Dal momento
che i residenti sono tuttora privi di volto e di voce, questa alternativa
risulta ancora troppo vicina al vecchio modello.
La comunità terapeutica fu organizzata dallo psichiatra Maxwell
Jones per migliorare la tradizionale organizzazione dei reparti psichia-
trici ospedalieri. Le cosi dette comunità terapeutiche sono divenute
una regola d'azione negli ospedali progressisti riconoscibili per gli
innumerevoli incontri di reparto, che raccolgono innumerevoli voti
per ogni decisione di scarsa importanza sulla vita nel reparto stesso,
mentre il personale operativo continua a prendere decisioni sulle que-
stioni importanti a porte chiuse. Jones ha scritto che in «una comuni-
tà terapeutica tutto il tempo trascorso dal paziente, in ospedale, deve es-
sere considerato come trattamento»28. L'orientamento è di tipo medico
il paziente è ammalato, il personale, al contrario, è sano, e l'obiet-
tivo del ricovero ospedaliere consiste nel curare il paziente. Il metodo
utilizzato nelle comunità terapeutiche viene descritto come metodo
democratico, ma solo se si accetta la strana definizione di democrazia
dello psichiatra Philip Margolis, che descrive la comunità come situa-
zione in cui «una persona era responsabile, ma acconsentiva che le deci-
sioni del gruppo prevalessero, con la consapavolezza che avrebbe potuto
sovvertirle, se avesse voluto>>29. Margolis così descrive la comunità tera-
peutica di cui era l'organizzatore nell'Ospedale dell'Università di Chi-
cago:
«Se non proprio un vera democrazia, il reparto costituiva certamente
una società sinceramente ugualitaria, in cui a tutti erano date le stesse
opportunità. (Quasi) tutti i membri della comunità erano soggetti alle
stesse regole e alle stesse condizioni di lavoro, così come gli stessi diritti e
privilegi, tenuto conto del particolare ruolo che ciascuno rivestiva all'in-
terno della comunità. Il personale era il personale e i pazienti erano i
pazienti; c'era ancora una gerarchla tra i membri del personale e alcuni
pazienti erano più gravemente ammalati di altri. Ma queste condizioni e
circostanze erano comprensibili e rese esplicite, e facevano parte del gioco
per cui esistevano determinate regole»30.
Il tipo di regole di cui parla Margolis si ritrovano in molte comu-
nità terapeutiche ospedaliere. È emblematica una lista di regole, lunga
otto pagine, distribuita dalla Adolescent Unit, nell'Ospedale statale di
Haverford (Pa), ai suoi pazienti31. I pazienti appena arrivati vengono
assegnati alla Fase I; è consentito loro di lasciare il reparto solo sotto
scorta di un membro del personale e possono ricevere tefonate o visi-
te dei familiari a discrezione del personale. Per poter passare alla Fase
II, i pazienti devono convincere il personale «che si impegnano attiva-
mente per superare i loro problemi e partecipano ai programmi terapeutici
stabiliti32. Molti adolescenti vengono ricoverati, in quanto non soddi-
sfano le richieste dei loro genitori; «impegnarsi attivamente per risolvere
i propri problemi» chiaramente significa modificare il proprio compor-
tamento per conformarlo alle aspettative dei genitori. La ribellione
degli adolescenti diventa così malattia mentale.
Il sistema continua con le Fasi III, IV e V, nelle quali il paziente
è coinvolto nelle votazioni decisionali della comunità, ossia, i pazienti
nelle fasi più alte votano sui passaggi di fase degli altri pazienti.
La comunità si esprime con il voto se accettare o meno i cambia-
menti proposti. Le decisioni vengono prese sulla base della maggioranza
dei voti. Tuttavia, poiché la responsabilità della decisione finale spetta
_______________
25. Budson, richard D. (giù. 1973), Thè Psychiatric halfway house, Psichiatrie An-
nak, 3, nr. 6, p. 83.
26. Raush, Harold L. e Raush, Charlotte (1968), Thè Halfway House Movement.
Appleton-Century-Crofts, New York, p. 45.
27. Ibid., pp. 44-45.
28. Jones, Maxwell (1953), Thè Therapeutic Community. Basic Books, New York
p.53.
29. Stanton, Alfred H. e Schwartz, Morris S. (1954), The Mental Hospital, Basic
Books, New York, citato in Margolis, Philip M. (1973), Patient Power. Charles C.
Thomas, Springfield, 111., p. 150.
30. Margolis, Patient Power, p. 151 (enfatizzato).
31. Haverford (Pa) State Hospital, Adolescent Unit Phase System and Communi-
ty Rules, copie per distribuire, non impaginate.
32. Ibid.
pag. 23-24 Judi Chamberlin : DA NOI STESSI cap. 1
alla comunità, nei casi necessari 33.
Nelle Fasi IV e V, i pazienti diventano compagni, assegnati ad al-
tri pazienti delle fasi inferiori del reparto. I compagni sono incaricati
di riferire al personale qualunque violazione delle regole, compiuta
dalla persona che accompagnano.
