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Sara: Una visita dallo specialista psichiatra
Come la presunzione psichiatrica e l'incapacità della famiglia ad accettare un periodo di giù di corda e di incertezze totali, si assommano a definire il "malato psicotico" - di solito 'diagnosi' 'cure' e marginalizzazione a vita.
[Scritto inviato da Sara , 5 nov 2002 a www.antipsichiatria.it sezione "Esperienze" - lo trascriviamo anche per segnalare che in www.antipsichiatria.it ci sono materiali direttamente prodotti da exutenti -utenti]
Sara: Una visita dallo specialista psichiatra
Tutto è cominciato la primavera scorsa, dopo un brutto litigio a casa dei miei. Io mi sentivo sempre peggio, a distanza di qualche mese dalla sospensione degli antidepressivi ero di nuovo uno straccio.
Così, al termine della discussione ho detto a mia madre che per qualche giorno non l'avrei chiamata, che capivo la sua preoccupazione nel vedermi così, ma che non ne potevo più della telefonata quotidiana, ero molto arrabbiata e avevo bisogno di non pensare alla mia famiglia, di raccogliermi isolandomi davvero per una volta.
Dopo tre giorni di silenzio, mia madre decide di telefonarmi, fa tre chiamate il quarto giorno e io non rispondo. Non rispondo perché dopo aver tanto pianto ed essere stata tesa come una corda di violino sto dormendo. Con i tappi per le orecchie, perché i vivo in un condominio molto rumoroso, mai un attimo di pace e di silenzio, né dentro né fuori. Fatto sta che i miei vengono presi da un'angoscia disperata. Chiamano i carabinieri. Suonano alla porta. Non sento. Rumore di voci e vetro rotto. Mi ritrovo genitori e carabinieri davanti. Tutto sembra finire lì, perché non stavo facendo niente.
Lo shock è comunque forte, non mi ci voleva anche questa. Per un fraintendimento poi. Comunque la situazione si è fatta talmente insopportabile che mia madre mi prega di trovarmi un altro psichiatra e io cedo. Cedo dopo due anni che non vado da uno di loro, perché l'ultimo mi ha scaricata dopo quasi quattro anni di psicoterapia dicendomi che non sapeva più cosa fare per me. Sarei rimasta anche solo per andare una volta al mese o due ma non accetta. E io mi sento senza più la terra sotto i piedi. Passo due anni d'inferno durante i quali nei momenti peggiori (due periodi) chiedo le medicine dal mio medico di base.
La richiesta di mia madre arriva in un periodo di tale depressione che non riesco nemmeno più ad accettare farmaci. Per la prima volta in vita mia non ho nemmeno un'amica con la quale confidarmi. Sei mesi prima una brutta delusione e ho litigato con le amiche più care. Non c'è una sola cosa che vada bene. Il rapporto con mio fratello che era per me così importante è ormai inesistente. Vive in una città lontana dalla mia e ricucire è difficile. Avere a che fare con me quando sto davvero male è difficile e io sono tanto stanca di sentirmi in colpa e di dare spiegazioni. In più ho il terrore di essere ricoverata, di subire un TSO, proprio perché sto così male. Sento che non ce la faccio più. Ma mia madre mi chiede di fare un altro tentativo e io mi sento in colpa per avere provocato tanto dolore. Ho trentadue anni e ormai è difficile trovare il nome di un nuovo medico, dopo quindici anni di depressione. Vado in un servizio pubblico, ai poliambulatori e quella che segue è la descrizione della seduta.
E' il 17 giugno. Chiedo io a mia madre di parlare lei di persona con questo dottore per averne un impressione e per accennargli qualcosa: è così difficile parlare per me che mi riduco ad una richiesta del genere. Così lei va, le sembra una persona gentile, altre informazioni non riusciamo ad avere:ho l'appuntamento nel primo pomeriggio di uno dei pochissimi giorni di caldo micidiale. Mi sembra già un incubo. Mia madre mi accompagna. Sono sempre riuscita ad andare da sola, ma non me la sento più.
…
Quindi fa un caldo mostruoso e siamo io e mia madre in questa sala d'aspetto fredda e asettica. "Casualmente" l'ambulatorio del dedico presso il quale - purtroppo - ho appuntamento è situato proprio di fronte all'infermeria. La mia paura sta diventando terrore. Capisco che in luoghi come questo arrabbiarsi e alzare la voce può costare caro, anche se hai delle ottime ragioni per farlo e se la tua reazione non è più violenta di quella di tanta gente irritata dal traffico o in lite con qualcuno. La differenza sta nel fatto che qui la rabbia viene subito sedata e certificata, per la facilità che la vicinanza all'ambulatorio consente.
Sento la calma apparente. Mia madre con dolcezza mi dice che tocca a me, il dottore non esce ad accogliere. Qui di accogliente non c'è proprio nulla.
