Segnalazione libro: G. Malega ci segnala il libro

Giorgio Nardone : manuale di sopravvivenza per psico-pazienti - Ponte alle grazie editore 1994 - 2002, 13 Eu .

Il libro tratta prevalentemente di psicoterapie per ansia depressione fobie panico e simili, cioè quelle che anni addietro erano chiamate nevrosi solo marginalmente quindi le psicosi cioè la pazzia (schizofrenia, mania, maniaco depressione). Nel mare magnum di libri che trattano/propagandano questa o quella psicoterapia per tali 'affezioni' o 'disturbi' leggeri, in numerosi libri che riempiono strabordando l'apposito scaffale delle librerie, Nardone con questo libro fa una rassegna delle attuali principali terapie confrontandole. Confrontando anche i risultati e i tempi. E propagandando una delle versioni più recenti , la "psicoterapia breve-strategica", da lui appunto adottata come terapeuta di professione. Facendo le bucce innanzi tutto alla vecchie psicoterapie di derivazione freudiana.

Il libro critica anche ampiamente, oltre alle vecchie pratiche psicoterapeutiche, anche le posizioni e le teorie psichiatriche, in particolare l'inconsistenza scientifica delle "diagnosi" psichiatriche..

Al solito l'handicap fondamentale secondo chi scrive di questa come di pressoché tutte le teorie e pratiche psicoterapeutiche è l'accettare come un dato di fatto che ci sia una 'malattia' e che quindi ci voglia un esperto a 'curarla' . Non balena, all''esperto', che chi ha la 'fobia' ad es. di starsene chiuso in casa, sta in realtà applicando la migliore strategia rispetto il circostante, starsene appunto chiuso in casa. .. . Comunque pare che gli sforzi a pagamento di quest'ultima tecnica psicoterapeutica, "psicoterapia breve-strategica" di Watzlawick , Nardone, Haley , .., ottenga risultati a fare rientrare validamente nel mondo comune (necessarie sedute settimanali da alcuni mesi a tre anni ..) .. . Il libro è comunque una rassegna delle varie psicoterapie, non una descrizione completa della "psicoterapia breve-strategica", quale si trova invece in altri libri di Nardone. E per completezza avvertiamo che tale psicoterapia è in concorrenza con la "psicoterapia cognitiva".

Il libro è una edizione successiva di un originale del '94 , e questo è un suo limite, specialmente per quanto riguarda gli psicofarmaci. Infatti nei primi anni 90 non era ancora ben chiaro, la propaganda farmaceutica imperava, che tutti gli psicofarmci -non solo gli ansiolitici - producono pesanti assuefazioni e che vanno tutti dismessi molto gradualmente. Questo è stato ampiamente accertato solo successivamente. Su questi psicofarmaci - specialmente gli antidepressivi SSRI e gli antipsicotici litio e neurolettici - l'autore mostra una pericolosa mano leggera se non accondiscendenza, che avrebbe potuto e secondo noi dovuto correggere nelle successive edizioni - l'ediz. attuale sulle bancharelle dei librai è del 2002. Ma non l'ha fatto. E' il nostro appunto grave a questo libro. Che però ha il merito di smascherare moltie presunzioni freudiane e psichiatriche. Alleghiamo qui il primo capitolo, in versione integrale.


Giorgio Nardone : manuale di sopravvivenza per psico-pazienti - Ponte alle grazie editore 1994- 2002, 13 Eu

capitolo1 : Quando la diagnosi "inventa" la malattia

Il giorno 27 aprile 1989 nella città di Grosseto è accaduto un fatto apparentemente strano che, dal mio punto di vista, introduce perfettamente il tema di questa mia esposizione

Una donna in preda ad una crisi «maniaco-depressiva» venne condotta al Pronto Soccorso del locale ospedale. In tal luogo i medici, dopo una visita sommaria, somministrarono alla persona una forte dose di sedativi e la ricoverarono. Ma, siccome l'ospedale non era fornito di un reparto psichiatrico e poiché la signora risiedeva in un'altra regione e le sue cure sanitarie erano quindi di competenza della USL di appartenenza, il ricovero venne programmato come un'urgenza in attesa del trasferimento presso una clinica del proprio territorio, dotata di un idoneo servizio psichiatrico.