E' molto difficile conservare la propria integrità nelle condizioni
imposte dal sistema della comunità terapeutica. In poche parole, si
impone ai pazienti di tradirsi gli uni con gli altri. Opporre resistenza
al sistema può comportare punizioni. Ad esempio, «se aree (del repar-
to) vengono lasciate in disordine, l'intera comunità (eccetto ovviamente il
personale) può venire considerata responsabile e punita»34. Ci si aspetta
che i pazienti collaborino a rinforzare gli obiettivi e le aspettative del
personale. Ma possiamo considerare il conformismo come una reale
misura di salute mentale?
Le persone che scrivono i regolamenti per le comunità terapeuti-
che sembrano convinti di questo. Le punizioni (stare nella propria ca-
mera dopo cena fino all'ora di dormire) vengono inflitte per violazio-
ni di tipo «stare nelle carrozzelle sul terreno... uso eccessivo di linguaggio
blasfemo... e comportamento indecente (una regola particolare indefinita
e vaga)»35. Lo scopo dichiarato è di «aiutarvi ad imparare ad ottenere
quanto volete dalla vita, esercitando l'auto-controllo sulle vostre
azioni»36. In queste condizioni, al paziente non rimane che decidere
(o almeno far finta di decidere) di fare quanto tutti si aspettano da
lui. La mistificazione insita nella frase «ciò che voi desiderate fare» è
ovvia, in un sistema così coercitivo.
Anche i servizi e le iniziative ricreative per ex-pazienti sono or-
ganizzati secondo modelli autoritari e antidemocratici, specialmente
quando si arriva alle decisioni più importanti. Nel quarto capitolo
esamineremo i casi di Fountain House e Center Club, due esempi mol-
to noti.
Le iniziative alternative organizzate e controllate dai pazienti
stessi37 sono molto diverse. Invece di una struttura gerarchica, dove
alcuni pazienti partecipanti sono chiaramente incaricati di tutelare gli
altri, le vere organizzazioni alternative sottolineano l'importanza di
una struttura democratica e basata sulla cooperazione. Anche se vi
può essere una suddivisione delle funzioni, questa è fluida, e una per-
sona che, in un certo momento, assume il ruolo di aiutare gli altri,
può, in un altro momento, limitarsi a ricevere aiuto. Soprattutto, ci
sono posti dove nessuno, per quanto male possa stare, viene guardato
con disprezzo come un caso disperato o meno che umano.
Idealmente, una rete di strutture di comunità, per persone in
stato di crisi acuta e per persone con difficoltà a lungo termine, po-
trebbe eliminare completamente gli ospedali psichiatrici. Le strutture
potrebbero essere di diverso tipo, a seconda dell'ambiente e del tipo
di cliente che le utilizza, ma tutte verrebbero organizzate su basi de-
mocratiche, lasciando il potere decisionale interamente nelle mani dei
clienti. Le persone non verrebbero considerate malate o sane, ma sol-
tanto individui che cercano di vivere la loro vita, utilizzando al massi-
mo le loro capacità. Esigenze particolari e speciali dovrebbero essere
riconosciute. Le persone del Terzo Mondo, ad esempio, potrebbero
organizzare iniziative in cui tutti i partecipanti avessero esperienza
delle difficoltà incontrate dai gruppi minoritari e fossero in grado di
non confondere utili meccanismi di sopravvivenza con comportamenti
patologici. Persone anziane, ancora forti ed in salute, possono incari-
carsi di fornire sostegno ad altri anziani meno autonomi. Gli omoses-
suali possono fornire modelli di ruolo per altri omosessuali in difficol-
tà. Piuttosto che diventare riceventi passivi di cure istituzionali, le
persone in difficoltà potrebbero venire aiutate a scoprire i propri
aspetti positivi e la propria forza, nel momento in cui aiutano gli al-
tri.
È il cliente stesso che definisce quali siano i suoi bisogni. Le per-
sone che si comportano in modi, che gli altri giudicano causa di guai,
ma che essi stessi ritengono soddisfacenti, non dovrebbero venire co-
strette ad usufruire di servizi, non importa quanto umani, contro la
loro volontà. La funzione di controllo sociale del sistema psichiatrico
attuale non deve essere trasferita nel modello alternativo, altrimenti
quest'ultimo perde il suo carattere di alternativa. Il sistema alternati-
vo avrebbe lasciato in pace Robert Friedman o Leonard Roy Frank.
Si potrebbe obiettare che questo sistema tralascia di curare molte
persone bisognose di un trattamento. Ma duecento anni di psichiatria
istituzionale hanno dimostrato che gli ospedali psichiatrici non posso-
no aiutare chi non vuole essere aiutato. La reclusione non costituisce
un trattamento.
____________________
33.Ibid.
34.Ibid.
35.Ibid.
36.Ibid.
37. Si utilizza la parola paziente per includere gli expazienti, i residenti e i clienti.
___________________
(fine capitolo1) Judi Chamberlin : Da noi stessi , ed. Aldo Primerano, Roma 1990