Entro nervosa, a testa bassa. Mi siedo. Davanti a me una scrivania, dietro la scrivania qualcuno impettito e molto desideroso di mostrarsi sicuro di sé. Poco più in là un lettino da visita medica, un lavandino: Come lo studio di un qualsiasi "specialista", eppure è un edificio che, a pochi metri dall'ospedale, è adibito solo a visite psichiatriche, un CIM, insomma.
La prima domanda mi viene rivolta come un rimprovero: "Come sta, OGGI?". Ecco, penso che, avendo saputo cos'era capitato , qui tirerà una brutta aria e, infatti, al mio silenzio risponde infastidito "Se non parla lei devo continuare a farle domande io, allora, me lo dice a cosa sta pensando?!?". Ha anche alzato la voce. "Penso a come faccio ad essere ancora qui da uno psichiatra". "Ah, ecco, e come mai è qui?". "Lei lo sa benissimo, ha parlato con mia madre e mi ha chiesto come sto OGGI, non in generale proprio per questo". "Allora mi dice in generale eh? Come sta? SI RENDE CONTO DI QUANTO STA FACENDO SOFFRIRE I SUOI GENITORI?"
Gli dico che non sono qui per essere sgridata né per farmi inculcare altri sensi di colpa, ne ho già abbastanza per conto mio. Risponde che dei sensi di colpa parleremo dopo (ha già tutto lo schema della seduta in mente) e scoprirò poi che intende che i miei genitori devono farsi aiutare per superare i LORO sensi di colpa. Mi chiede se ho delle amiche. No, da sei mesi in trentadue anni, per la prima volta non ho nessuno vicino a me, qualche conoscenza, nient'altro. "Lavora?". "Sa già che non lavoro, ha parlato con mia madre." Mi sento sempre peggio, mi sembra di essere intrappolata in un incubo, ma l'incubo è reale. Gli chiedo perché continua a farmi domande se crede di sapere già tutto. La mia storia qui non conta niente. Io non esisto come persona.
Replica che non sa niente. Rispondo con un "infatti" sarcastico ed è l'inizio della fine. In una sequenza che non riesco più a riportare con precisione, mi vengono sciorinate le seguenti perle di saggezza (con parole e toni che però ricordo perfettamente e ricorderò per tutta la vita):
"L'unica cosa che ha combinato nella vita è stato laurearsi",
"Lei a casa sua ha fatto il bello è il cattivo tempo, ma adesso basta",
"Mi dispiace se chi mi ha preceduto le ha parlato di nevrosi depressiva, ansie, fobie…lei ha pagato dei ciarlatani, questa è psicosi, lei è una psicotica e io non vedo neanche depressione sa? Qui di sentimenti nn ce ne sono, lei non vuole bene a nessuno!"
Sono troppo sconvolta per ribattere. Non depressa io? Non malinconica? Penso alle persone alle quali voglio bene e a quelle alle quali ne ho voluto, e tanto. Mi aggrappo a questi pensieri perché non mi scoppi il cuore dal dolore, non qui, non davanti a questo essere. Di questo, dei miei affetti, in un'ora di seduta non mi ha chiesto nulla. Prosegue affermando che sono psicotica perché non lo guardo in faccia, guardo nel vuoto. Questa è stata una delle prime cose che mi ha detto. Gli ho risposto che forse un altro medico mi farebbe un'altra diagnosi, magari diversa da tutte le altre, ma magari basandosi su quello che dico io e non sulla sua interpretazione di quello che gli è stato riferito. Risponde "Qui non è stato interpretato niente e, visto che è un'ora che lei mi fa velatamente capire che mi considera un incompetente mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa e le dico che io di psicotici ne vedo tanti e che quelli come lei finiscono ricoverati". Sì sto guardando nel vuoto, penso ad un ragazzino per il quale mi fu offerta una supplenza di sostegno che rifiutai (ero appena stata "congedata" da un altro psichiatra dopo quattro anni di terapia), una supplenza proprio in quel comune. Penso che chissà, forse era lui il medico che seguiva quel ragazzino. Rimpinzato di psicofarmaci, marchiato a quindici anni come psicotico. Ricordo anche le parole del preside "Guardi è così, quando gli gira scappa fuori dalla scuola. E' uno psicotico, situazione familiare disastrosa, ma a modo suo è anche simpatico…" Provo dieci cento volte l'orrore che provai allora, ma adesso quella diagnosi è per me. Sono, se possibile, ancora più terrorizzata di prima.