Il giorno dopo arrivò l'ambulanza e gli infermieri andarono a prelevare la signora per il trasferimento. Questi trovarono una signora seduta sul letto e la invitarono a seguirli fino all'ambulanza. La signora rispose con tono scocciato affermando di non essere lei la «malata» e che stavano sbagliando persona. Gli infermieri insistettero e lei cominciò ad irritarsi alzando la voce, ma questi cercarono di prenderla con la forza. La donna si dimenò violentemente urlando; venne pertanto chiamato il medico di guardia che le fece un'iniezione di forte sedativo, dopo di che ella venne finalmente caricata nell’ambulanza. Durante il viaggio furono necessarie altre dosi di sedativo per le reazioni «violente» che la persona manifestava ogni qual volta si riprendeva. Ma il fatto sorprendente per medici ed infermieri fu che l'ambulanza venne fermata da una pattuglia dei carabinieri alla stazione di Orte, poiché questi erano stati avvisati che la persona prelevata non era quella giusta, ma una parente della persona ricoverata per il «disturbo psichico».

Al di là del carattere grottesco e drammatico di questo episodio, viene da chiedersi: come è possibile che accada una cosa simile? Come è possibile che si scambi una persona perfettamente equilibrata, che addirittura presta servizio di assistenza, per una malata di mente?

La mie risposte a tali interrogativi rappresentano l'argomentazione fondamentale di questo saggio.

La prima importante constatazione da fare è che, dal momento in cui una persona viene ricoverata con una diagnosi quale: «dísturbi maniaco-depressivi» o «crísi ciclotimica» o «psicosi endogena» ecc., una serie di avvenimenti come quelli sopra descritti, anche se può apparire bizzarro affermare ciò, sono una diretta e prevedibile conseguenza di tali attribuzioni o meglio etichettamenti patologici e patogeni.

Per esempio, nell'aneddoto riferito, quando la signora è stata prelevata dagli infermieri che hanno trovato una donna vestita di tutto punto, seduta sul letto accanto alla valigia, questi non potevano certo immaginare che questa fosse una parente della reale malata, la quale in quel momento era alla toilette.

Quando poi la signora, presunta «disturbata mentale», ha cominciato a ribellarsi, la sua ribellione, in «escalation» rispetto all'insistenza degli infermieri, ha paradossalmente confermato loro che avevano a che fare con una donna certamente affetta da alterazioni psichiche e che quindi era proprio lei la persona da prelevare. Infatti lei, dal loro punto di vista, in quel momento stava «depersonalizzando». Chiaro sintomo questo, secondo la tradizionale nosografia psichiatrica, di grave alterazione psíchica. Ma chi al posto della signora non si sarebbe ribellato e pertanto non avrebbe dato espressione di «depersonalizzazione»?'

Come il lettore può ben capire, dal momento in cui si attribuisce ad un soggetto una diagnosi psichiatrica, qualun-que reazione questi possa manifestare (reazioni che in altri contesti situazionali sarebbero ritenute perfettamente sane) conferma la diagnosi di malattia mentale. Siamo di fronte, nel caso della nosografia psichiatrica tradizionale, ad un perfetto esempio di quelle che l'insigne epistemologo Karl Popper proposizioni autoimmunizzanti,ossia proposizioni che non possono essere smentite in quanto si autolegittiminano sia con la loro efficacia che con il loro fallimento.Popper definisce le discipline che basano la loro su tali proposizioni come discipline come discipline determistiche-riduzionistiche e/o fideiste e perciò non scientifiche. Un po’- come "barone di Munchhausen il quale, una volta caduto nella palude insieme al suo cavallo, tira fuori se stesso ed il cavallo, tenuto stretto tra le ginocchia, dalle sabbie mobili tirandosi per il codíno con la sua forte mano destra (WatzIawíck 1990).


Tornando dalla teoria alla pratica, ciò che appare più preoccupante è proprio il fatto che, se si assume un tale tipo di teoria e classificazione rigida, e per nulla dimostrata, in relazione a ciò che è sano ed insano della mente e del comportamento umano, trappole situazionali come quella sopra descritta diventano la norma. Questo a causa del fatto che colui che detiene il potere di diagnosticare il sano e l'insano di mente è lui stesso intrappolato nella sua teoria e nelle conseguenti pratiche diagnostiche.

Per rendere chiaro questo concetto ed il connesso processo di autoreferenza insito nella assunzione dei criteri diagnosticí psichiatrici, basta analizzare i risultati, ancor più sorprendenti rispetto all'aneddoto di Grosseto, di una importante ricerca scientifica effettuata dall'insigne psicologo David L. Rosenhan (1988), pubblicata anche sulla rivista «Science» nel 1973; ma questo è un lavoro purtroppo dimenticato od occultato dalla psichiatria.

Di fronte a questa ricerca anche colui che ha la più ferma fede nella nosografia psichiatrica non potrà che cedere all'evidenza dei fatti. A meno che, come nel caso di Hegel, non si affermi che « se i fatti non concordano con la teoria, tanto peggio per i fatti». La ricerca di Rosenhan fu un lavoro sperimentale che aveva come obiettivo la verifica della diagnosi e dei trattamenti psichiatrici. A tale scopo fu preparato un gruppo di psicologi i quali si presentarono accompagnati dalle loro reali famiglie presso circa una dozzina di cliniche psichiatriche statali e private in diverse zone degli USA. Il progetto prevedeva che ognuno di loro, insieme ai familiari. dichiarasse all'accettazione della clinica tutta la verità sulla propria «sana» storia personale e familiare aggiungendo soltanto che ultimamente sentiva delle «voci». Quindi ognuno di loro raccontò la propria «anamnesi» personale di persona perfettamente equilibrata, con in pratica la autodichiarazione di malato sulla base del sintomo del «sentire voci»: il sentire voci viene ritenuto nella tradizionale psichiatria l'indicatore elettivo della psicosi, ossia di una grave malattia mentale. Tutti i ricercatori, infatti, furono ricoverati con la stessa diagnosi: «psicosi endogena». Traduzione etimologica: psicosi che viene da dentro; già il concetto appare piuttosto fumoso, limitato e limitante.

I ricercatori avevano, una volta ricoverati, il compito di osservare attentamente le dinamiche interne all'ospedale psichiatrico e di riempire dei veri e propri protocolli osservativi. Questo loro modo di agire fu classificato dagli psichiatri e dagli infermieri, in quasi tutti i casi, come una «compulsione maniacale» allo scrivere.

Come il lettore può ben capire, uno studioso nel ruolo di «matto*, che osserva ed annota le proprie osservazioni, conferma con il proprio strano operato la propria diagnosi e, guarda caso, anche per tale strano comportamento la classificazione psichiatrica offre un'indubitabíle etichetta: «compulsioni maniacali». Il personale ospedaliero non si rese conto di avere a che fare con dei ricercatori. A due ricercatori poi accadde un'esperienza particolare in quanto vennero rifiutati ed aggrediti verbalmente dai «reali matti» perché non li volevano tra di loro. Tale comportamento veniva giustificato con l'affermazione: «Loro non sono matti».

A quanto pare, gli unici in grado di capire erano gli altri malati «veri».

La ricerca sperimentale si concluse dopo alcuni mesi, quando la degenza dei pazienti fu conclusa. In nessun caso al personale delle cliniche venne il dubbio di non avere a che fare con dei «matti».

Io ritengo che questo lavoro non dovrebbe essere mai dimenticato, in quanto dimostra inequivocabilmente la completa inefficacia e rigidità della diagnosi psichiatrica e della tradizionale classificazione dei disturbi psichicí,' e fa emergere di conseguenza il pericolo di una pratica psichiatrica basata su tali mistificanti e riduttive concezioni. Se il lettore vuole avere poi una ulteriore prova della inattendibilità di qualunque forma di etichettamento e di rigida classificazione psicopatologica, è bene ricordare come nel passaggio dal DSM III al DSM III R (l'evoluzione del manuale internazionale di diagnosi dei disturbi mentali) è stata operata la più grande terapia di massa mai conosciuta.