Il "gran dottore" prosegue affermando appunto la sua competenza in fatto di psicotici "Ne vedo tanti, tutti i giorni, sono tanti anni che faccio questo mestiere". Penso "Troppi", ma questa volta non lo dico. Gli dico invece che ne vedono tanti anche i suoi colleghi con lo studio privato, si altera ancora di più a questa risposta e replica "Sì, ma io ho la qualifica, loro no". O e pazzo o si riferisce al concorso per lavorare nel pubblico. La "qualifica" devono prenderla anche quelli che lavorano privatamente. Tutto il suo evidente rancore verso il servizio privato (rancore oltretutto ipocrita, perché lo sto anche pagando come visita privata nei poliambulatori) ha penetrato e inficiato l'intera seduta. E' tutta una violenza sulla violenza di una forza inaudita che non riesco ad esprimere a parole. So che ad un certo punto, alla sua ennesima "critica" sul fatto che vivo come una quattordicenne e che non sto collaborando, io rispondo che non mi comporto allo stesso modo con tutti intendendo, ovviamente, che lo considero uno stronzo e che non mi apro come farei con un amico. "Bene, personalità multipla!". Giuro. Ha fatto anche questa diagnosi e con questi dati. Io durante tutta l'ora ho seguito ogni suo discorso (pur andando anche col pensiero ad altri ricordi) ho parlato a fatica, ho confessato di avere paura ("Ecco, anche questo è patologico, psicotico"). Mai in vita mia ho avuto deliri o allucinazioni di qualsiasi tipo. Non ho neanche alzato la voce, mai, in nessun momento di questa sì allucinante esperienza durante la quale, tra le altre cose, mi dice anche che un "bel elettroshock emotivo è quello che mi ci vuole, che lo denunci pure al magistrato se voglio". Ride. Aggiunge che i medici che ricoverano non sono dei nazisti (io non ne ho nemmeno parlato del ricovero - immagino - e ne avrò più tardi conferma - che sia stata mia madre a dirgli che ne ho il terrore ), non sono dei nazisti ma dei medici che fanno il loro dovere. Dice che mi devo rivolgere ad un centro del mio comune per essere seguita nel lavoro e per curare i miei dai sensi di colpa e DEVO prendere le medicine "ma non quella robetta che ha preso prima…"). Aggiunge che per la parte di psicoterapia POSSO ANDARE DA LUI!!! Come se niente fosse…
Dice anche che ABBIAMO fatto una pessima ora di psicoterapia. Come può solo venirgli in mente che io possa solo pensare di tornare lì?! Da quel bastardo, sadico, incompetente, che si è scagliato contro di me quando gli ho detto che non credo alle malattie mentali, anche se credo di stare molto male. E' un frustrato, un violento. Che all'inizio della seduta si è anche permesso di dirmi "Ah, bene, vedo che non è un caso di problema intellettivo". No, io no, anzi. Proprio dalle valutazioni dei SUOI colleghi, risulto avere un quoziente di intelligenza molto superiore alla media, in un modo che forse deve essergli sembrato imbarazzante, o avrebbe dovuto. Mi chiede, a fine seduta, se riuscivo a mantenere gli impegni di lavoro. Sì, li portavo a termine stando da cani come non voglio più stare. Ma lavorare è stare nella società, non riuscirci malattia.
Prende l'elenco telefonico per segnarmi in numero di telefono del centro che si occupa di quelli come me. Mi intima di andarci. Si fa pagare ed esco.
Durante il viaggio di ritorno risale la paura. Mia madre vorrebbe sporgere denuncia. Già, le dico io, mi danno della pazza e secondo te poi ascoltano la mia denuncia…
Sono attanagliata dalla paura. Terrorizzata. Vivevo da sola e ora mi è impossibile restare in una stanza senza avere qualcuno accanto. Questo va avanti per più di un mese. Nel frattempo, dato che non riesco a calmarmi mia madre chiama lo psichiatra che mi ricusò tempo fa e che mi aveva seguito tanto tempo. Lui la rincuora, io pazza non sono di certo, quello che mi è successo è una "brutta avventura" da superare andando da un altro. Se io fossi pazza ora non starei male. L'assioma è che, dato che ho reagito ad una seduta così soffrendo come un cane, non sono matta ma nevrotica, come lui ben già sapeva.
Beh, io mi sento VIGLIACCAMENTE rassicurata. Non credo alle malattie mentali però, se proprio vogliamo fare una diagnosi….che la peggiore non sia per me ecco….
Ecco che mi ritrovo disperata e codarda. No, credo che nessuno dovrebbe essere sottoposto a giudizio psichiatrico. E voglio la libertà di scegliere fino in fondo della propria vita per tutti. Chiunque abbia provato dolori fortissimi sa che decidere per sé senza essere forzato da nessuno è stata l'unica via per poter almeno respirare. Auspico per tutti questa libertà
Sara
(da www.antipsichiatria.it , report del 5 nov 2002 , in "Esperienze" - nel sito c'è anche un commento di un visitatore)