Infatti i curatori dell'aggiornamento del manuale, sotto la pressione dei gruppi politici gay americani, hanno cancellato dalla classificazione dei disturbi mentali la omosessualità, la quale nella precedente versione era inserita tra i gravi disturbi mentali definiti «perversioni», operando così una vera e propria guarigione di massa con un semplice tratto di penna. Come il lettore può ben rilevare, questo è un poderoso atto linguistico performativo: ciò che prima era «malato» per definizione, diventa di colpo «sano» per definizione.

E a proposito di atti linguistici capaci di definire una realtà e poi costruirla si impone una riflessione. Nel caso della classificazione psichiatrica si osserva infatti anche un altro interessante fenomeno ben noto agli studiosi del linguaggio e della pragmatica:ossia il fenomeno relativo al fatto che dare un nome a una cosa significa costruire una realta’, la quale, anche se completamente inventata e scollegata dalla realta’ empirica,diviene una referenza effettiva “ come se” la cosa nominata esistesse davvero.

Questo fenomeno di costruzione di realtà attraverso la denominazione di qualcosa era già ben noto a Kant (1985); ma gli autori che sicuramente definiscono meglio la struttura e l'effetto di tali atti linguistici sono Austin e Spencer Brown.
Il primo,nella sue lezioni ad Harward, specifica quel tipo particolare di atti linguistici da lui definiti performativi come quelle forme di comunicazione che costruiscono effettivamente, nel loro esprimersi, realta’ concrete al di la’ dell’effettiva concretezza di tali realta’. Dare il nome a qualcosa,anche se tale cosa non esiste, significa, pertanto, creare una realta’ inventatata che produce effetti concreti e che quindi diviene “esistente”. Spenser Brown,nel suo lavoro Laws of form, distingue tra il linguaggio indicativo e linguaggio ingiuntivo, specificando come il secondo tipo di linguaggio sia proprio delle prescrizioni di realtà, ossia di quelle tipologie di comunicazione che, in accordo con quanto affermato da Austin, costruiscono effettive realtà concrete sulla base di atti meramente linguistici.

Appare a me evidente come, se assumiamo la classificazione tradizionale delle psicopatologie, effettuiamo atti performativi ed ingiuntivi del tipo descritto da Austin e Brown. Infatti se si definisce un soggetto “psicotico”,la sua famiglia lo trattera’ come tale,i conoscenti lo tratteranno con circospezione,lui stesso si identifichera’ con l’etichetta comportandosi come se fosse psicotico. Il risultato di tale complessa interazione di processi comunicativi e realzionari sarè che egli stesso finirà per confermare la “ profezia diagnostica”.

Oppure se un'importante casa farmaceutica mette a punto un farmaco ritenuto idoneo alle sedazioni di improvvisi momenti di paura, ecco che viene inventata la categoria diagnostica di sindrome di attacchi di panico. Tale definizione linguistica ha letteralmente inventato una nuova patologia, alla quale hanno fatto riferimento successivamente sia pazienti che dottori. Ovviamente tutto ciò ha condotto a far diventare quel farmaco il più grande bestseller che la farmacologia abbia conosciuto (Breggin 1991).

A questo punto illettore potrebbe preoccuparsi e domandare: - Ma se la classificazione dei disturbi mentali non funzionano, come possiamo discriminare la conoscenza e l'intervento su tali tipologie di problemi umani? - Ebbene la rottura con i rigidi schemi della psícopatologia tradizionale non significa diventare naufraghi senza alcun approdo. Anzi, dal nostro punto di vista, e’ sostituendo un sistema rigido di regole con un sistema elastico e con capacita’ di autocorrezione che si abbandona il vecchio transatlantico incapace di navigare in acque basse ed in stretti passaggi per passare all’utilizzo di una flotta variegata di imbarcazioni selezioante a seconda del mare che si deve affrontare e degli scopi della missione.
Il passaggio e’ da un modello riduzionista/determinista ad un modello costruttivista e strategico di conoscenza che possiede elasticita’ e proprieta’ autocorrettive.
Da un sapere basato sul “perche’” ad un saper fare basato sul “come”.Da una ricerca delle “cause” ad una messa a punto delle soluzioni”.
Del resto, affermavano Philippe Pinel nel suo Trattato sull'insanità (1866) e J. Etienne Esquirol (1845), «l'insano è colui che, come sosteneva Locke,sulla base di scorretti principi ragiona e agisce in modo corretto, sebbene le conseguenze siano erronee». Pertanto nessuno vuole negare l'esistenza di quelle particolari realtà che sono i disturbi psichici e comportamentali, ma si intende sostituire ad una tradizionale, obsoleta e pericolosa classificazione psichiatrica una moderna prospettiva di conoscenza ed intervento su tali disturbi che garantisca reale efficacia ed ef-ficienza terapeutica, e, in primis, rispetto per la persona che chiede aiuto.

Attualmente esiste un orientamento, internazionalmente affermato ma tuttora in crescita, basato su di un modello di conoscenza di tipo costruttivista-strategico che fa riferimento da una parte alla più recente evoluzione della epistemologia e degli studi sul funzionamento della mente (Bateson 1978, 1984; Glaserfeld 1979, 1988, 1994; Foester 1970, 1973, 1974, 1987; Maturana 1978, 1992; Varela 1975, 1979, 1988; Orstein 1986; Prigogine 1993; Salvini 1988; WatzIawick 1980), dall'altra si riferisce ad un modello di logica delle azioni terapeuti.che che si costituisce sulla base degli obiettivi preposti e che si corregge sulla base della interazione tra il sistema osservato ed il sistema osservante, o meglio tra medico e paziente (Elster 1983; Da Costa 1989; Neumann, Morgenstern 1994; Naràone, WatzIawick 1990).

Per riferirsi, sebbene in maniera minimale, alla moderna prospettiva costruttivista-strategica di conoscenza ed intervento sui disturbi mentali, si deve prendere avvio di fatto che la realtà viene considerata qualcosa che ogni soggetto costituice mediante i suoi processi percettivi, i suoi processi cognitivi, le sue teorie di riferimento e la sua comunicazione con se stesso, con gli altri e con il mondo. Processi che sono sempre individuali ed originali, poiché varìano a seconda delle caratteristiche di un individuo, delle sue esperienze e del suo contesto relazionale.

Pertanto non esiste mai una realtà «vera», ma tante «diverse» realtà a seconda del punto di vista che si assume, a seconda delle nostre elaborazioni cognitive, a seconda delle nostre teorie di riferimento; ed infine in relazione a come tutto ciò viene comunicato a noi stessi, agli altri ed al mondo. Da questa assunzione deriva che qualunque realtà noi ci troviamo a vivere, sana o insana che sia, è il frutto di una attiva interazione tra noi stessi e la realtà stessa. In altre parole, ognuno di noi costruisce una realtì che poi subisce. Da questa ottica anche i disturbi mentali diventano il prodotto di una interazione tra soggetto e realtà, in particolare di una modalità disfunzionale di percezione e reazione nei confronti di realtà che coinvolgono inevitabilmente la relazione tra il soggetto, se stesso, gli altri ed il mondo.

Processo questo all'interno del quale, se cambia il modo di percepire la realtà, cambierà di conseguenza anche la reazione nei confronti della medesima. Appare evidente come in questa maniera si passi da una rigida formulazione classificatoria dei disturbi mentali ad una visione costruttivista dei problemi umani concepiti come disfunzionali sistemi di percezione e reazione nei confronti della realtà. Questa formulazione innovativa, oltre che condurre a più rigorose e feconde conoscenze sul piano teorico, porta ad una forma pragmatica di operatività clinica che si è dimostrata molto più efficace ed efficiente (Nardone, WatzIawick 1990; Nardone 1991, 1993; Sirigatti 1994) delle metodiche terapeutíche basate sulle tradizionali teorizzazioni psichiatriche e/o psicanalitiche, per la quale rimandiamo a parti successive di questo testo.